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Marte, per Ingenuity il primo viaggio di sola andata

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Su Marte primo viaggio di sola andata per Ingenuity, il drone-elicottero della Nasa che ha dimostrato la possibilita’ del volo controllato su un pianeta diverso dalla Terra. Nel suo quinto volo, per la prima volta il veicolo non e’ tornato al punto di partenza, ma e’ atterrato in un altro luogo, nella stessa direzione nella quale sta andando il rover Perseverance, che potra’ cosi’ raggiungerlo e continuare a seguirlo nei prossimi test. Nel nuovo volo, durato 108 secondi, Ingenuity ha inoltre raggiunto la quota di 10 metri, battendo cosi’ i suoi record precedenti. – Il drone elicottero ha percorso 129 metri, dirigendosi verso Sud e lasciandosi alle spalle il suo vecchio campo di volo dedicato ai fratelli Wright. Una volta a destinazione ha raggiunto la quota di dieci metri per catturare nuove immagini del suolo marziano. La nuova posizione segna anche l’avvio di una nuova fase nei test, durante la quale Ingenuity dovra’ dimostrare di essere in grado di eseguire voli di esplorazione di nuove zone del pianeta, osservazioni aeree di luoghi non accessibili ai rover e di catturare immagini stereo da quote elevate. Adesso il drone sta riposando e ricarica le sue batterie in attesa di nuove istruzioni da parte del rover Perseverance, che a sua volta le ricevera’ dal centro di controllo della missione presso il Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa a Pasadena (California). D’ora in poi si prevede di far volare Ingenuity in modo da non interferire con il programma scientifico di Perseverance. “Nelle prossime settimane sono previsti ancora un paio di voli e poi si valutera’ come procedere”, ha detto l’ingegnere capo della missione di Ingenuity, Bob Balaram, del Jpl. “Abbiamo gia’ raccolto tutti i dati relativi alle prestazioni di volo che intendevamo raccogliere. La nuova fase che si apre adesso – ha aggiunto – ci offre l’opportunita’ di espandere ulteriormente la nostra conoscenza”.

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Covid, Campania in zona bianca: alcuni bar si autoregolamentano

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La Campania entra in zona bianca, le regole del divertimento notturno cambiano ufficialmente dalla mezzanotte di oggi con la cancellazione del coprifuoco: ma tra gli operatori della movida napoletana c’e’ chi esorta comunque a forme di prudenza. “Da oggi abbiamo maggiore liberta’ – spiega Aldo Maccarone, presidente dell’associazione Chiaia Night che raggruppa i ‘baretti’ di due luoghi simbolo della movida napoletana – soprattutto ci siamo liberati dall’ansia di chiudere a un orario preciso, ma abbiamo anche una coscienza della categoria che ci spinge verso un’autoregolamentazione, come avvenuto a via Aniello Falcone, dove tutti i locali, tranne uno, hanno deciso che chiuderanno all’una dal lunedi’ al mercoledi’ e alle due gli altri giorni. E’ un segnale che lanciamo, per dire ai giovani di divertirsi ma che il covid esiste ancora”. L’arrivo della zona bianca e’ stato celebrato abusivamente la scorsa notte, con 24 ore di anticipo, da alcuni locali di Chiaia con una sorta di “notte bianca” che pero’ non ha avuto successo e da cui Chiaia Night ha subito preso le distanze: “Ci rendiamo conto che c’e’ tanta voglia di un ritorno alla normalita’, ma siamo consapevoli che ci deve essere anche tanta prudenza. Questo e’ un invito che rivolgiamo anche alla clientela, massima responsabilita’ e continuare a rispettare le normative anti-Covid”.

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Parkinson, con varianti genetiche simultanee cresce rischio

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La presenza contemporanea di alcune varianti genetiche rare aumenta significativamente il rischio di sviluppare il morbo di Parkinson. Sequenziando il genoma di 500 pazienti affetti dalla malattia, sono stati infatti identificati ventisei geni, sedici dei quali associati per la prima volta alla patologia. E’ quanto evidenzia una ricerca nata dalla collaborazione tra I.R.C.C.S. Neuromed e Istituto di Genetica e Biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli (Cnr-Igb), pubblicata sulla rivista Molecular Neurodegeneration. Lo studio apre la strada a nuovi futuri approcci terapeutici e, nel breve termine, ad un possibile esame genetico che tenga conto del carico di varianti dannose presenti nel genoma di un individuo per una diagnosi precoce della patologia. Lo studio ha preso in esame i dati genetici di due tipologie di pazienti: quelli appartenenti a famiglie nelle quali la malattia di Parkinson e’ ricorrente e quelli in cui la patologia era comparsa senza che ci fosse familiarita’ (cosiddetti casi “sporadici”).

