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Orrore in Marocco, il video della decapitazione di due giovani turiste scandinave a pochi chilometri da Marrakech pubblicato su Facebook: presi alcuni terroristi

Paolo Chiariello

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“Atto di terrorismo”. A meno di 24 ore dalla scoperta dei cadaveri delle due turiste scandinave, alle pendici del Monte Toubkal, prende piede la pista del terrorismo. Un video della decapitazione delle due ragazze è stato diffuso via web e ha così rafforzato il sospetto che la polizia sembrava sulle prime aver abbandonato.

C’è un uomo armato di coltello ripreso nell’atto di decapitare una delle due ragazze scandinave, trovate morte lunedì scorso, alle pendici del Toubkal, una settantina di chilometri da Marrakech. È un video dell’orrore, finito su Facebook, che riapre le indagini e dirige gli investigatori sulla pista del terrorismo. Sono passate 24 ore dalla macabra scoperta delle due studentesse di 24 e 28 anni, violentate e poi sgozzate, nella piana di Imlil, a 10 chilometri dal centro abitato da cui partono i trekking per il turismo d’alta quota. Louisa Jesperen, studentessa danese, 24 anni e Maren Ueland, norvegese, di 28, volevano raggiungere la vetta del Toubkal e per questo avevano piazzato la loro tenda sulla piana di Imlil. Qualcosa è andato storto nella notte tra domenica e lunedì. L’allarme scatta lunedì, di mattina presto, quando un passante nota i corpi delle due ragazze. Sulle prime gli investigatori seguono le tracce di quella che sembra una gang di ragazzi male organizzata. Nella fuga uno perde il portafogli e porta così la polizia direttamente a casa, in un quartiere di periferia a Marrakech. Scattano gli arresti e pian piano si profila la banda di quattro presunti complici. Questo pomeriggio, via web, la svolta: il video che mostra la scena della decapitazione. Le immagini riprendono anche un altro uomo vicino al cadavere della seconda ragazza e di sottofondo le voci di un terzo e quarto complice che urlano “vendetta”. È il Bcij, Bureau central d’investigativo Judiciaires, l’Fbi marocchina a seguire il caso. Fonti vicine agli investigatori confermano l’autenticità del video. La polizia ha diffuso le immagini ricostruite al computer di quelli che potrebbero essere gli assassini, tre identikit disegnati anche grazie al video. Sono uomini vestiti di bianco e con la barba lunga. Se si confermasse la pista terroristica, sarebbe il terzo attacco in Marocco, dopo quello del 28 aprile 2011 al Cafè Argana di Marrakech, che ha fatto 17 morti, e gli attentati di Casablanca dell’11 maggio 2003, con un bilancio di 47 morti.

Ragazze scandinave decapitate in Marocco, i quattro arrestati per i brutali omicidi sono soldati dell’Isis

Giornalista. Ho lavorato in Rai a Cronache in Diretta. Ho scritto per Panorama ed Economy, magazines del gruppo Mondadori. Sono stato caporedattore e socio fondatore assieme al direttore Emilio Carelli di Sky tg24. Ho scritto libri: "Monnezza di Stato", "Monnezzopoli", "i sogni dei bimbi di Scampia" e "La mafia è buona". Ho vinto il premio Siani, il premio cronista dell'anno e il premio Caponnetto.

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Trovata morta in un parcheggio, si indaga per omicidio

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Una donna a terra in un parcheggio, la testa fracassata da un’auto che la investe volontariamente per ucciderla e forse chissa’ per cancellarne il volto. Non c’e’ ancora un colpevole per la morte di Micaela Bicego, 47 anni, il cui cadavere e’ stato scoperto stamane da un turista che faceva jogging nel parcheggio di un centro termale di Cola’ di Lazise, nel veronese. Ma gli investigatori del Comando provinciale dei Carabinieri di Verona e della Compagnia di Peschiera del Garda, coordinati dal pubblico ministero Alberto Sergio, sono certi che la svolta al caso potrebbe arrivare presto, forse tra poche ore. Grazie anche alle telecamere della zona che potrebbero aver ripreso quanto accaduto. E il racconto di chi la conosceva e puo’ riferire nei particolari degli equilibri familiari di una donna che stava cercando di rifarsi una vita. In un altro luogo, con amicizie diverse, con un lavoro da far ripartire a causa del Coronaviris.

