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La nuova giustizia, due Csm e l’ipotesi di un’Alta Corte

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Carriere separate per i magistrati, due Csm e l’ipotesi di un’Alta Corte, ovvero un organismo che giudicherà ‘requirenti’ e ‘giudicanti’. La nuova riforma costituzionale della Giustizia prende corpo ed ha già alcuni punti fermi. La prima sintesi sul provvedimento costituzionale, che sarà presentato prima delle elezioni europee di inizio giugno, è emersa da un vertice allargato a Palazzo Chigi a cui hanno partecipato la premier Meloni, il Guardasigilli Nordio e il suo vice Sisto, il sottosegretario Mantovano, i sottosegretari di Via Arenula, i presidenti delle Commissioni di Camera e Senato e i responsabili Giustizia dei partiti di maggioranza.

Dal tavolo emerge la chiusura definitiva dell’accordo sulla separazione delle carriere dei magistrati (distinti tra giudicanti e requirenti e dunque con distinti concorsi di accesso) e l’istituzione di due Csm, ma sarebbe ancora in corso un dibattito sul metodo di elezione dei togati, per stabilire se sarà a sorteggio ‘secco’ o ‘mediato’. In quest’ultimo caso, per la componente togata, i magistrati candidabili al Consiglio superiore della magistratura che saranno sorteggiati sarebbero poi sottoposti a successiva selezione. Si esclude invece l’ipotesi della nomina di metà dei componenti del Csm da parte del governo. Sempre secondo le valutazioni in campo, vi è l’aumento del numero dei membri laici dei Consigli, almeno un quarto nominati dal Parlamento.

E resta ancora aperto il dibattito sulla presidenza dei due Csm: anche se è prevalente l’ipotesi che resti il presidente della Repubblica a presiederli, non si può ancora escludere l’eventualità che la scelta ricada sul primo presidente della Corte di Cassazione e sul procuratore generale presso la Corte, entrambi rispettivamente per i due distinti Consigli. In queste ore sta emergendo però con più insistenza l’ipotesi dell’istituzione di un’Alta Corte che possa giudicare tutti i magistrati. Questa proposta verrebbe ripresa dalla cosiddetta ‘bozza Boato’, che mise a punto l’allora deputato Marco Boato durante la Bicamerale per le riforme di Massimo D’Alema. Secondo la bozza, “la Corte di giustizia della magistratura” si sarebbe dovuta occupare dei “provvedimenti disciplinari nei riguardi dei giudici ordinari e amministrativi e dei magistrati del Pubblico ministero”.

“La Corte – si leggeva ancora nella bozza – è altresì organo di tutela giurisdizionale in unico grado contro i provvedimenti amministrativi assunti dai Consigli superiori della magistratura ordinaria e amministrativa”. La “Corte è formata da nove membri, eletti tra i propri componenti dai Consigli superiori della magistratura ordinaria e amministrativa”. Non si esclude che nei prossimi giorni un’ulteriore riflessione potrebbe essere dedicata all’esercizio dell’azione penale e alla sua discrezionalità. Il proposito potrebbe essere quello di riformare l’articolo 112 della Costituzione, in cui è attualmente prevista l’ obbligatorietà dell’azione penale, introducendone invece la discrezionalità, la quale in questo senso attuerebbe pienamente il sistema accusatorio.

E le priorità di questo esercizio potrebbero ad esempio essere stabilite per legge. Sulla futura riforma della Giustizia è ancora intervenuta l’Associazione nazionale dei magistrati per chiedere “un confronto con Nordio per un contributo tecnico al provvedimento, almeno prima che diventi legge”. Un incontro dove l’Anm intende esprimere anche i suoi timori per “il totale stravolgimento dell’assetto costituzionale” perché “viste nell’insieme le riforme preoccupano”. Una bocciatura sui provvedimenti annunciati arriva intanto anche dall’Associazione europea dei giudici, la quale ritiene che le ipotesi di riforma del governo italiano costituiscano “un grave attacco all’indipendenza della magistratura”, poiché andranno a minare “l’attuale equilibrio di poteri esistente in Italia”, in contrasto “con gli standard europei”.

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Fitto, ok 18 accordi sviluppo coesione: mancano 3 regioni

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“Al momento sono stati sottoscritti 18 accordi di sviluppo e coesione” con le regioni, “mancano tre regioni, Sardegna, Puglia e Campagna”. Lo ha detto il ministro per gli affari europei, il sud, le politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, in audizione alla commissione per l’attuazione del federalismo fiscale. “Con la Sardegna – ha spiegato Fitto – ho incontrato nei giorni scorsi il presidente Todde e concordato con lei un programma e un percorso che prevede la definizione di questo accordo di sviluppo e coesione.

