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Cronache

Furto milionario di farmaci antitumorali all’ospedale Moscati di Avellino, per l’antimafia anche questo è un business della camorra

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Medicinali oncologici per un valore di 1 milione e 300 mila euro sono stati rubati la notte scorsa dalla farmacia dell’ospedale “San Giuseppe Moscati” di Avellino. I ladri hanno portato via esclusivamente farmaci antitumorali. Gli investigatori della Questura di Avellino, anche sulla scorta di analoghi furti verificatisi negli ospedali di Lecce e Trieste, non escludono l’ipotesi di un furto su commissione. I ladri sono entrati all’interno dei locali che ospitano la farmacia ospedaliera, rompendo il vetro di una finestra. Gli agenti della Polizia Scientifica stanno analizzando alcune tracce di sangue lasciate dalle ferite che uno dei malviventi avrebbe riportato in seguito alla rottura del vetro.

La direzione del ‘Moscati’, per evitare problemi e disagi ai pazienti che devono sottoporsi a terapie oncologiche, ha chiesto aiuto al ‘Pascale’ di Napoli per un rapido approvvigionamento dei medicinali. La scoperta del furto è avvenuta stamattina. Gli investigatori stanno anche visionando le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza interne ed esterne. Non è il primo furto in Campania. Anzi, è forse questa la nuova frontiera dei furti nella sanità. C’è un rapporto della Direzione investigativa antimafia di Napoli che evidenzia come i furti di farmaci antitumorali negli ospedali napoletani e della Campania rappresentano una vera e propria emergenza. Anche perchè parliamo di furti di medicinali che costano ai contribuenti diversi milioni di euro.

Furti in corsia di ospedali e traffico criminale di farmaci anti tumorali anche sul web, ecco il nuovo business delle mafie sulla pelle dei malati oncologici

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La rete internazionale di Natalino Grasso, importava fiumi di cocaina e faceva incetta di criptovalute

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Cosa hanno in comune 400 chili di cocaina sbarcati in Spagna dal veliero “Ventura” salpato dal Venezuela, 600 chili trasbordati dal natante “Lazy Bones”, e una tonnellata sequestrata nelle acque della Martinica sul “Margareta II”? Un appartamento da 900 euro al mese a Cernusco sul Naviglio. Da qui, il 57enne novarese Natalino Grasso orchestrava spedizioni di droga via mare, con velieri affondati in alto mare dopo la consegna, gestite con coordinate criptate trasmesse a capitani uruguaiani.

L’inchiesta, condotta dall’antidroga Goa del Gico della Guardia di Finanza e dalla Procura Distrettuale Antimafia di Milano, ha portato all’arresto di Grasso e al sequestro di un portafoglio di criptovalute del valore di 400.000 euro. Questa confisca, una delle prime in Italia nel contesto di un’indagine criminale, dimostra l’uso crescente di bitcoin e altre criptovalute come tesorerie criminali, fino ad ora ritenute quasi impermeabili alle investigazioni.

Le intercettazioni domestiche hanno rivelato dettagli chiave. Grasso, con un passato di quattro arresti tra il 2000 e il 2018, e attualmente in affidamento ai servizi sociali per una condanna per 30 chili di hashish, discuteva apertamente con la giovane moglie venezuelana e la figlia neonata sui codici di accesso al portafoglio di criptovalute. “Abbiamo questi 450, ma in 10 anni tu sai quanto varrà il bitcoin”, spiegava Grasso, immaginando un futuro di prosperità per la sua famiglia.

Oltre alle criptovalute, Grasso diversificava i suoi investimenti con conti in Svizzera e Liechtenstein e denaro nascosto su un altro veliero, il “Cristina”, ormeggiato in Venezuela. Nonostante le sue attività illecite, Grasso mostrava una gestione accorta del denaro, criticando lo skipper francese per aver dilapidato i guadagni e pianificando una vita agiata con una spesa mensile di 4.000 euro per 30 anni, grazie alla crescita prevista delle criptovalute.

Questa operazione mette in luce non solo l’abilità dei criminali nel sfruttare tecnologie moderne per attività illecite, ma anche le sfide che le forze dell’ordine devono affrontare nel contrastare il crimine organizzato a livello internazionale.

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Panico al luna park, cede parte di una giostra, ragazzi feriti

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Tragedia sfiorata questa sera a Gallipoli dove ha ceduto mentre era in funzione una componente di una delle giostre del luna park del lungomare Galileo Galilei. Alcuni ragazzini che erano a bordo sono rimasti feriti. Due in particolare, hanno riportato trauma carnico e fratture varie. Si tratta della giostra conosciuta col nome di calcinculo, che si compone di seggiolini appesi a lunghe catene che ruotano mentre gli occupanti devono tentare di prendere al volo il trofeo in palio, in questo caso un pallone, che permette di guadagnare un giro gratis. A cedere, a causa probabilmente dell’azione impropria di alcuni ragazzini, sarebbe stato il palo in ferro che regge il pallone. Sul posto sta operando la polizia locale e gli agenti del locale commissariato.

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Storia di Giacomo, bimbo di due anni detenuto assieme alla mamma che deve scontare una pena

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La storia di Giacomo è toccante e mette in luce una situazione complessa e delicata, in cui un bambino di appena due anni e mezzo si trova recluso in carcere insieme alla madre. Questo accade nonostante esistano alternative che potrebbero offrire un ambiente più adatto e stimolante per il suo sviluppo.

La sezione nido di Rebibbia, dove Giacomo vive da dieci mesi, non è un luogo adeguato per un bambino. La mancanza di compagnia di altri bambini, di attività stimolanti e di un ambiente sereno ha già avuto effetti negativi sul suo sviluppo psico-motorio. Il bambino non parla, non corre, è sovrappeso e porta ancora il pannolino, sintomi di un ritardo nello sviluppo dovuto alle condizioni in cui è costretto a vivere.

Le volontarie dell’associazione “A Roma insieme-Leda Colombini” cercano di offrire un po’ di normalità portando Giacomo in un nido esterno la mattina e riportandolo in carcere il pomeriggio. Tuttavia, queste poche ore di libertà non sono sufficienti a compensare il tempo trascorso dietro le sbarre.

Questa situazione è aggravata dalla burocrazia e dalla lentezza delle valutazioni necessarie per trasferire la madre di Giacomo in una casa famiglia, un ambiente che sarebbe decisamente più adeguato per un bambino piccolo. La legge sicurezza, in discussione, potrebbe ulteriormente complicare le cose, eliminando l’obbligo delle misure alternative per donne con figli minori di un anno.

La storia di Giacomo non è solo un caso isolato, ma un esempio delle difficoltà e delle ingiustizie che possono colpire i bambini coinvolti, indirettamente, nei problemi legali dei genitori. Riflette la necessità di riforme che tengano conto del benessere dei minori, offrendo soluzioni che permettano loro di crescere in ambienti sani e stimolanti, anche quando i genitori devono scontare una pena.

Questo racconto invita a riflettere sull’importanza di bilanciare la giustizia con l’umanità, assicurando che anche nei casi di detenzione dei genitori, i diritti e il benessere dei bambini siano sempre al primo posto.

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