Nessuna ipotesi viene esclusa, neppure che l’assassino l’abbia colpita prima al capo con un oggetto contundente e poi finita con ferocia, passandoci sopra la ruota di una vettura. Micaela era separata da qualche tempo dal marito 60enne e si era trasferita un anno fa a Lazise insieme al figlio 21enne, studente universitario. E’ stato proprio lui alle 4 del mattino a segnalare ai militari che la madre non aveva fatto rientro a casa, raccontando che la sera prima lei e il marito avevano litigato. Pare che lo scontro, l’ultimo di una serie, riguardasse questioni di denaro. La vittima, per la quale e’ gia’ stata disposta dal magistrato l’autopsia, gestiva un negozietto di tessuti a Bussolengo, il “Micaela Corredo Casa”, all’interno di un centro commerciale che sorge sulla Gardesana, proprio all’ingresso di Bossolengo. Un’attivita’ modesta ma redditizia e a contatto con la gente che aveva dovuto chiudere a causa del Covid con il lockdown. La saracinesca non era stata mai piu’ riaperta. In caserma sono state convocate persone “dell’ambiente familiare della vittima”. Oltre al marito e al figlio, sentiti fin dalle ore immediatamente successive al delitto, si stanno ascoltando persone vicine alla donna per cercare di capire qualcosa di piu’ sulla vita privata. E comprendere, soprattutto, cosa possa averla spinta a dirigersi in piena notte in quel parcheggio per incontrare il suo assassino.

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Bimbo scomparso, prime verità dopo 43 anni silenzio: identificato il sequestratore

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Un amico di famiglia. Fidato, tanto che il piccolo Mauro lo chiamava ‘lo zio’. All’epoca dei fatti un giovane sui 30 anni, oggi sulla settantina. E’ con lui che il 20 giugno 1977, Mauro che aveva 6 anni, si allontana a bordo di un Ape car, lasciando gli amichetti con cui stava giocando per strada alla periferia di Taviano, vicino alla casa dei nonni cui il bimbo era stato affidato momentaneamente perche’ i genitori dovevano andare nel Napoletano per un funerale. Al loro rientro in Salento, pero’, Mauro era scomparso. Quell’uomo oggi, potrebbe rappresentare la svolta di un silenzio lungo 43 anni. Secondo le conclusioni a cui la Procura di Lecce e’ arrivata dopo una serie di interrogatori a tappeto, riascoltando nei mesi scorsi tutte le persone coinvolte nella vicenda, anche i familiari, sarebbe lui il sequestratore del bimbo di Racale. L’ipotesi investigativa e’ che possa aver agito dietro commissione, pagato per farlo. Le indagini sulla scomparsa di Mauro Romano sono state riaperte sulla scorta dell’istanza formulata dal legale della famiglia, avvocato Antonio Maria La Scala, presidente di Gens Nova , avanzata lo scorso febbraio in seguito all’arresto di un 71enne di Taviano accusato di atti sessuali su minori consumati in un capannone di sua proprieta’. Lo stesso uomo condannato per tentata estorsione ai danni della famiglia del bambino, perche’ dopo la scomparsa, aveva chiesto ingenti somme in cambio di informazioni sulla vicenda. All’epoca si disse che millantava sfruttando la disperazione dei genitori , senza in realta’ sapere nulla. E’ sulla scorta del suo arresto che le indagini sulla scomparsa di Mauro prendono nuovamente linfa. I vigili del fuoco del nucleo Saf e i carabinieri, ispezionano un pozzo – cisterna vicino al casolare dove l’anziano adescava i ragazzini. L’ipotesi e’ che anche Mauro all’epoca potesse essere finito in una rete di violenze e abusi. Si cerca per trovare qualche piccolo segnale della presenza del corpicino, senza alcun esito. A quest’uomo il sequestratore di Mauro sarebbe in qualche maniera collegato. Ne sono convinti gli investigatori del nucleo operativo dei carabinieri di Lecce. Stesso paese, stessa eta’ , probabilmente le stesse frequentazioni e attitudini sessuali. L’ipotesi di reato che compare sul fascicolo d’inchiesta riaperto nuovamente dal sostituito procuratore Stefania Mininni , dopo essere stato chiuso per due volte in questi 43 anni, ipotizza l’omicidio volontario e l’ occultamento di cadavere.