Con la regione Puglia siamo al lavoro in un confronto di carattere tecnico che penso e mi auguro possa trovare soluzione a breve, sono abbastanza fiducioso. Con queste tre regioni è prevista la possibilità di finanziare con anticipazioni il programma”, ha aggiunto Fitto, ricordando che proprio alla Campania sono appena stati assegnate nuove risorse. “All’interno di questi accordi di sviluppo e coesione non solo è emersa in modo positivo una collaborazione con le Regioni, ma anche una modalità nuova: ogni opera viene accompagnata da un cronoprogramma finanziario e temporale”, ha sottolineato Fitto.

“Sto lavorando per giungere alla sottoscrizione degli ultimi tre accordi: ho fatto un incontro positivo con la presidente Todde e sono fiducioso, ho fatto diversi incontri e c’è un’interlocuzione con la regione Puglia e penso si possa concludere positivamente”, ha spiegato il ministro.

“Con la Regione Campania non devo raccontarvi, lo fanno meglio di me le cronache, qual è il livello di l’intensità del confronto. Io evito la polemica, abbiamo previsto per le 3 regioni che ancora devono sottoscrivere l’accordo” di sviluppo e coesione, la possibilità di fare delle anticipazioni, ha spiegato Fitto.

“Con la Campania concluderemo questa fase che porterà ad aver assegnato direttamente il 60% delle risorse disponibili, lavoreremo sulla parte restante e spero e penso che comunque nella peggiore ipotesi entro settembre si completerà definitivamente questa fase, che ha visto un confronto positivo con le regioni, al di là del colore politico”, ha aggiunto.

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La Russa, il giornalista aggredito? Non si è dichiarato

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“Assoluta e totale condanna” per la vicenda del giornalista de ‘La Stampa’ aggredito da Casa Pound a Torino, “ma ci vuole un modo più attento di fare le incursioni da parte dei giornalisti” anche perché “la persona aggredita, a cui va la mia solidarietà, non si è mai dichiarata giornalista”. Questo “non giustifica nulla”, ma “non credo che il giornalista passasse lì per caso” e “trovo più giusto se l’avesse detto”. E’ senz’altro questo uno dei passaggi più forti e anche più criticati dalle opposizioni, dell’intervento pronunciato dal presidente del Senato, Ignazio La Russa, durante la tradizionale cerimonia del Ventaglio con la stampa parlamentare. La Russa, prima risponde agli interrogativi che gli pone il presidente dell’Asp Adalberto Signore su Premierato, legge elettorale, Ue, Ucraina, poi accetta di rispondere alle domande dei cronisti presenti in sala. Toccando temi come le organizzazioni neofasciste, il caso di Rosanna Natoli al Csm e il continuo ricorso alla decretazione d’urgenza con tanto di richiesta del voto di fiducia.

Per quanto riguarda Casa Pound, La Russa risponde che “ci sono una legge precisa e un percorso preciso” da seguire per l’eventuale scioglimento chiesto dall’opposizione. Ma poi rilancia con una battuta: “C’è un consigliere del Pd che ha fatto male a un consigliere della Lega. Non vorrei si chiedesse lo scioglimento del Pd…”. Sul caso Natoli invece la risposta è tranchant: “Che consiglio le darei? Nessuno non do consigli”. Sul continuo ricorso alla decretazione d’urgenza e ai voti di fiducia riconosce che ci sono degli eccessi tanto che ammette di aver “detto a Ciriani” che se il governo “continua così faremo decadere un po’ di decreti”. “Ho anche parlato con il presidente della Repubblica dell’impegno preso dai presidenti di Camera e Senato al fine di evitare una “diminuzione” del ruolo del Parlamento” assicura osservando che “spesso si tratta di un problema di tempo che può essere risolto con una maggiore attenzione e organizzazione quando vengono emanati i decreti”. Un cronista della stampa estera gli chiede della possibile acquisizione dell’Agi da parte del parlamentare della Lega Antonio Angelucci e La Russa gli risponde: “se lei pensa che i giornali di Angelucci abbiano il dominio della stampa allora ha bisogno di rafforzare la sua conoscenza”.

Tornando poi sull’inchiesta di Fanpage su Gioventù Nazionale, La Russa condanna “senza se e senza ma ogni ipotesi di violenza” ma aggiunge che “l’inserimento subdolo, mascherato” che fa parte della professione gli piacerebbe “che fosse a 360 gradi”. Nessuno gli chiede nulla sulla ‘partita del cuore’ giocata a L’Aquila tra cantanti e politici, così se lo “chiede da solo”. “Un giornalista ha detto non si gioca a calcio con i fascisti, si chiama Berizzi. Io non giocherei a calcio con Berizzi, siamo pari”, dichiara il responsabile di Palazzo Madama che subito dopo definisce quell’incontro di calcio la dimostrazione che “lo scontro politico” non deve mai trasformarsi in uno “scontro tra persone”. Sul premierato prevede anche lui che ci sarà il referendum perché al momento “non c’è alcuna possibilità di confronto tra opposizione e maggioranza”. Riconosce che “c’è stata qualche incomprensione tra Salvini e Tajani”, ma lui si “fida di loro” e non crede che questo possa influire sulla tenuta del governo. Dice di “aver apprezzato il ‘no’ a von der Leyen senza rompere con lei”.

