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Esteri

Tempesta Miguel sulla Francia, tre soccorritori morti e almeno un disperso davanti alla costa atlantica

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Tre soccorritori della Societa’ nazionale francese per i salvataggi in mare (Snsm) sono morti ieri in Francia, al largo della costa atlantica, a Sables-d’Olonne, quando la loro motovedetta si e’ rovesciata durante una violenta tempesta, mentre tentavano di portare aiuto ad un peschereccio in difficolta’. A bordo del peschereccio, a quanto si apprende, un uomo che risulta disperso, e che forse non era solo. Lo riferiscono i media francesi. La tempesta ‘Miguel’ si e’ abbattuta sulla costa della Vandea con alte onde e venti fino a 129 chilometri orari. Due cinquantenni e un uomo di 37 anni che erano all’interno della cabina della nave di soccorso non ce l’hanno fatta. Quattro loro colleghi sono invece riusciti a riguadagnare a nuoto la terraferma, dove sono stati soccorsi dai vigili del Fuoco. I sette, tutti volontari del soccorso in mare, erano partiti a bordo della motovedetta Jack Morisseau, un 17 metri, in risposta a una richiesta di soccorso giunta dal peschereccio Carrera, di 11,5 metri. Il Carrera e’ scomparso tra le onde alte tra i 2,5 e i 4 metri, per le quali il dipartimento della Vandea aveva diramato un allerta arancione. La nave di soccorso si e’ rovesciata, e per i tre volontari, rimasti – secondo i sopravvissuti – “intrappolati all’interno della barca”, non c’e’ stato nulla da fare. Tre elicotteri della gendarmeria, i vigili del Fuoco e la marina hanno sorvolato per ore la zona ma non hanno individuato che dei pezzi di relitto e una scialuppa di salvataggio vuota. Le ricerche riprenderanno con la luce del giorno. Ieri pomeriggio il ministro della transizione ecologica, Francois de Rugy si e’ recato sul posto. All’Assemblea nazionale, il ministro dei trasporti, Elizabeth Borne, ha espresso le sue condoglianze alle famiglie dei soccorritori e pescatori scomparsi. Si cerca intanto di individuare eventuali responsabilita’: la nave di soccorso era stata controllata, era un modello inaffondabile ma non in grado di raddrizzarsi in caso di capovolgimento, caratteristica che hanno molte di quelle imbarcazioni, ma non la Jack Morisseau.

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L’epopea di Joe, 50 anni al servizio dell’America

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Con il ritiro dalla corsa alla Bianca, l’81enne Joe Biden va in pensione mettendo fine ad una carriera politica di oltre mezzo secolo tra l’aula del Senato e la Casa Bianca, prima come vice di Barack Obama e poi come presidente (il più anziano di sempre) per un solo mandato, dopo aver tentato per ben tre volte la scalata alla carica più importante. Quattro anni sulle montagne russe, dopo che la sua netta vittoria nel 2020 era stata contestata da Donald Trump con un’offensiva culminata nell’assalto al Capitol dei suoi fan, uno dei giorni più bui della democrazia americana. Ma la luna di miele è durata solo cento giorni, prima del caotico ritiro dall’Afghanistan, seguito da due guerre inattese, in Ucraina e a Gaza.

Nel frattempo lo ‘zio buono’ d’America è diventato il ‘nonno buono d’America’, logorato e invecchiato a vista d’occhio, sino alle sempre più frequenti e preoccupanti defaillance fisiche e mentali che lo hanno costretto a fare un passo indietro. Uomo di straordinaria resilienza e di profonda empatia in quanto segnato da terribili tragedie familiari, Biden è stato un moderato arrivato con titubanza ai vertici dell’esecutivo: devastato dalla morte per tumore al cervello del figlio Beau, nel 2016 aveva rifiutato di candidarsi, e avrebbe avuto forse più chance contro Trump di Hillary Clinton, come dimostrato con la vittoria del 2020: oltre 81 milioni di elettori a favore, il 51,3%, e quel che conta, 306 voti elettorali contro i 232 del rivale uscente. Presidente per tre lustri della commissione Esteri del Senato, poi braccio destro di Barack Obama fino al 2016, Biden aveva cominciato ad occuparsi di affari internazionali nel 1997, dopo aver perso, da numero uno della commissione Giustizia, la battaglia contro la nomina del conservatore Clarence Thomas alla Corte Suprema: uno dei togati che da presidente gli ha più dato del filo da torcere.