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Omicidio Cerciello Rega, Elder in carcere: dopo arresto calci e pugni

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In una serie di intercettazioni, passate al vaglio di una perizia disposta dalla corte d’assise di Roma, la versione che Finnegan Elder Lee fornisce a suo padre e al legale americano il 2 agosto dello scorso anno sull’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Per quella vicenda Elder e’ sotto processo assieme all’amico Gabriel Natale Hjort. Un dialogo in cui il giovane californiano ricostruisce le varie fasi di quanto avvenuto il 26 luglio del 2019. “Vediamo due poliziotti che si avvicinano – afferma – di nascosto da dietro e il tizio grosso mi placca, quello piu’ piccolo raggiunge il mio amico”. Al legale inoltre il ragazzo, replicando ad una domanda inudibile dice, “non hanno mai mostrato nulla, non hanno detto nulla”. Non si puo’ escludere che l’avvocato facesse riferimento alla placca di riconoscimento in dotazione alle forze dell’ordine. L’imputato ha raccontato al padre anche quanto sarebbe avvenuto dopo il fermo. “Mi hanno menato di brutto […] alla stazione e mi hanno detto che mi avrebbero dato quarant’anni se non gli davo la password del mio telefono, e quindi, non so se (in qualche modo hanno trovato/hanno fatto in modo di trovare) foto qualcosa contro di me li’ dentro”. Il giovane aggiunge che e” stato buttato a terra, mi hanno dato calci – si legge nella intercettazione – pugni, mi sono saliti sopra, mi hanno sputato addosso”. L’intercettazione, tradotta dall’inglese, prosegue e Elder parla della drammatica colluttazione durante la quale Cerciello viene colpito da una serie di coltellate. “Noi eravamo rivolti verso l’altra direzione – afferma l’americano- e loro stavano, avvicinandosi di soppiatto per arrivare dietro di noi e poi mi sono girato e l’ho visto tipo a un metro da me e poi mi ha placcato”. E ancora: “siamo andati giu’ e lui mi e’ salito sopra e mi ha dato qualche pugno e poi ha iniziato a strangolarmi ed ecco perche’ ho tirato fuori il mio coltello. L’ho accoltellato tipo, due volte nella pancia e quello non ha aiutato molto perche’ sembrava solo restare qui e quindi ho semplicemente continuato a pugnalare e poi una volta che ha smesso, una volta che mi ha lasciato il collo me lo sono buttato via di dosso e son scappato”. Nei colloqui c’e’ anche spazio su considerazioni di altro tipo ed emerge il disprezzo del californiano per la lingua e la cultura italiana. “Non voglio imparare l’italiano, sono cosi’ stanco di sentire l’italiano, lo odio, se mai tornero’ negli Stati Uniti, e la gente mi fa ‘ooh la cultura italiana, la lingua italiana, che bellezza’ io diro’ [quella merda?] e’ disgustoso fa schifo non voglio mai piu’ sentire l’italiano, mai piu’. Ok [inudibile] E’ tutto quello che sento, tutto il giorno. Cazzate”

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