Inoltre gli autori del lavoro hanno approfondito la ricerca esaminando, sia su tessuti umani che su modelli animali, l’espressione genica. Cinque dei geni studiati sono risultati particolarmente espressi in neuroni dopaminergici della Substantia Nigra la cui degenerazione e’ la causa principale del morbo di Parkinson. Si tratta del piu’ ampio studio genetico realizzato su pazienti italiani affetti da morbo di Parkinson utilizzando metodiche di sequenziamento di ultima generazione. “Abbiamo potuto identificare – dice Alessandro Gialluisi, ricercatore del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed, primo autore del lavoro – varianti correlate al rischio di Parkinson in ventisei geni, sedici dei quali non erano stati precedentemente associati alla malattia. E abbiamo potuto riscontrare anche come la maggior parte di questi geni siano coinvolti in meccanismi importanti per la funzionalita’ del sistema dopaminergico la cui degenerazione porta allo sviluppo della patologia”.

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Parkinson, Neuromed e CNR identificano 16 geni prima mai associati alla malattia

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È il più ampio studio genetico realizzato su pazienti italiani affetti da morbo di Parkinson: l’IRCCS Neuromed di Pozzilli, Isernia, e l’Istituto di Genetica e Biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del
CNR di Napoli hanno sequenziato il genoma di 500 pazienti. Identificati ventisei geni, sedici dei quali associati per la prima volta alla patologia.

La ricerca, pubblicata su Molecular Neurodegeneration, ha evidenziato come alcune varianti genetiche rare, se presenti simultaneamente, possano esercitare un ruolo importante nell’aumentare significativamente il rischio di ammalarsi di Parkinson.

Lo studio ha preso in esame i dati genetici di due tipologie di pazienti: quelli appartenenti a famiglie nelle quali la malattia di Parkinson è ricorrente e quelli in cui la patologia era comparsa senza che ci fosse familiarità (cosiddetti casi “sporadici”). Inoltre gli autori del lavoro hanno approfondito la ricerca esaminando, sia su tessuti umani che su modelli animali, l’espressione genica (il processo di trascrizione dell’informazione genetica in proteine funzionali). Cinque dei geni studiati sono risultati particolarmente espressi in neuroni dopaminergici della Substantia Nigra la cui degenerazione è la causa principale del morbo di Parkinson.

Si tratta del più ampio studio genetico realizzato su pazienti italiani affetti da morbo di Parkinson utilizzando metodiche di sequenziamento di ultima generazione. “Abbiamo potuto identificare – dice Alessandro Gialluisi, ricercatore del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed, primo autore del lavoro – varianti correlate al rischio di Parkinson in ventisei geni, sedici dei quali non erano stati precedentemente associati alla malattia. E abbiamo potuto riscontrare anche come la maggior parte di questi geni siano coinvolti in “pathways” importanti per la funzionalità del sistema dopaminergico la cui degenerazione porta allo sviluppo della patologia”.

 

 

Un risultato importante dello studio è che le varianti esaminate possono avere una sorta di effetto cumulativo. “La presenza contemporanea di due o più di queste varianti rare – spiega Teresa Esposito, ricercatrice dell’Istituto di Genetica e Biofisica Buzzati-Traverso del CNR e responsabile del Laboratorio CNR presso il Neuromed, ultimo autore dello studio – si è rivelata associata con un aumento della probabilità di sviluppare il Parkinson nel 20% dei pazienti. Possiamo parlare di un ‘carico’ di mutazioni crescente che, in futuro, potrebbe portarci a valutare il rischio di malattia proprio attraverso l’individuazione del numero di varianti dannose presenti nel DNA di una persona”.

“Questi risultati – commenta il professor Antonio Simeone, Direttore dell’Istituto di Genetica e Biofisica ‘A Buzzati-Traverso’ – appaiono promettenti nella prospettiva di perfezionare le tecniche di diagnostica molecolare rivolte a individuare precocemente le persone a rischio elevato. Saranno naturalmente necessari altri studi da un lato per aumentare il numero di pazienti diagnosticabili e dall’altro per comprendere e sviluppare potenziali approcci terapeutici, primi fra tutti quelli basati su sviluppi farmacologici e di medicina rigenerativa. Ciò che possiamo pensare, per un futuro più vicino, è un esame genetico che tenga conto del carico di varianti dannose presenti nel genoma di un individuo. Potrebbero aprirsi possibilità importanti per avviare screening di popolazione e, quindi, migliorare la diagnosi precoce di una patologia che si sviluppa nel tempo, e nella quale i sintomi si manifestano solo quando i pazienti hanno già perso il 50% dei neuroni dopaminergici, quelli maggiormente implicati nel Parkinson”.

Alessandro Gialluisi, Mafalda Giovanna Reccia, Nicola Modugno, Teresa Nutile, Alessia Lombardi, Luca Giovanni Di Giovannantonio, Sara Pietracupa, Daniela Ruggiero, Simona Scala, Stefano Gambardella, International Parkinson’s Disease Genomics Consortium (IPDGC), Licia Iacoviello, Fernando Gianfrancesco, Dario Acampora, Maurizio D’Esposito, Antonio Simeone, Marina Ciullo and Teresa Esposito. Identification of sixteen novel candidate genes for late onset Parkinson’s disease. Molecular Neurodegeneration.

DOI: doi.org/10.1186/s13024-021-00455-2
https://molecularneurodegeneration.biomedcentral.com/articles/10.1186/s13024-021-00455-2

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