E non pensa che l’Ue avrà un atteggiamento negativo con l’Italia per questo perché se così fosse “dovrei cominciare a pensar male dell’Ue”. Ricorda di aver avuto “un atteggiamento forse troppo benevolo nei confronti del fascismo” fino a quando non ha saputo delle leggi razziali”. E a proposito delle “amare frasi” di Liliana Segre dopo l’inchiesta di Fanpage assicura: “Stia tranquilla. Se ci fosse bisogno metterei il mio petto davanti a lei e la difenderei in prima persona, ma non ce ne sarà bisogno”. Infine, un richiamo al busto di Mussolini ereditato dal padre: “Abbiamo contato 250 mila citazioni. Non c’è dubbio è l’opera d’arte più citata a livello mondiale”.

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Roma perde una presidenza al Pe. Rabbia dei sovranisti

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La Germania domina, i Popolari sono in netta maggioranza, l’Italia si ritrova senza una presidenza. La spigolosa partita della composizione delle commissioni dell’Europarlamento si conclude con una coda di veleni e con la sensazione che, da qui in avanti, trovare una maggioranza stabile in Ue non sarà semplice. La tornata di nomine si conclude però anche con una certezza: il cordone sanitario nei confronti dei Patrioti ha retto. Innescando la piccata reazione della stessa presidenza di turno ungherese: “Questa è oligarchia”, ha tuonato il ministro per gli Affari Ue di Budapest, Janos Boka. L’Italia esprimerà un presidente di commissione: è il dem Antonio Decaro, che guiderà l’Ambiente. All’ex sindaco di Bari si aggiunge il capodelegazione del M5s, Pasquale Tridico, eletto alla guida della sottocommissione per le questione Fiscali.

La casella mancante da presidente è invece dovuta alla perdita, da parte di Fi, della presidenza degli Affari Costituzionali. Ma nelle file azzurre viene negato qualsiasi legame con il voto contrario di Fdi a Ursula von der Leyen. “E’ stato il segretario Antonio Tajani ad indicare le priorità del partito per questa legislatura, tenendo ovviamente conto del metodo d’Hondt” che vige al Pe per la distribuzione della cariche, sottolineano fonti di Fi. Nell’ottica del partito guidato dal ministro degli Esteri, quindi, non c’è stato alcun downgrade. Forza Italia esprime il vicepresidente del gruppo del Ppe, Massimiliano Salini, la prima vicepresidenza della commissione Controllo del Bilancio, con Caterina Chinnici, e la presidenza di due delegazioni parlamentari: quella Ue-Nato, in dirittura d’arrivo per Salvatore De Meo, e quella sull’Asia Centrale, che sarà guidata da Giusi Princi. Per ufficializzare queste due cariche si dovrà però attendere la Plenaria di settembre. Eppure c’è chi la vede in modo diverso rispetto agli azzurri. “Sulle nomine la situazione per la maggioranza è devastante”, ha sottolineato l’eurodeputato Pd Brando Benifei. Mentre Nicola Zingaretti, fresco di nomina a capodelegazione del Pd all’Eurocamera (con Alessandra Moretti come vice), ha osservato: nella posizione di Giorgia Meloni “ho la netta sensazione che ci sia stato il prevalere di un interesse di partito rispetto a un interesse nazionale dell’Italia, ma da italiano mi auguro che questo non venga pagato dal nostro Paese in termini anche di autorevolezza sulle scelte che farà von der Leyen”. Furiosa, invece, è stata la reazione degli eurodeputati sovranisti.

In commissione Affari Esteri, dopo che l’Aula ha respinto la candidatura dell’orbaniana Kinga Gal come vicepresidente Roberto Vannacci e i suoi colleghi Patrioti hanno lasciato la sala, gridando allo scandalo. “Il cordone sanitario non rispetta i risultati elettorali, useremo tutti i mezzi legali a disposizione per capire se è possibile adire alla Corte di Giustizia dell’Ue”, hanno annunciato i Patrioti in una conferenza stampa. Hanno retto, invece, gli accordi che hanno portato Ecr ad incassare tre presidenze e, parallelamente, i Verdi ad ottenere quanto previsto nei giorni scorsi: la presidenza delle commissioni al Mercato Interno e Cultura e quella della sottocommissione ai Diritti Umani. Tre invece le presidenze assegnate ai Conservatori – nessuna a Fdi, che ha optato per la vicepresidenza dell’Eurocamera – che a loro volta festeggiano. “Per tredici volte le sinistre rosse e verdi hanno provato a fare secchi i nostri candidati e hanno perso”, ha sottolineato Nicola Procaccini. La sensazione, comunque, resta quella di una maggioranza all’Eurocamera variabile, segnata dalla mancata ufficialità dell’ingresso dei Verdi da un lato e dalla volontà di Socialisti e Liberali di tenere il più lontano possibile Ecr. Guardando alle vicepresidenze di commissione, l’Italia ne ha prese complessivamente dodici: 6 a Fdi, 4 al Pd, una a Fi e una ai Verdi.

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