Nato in una famiglia irlandese nella Pennsylvania del carbone, a 10 anni Joseph Robinette Biden si trasferì con i suoi nel vicino Delaware, lo Stato dove da senatore tornava ogni sera in treno per far da padre ai figli dopo aver perso la moglie a soli 29 anni. Da ragazzo era balbuziente ma guarì esercitandosi allo specchio. Nel 1972, a meno di 30 anni, si era candidato al Senato: soltanto lui e la famiglia pensavano che ce l’avrebbe fatta, ma a novembre fu eletto. La gioia del trionfo svanì presto: poco prima di Natale la moglie Neilia e la figlia di 13 mesi Naomi rimasero uccise in un incidente stradale, mentre i maschi, Beau e Hunter, finirono in ospedale gravemente feriti. Biden pensò di dimettersi ma i colleghi lo convinsero a restare.

La prima di altre tragedie: la morte di Beau, procuratore del Delaware e capitano della Guardia Nazionale, lasciò nel padre un vuoto incolmabile. Hunter, cronicamente in mezzo ai guai tra droghe e business spericolati in Paesi come Ucraina e Cina, ha messo più volte il padre nei guai con accuse di corruzione, fornendo ai repubblicani il destro per una inchiesta di impeachment poi naufragata. Dal 1977 Joe ha avuto al suo fianco l’amatissima seconda moglie Jill Jacobs, italo-americana, professoressa in un community college e madre della terza figlia, Ashley.

La corsa del 2020 era stata la terza per la Casa Bianca. Durante la prima, nel 1988, si scoprì che aveva copiato un discorso dal suo modello, il leader laburista britannico Neil Kinnock. Entrato in gara nel 2008 ma battuto dalle primarie da Hillary Clinton, fu scelto come vice da Obama a cui portò un bagaglio di esperienza e un cuore sincero, ricompensato con un accesso senza precedenti nell’Ufficio Ovale. Non un accademico, un oratore o un teorico, Biden è stato un grande “politico di strada” e un abile negoziatore, capace di dialogare con le varie anime del partito e con l’opposizione. Primo presidente cattolico dopo Jfk, Biden è sempre stato in linea con papa Francesco sull’immigrazione e la difesa del clima (all’indomani dell’insediamento rientrò nell’accordo di Parigi), ma in contrasto col Vaticano e con l’episcopato più conservatore sull’aborto.

Tra i successi della sua presidenza, quella più impegnata sulla “diversità” e più incisiva sui diritti civili, la nomina di Ketanji Brown Jackson, prima afroamericana nella storia della Corte Suprema, che però non è bastata a correggere la sterzata a destra dei quattro anni di Trump, suggellata dalla cancellazione della storica sentenza ‘Roe v. Wade’ sull’aborto. Tra i flop, il ritiro dall’Afganistan mentre il Paese cadeva nelle mani dei Talebani. Biden si è riscattato riunendo il fronte occidentale contro l’invasione russa in Ucraina, dopo aver ricucito le alleanze infrante dal tycoon, e allineandolo nella sfida alla Cina.

Ma il difficile equilibrismo nella guerra a Gaza tra l’alleato israeliano e le istanze palestinesi resta un interrogativo aperto. Tra i risultati della sua presidenza, la rapida uscita dalla pandemia, l’approvazione di leggi chiave con maxi finanziamenti per le infrastrutture, il welfare, la transizione energetica, le catene di fornitura (a partire dai chip), oltre alla ripresa dell’economia e dell’occupazione, offuscata però dall’inflazione. Tra i talloni d’Achille l’immigrazione, dove è stato costretto a rincorrere Trump.

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‘Cari americani…’, la storica lettera di Biden

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Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha comunicato con una lettera rivolta ai cittadini americani e pubblicata su X la sua decisione di abbandonare la corsa per la Casa Bianca. E’ la fotografia di una lettera impostata in forma tradizionale, su carta intestata e con la firma del presidente di suo pugno, che diventa un documento storico e anche in qualche modo l’eredità che Biden lascia nero su bianco con l’appello all’unità con cui conclude il testo. Di seguito la versione integrale della lettera: “Miei concittadini americani, negli ultimi tre anni e mezzo abbiamo fatto grandi progressi come nazione. Oggi l’America ha l’economia più forte del mondo. Abbiamo fatto investimenti storici nella ricostruzione della nostra nazione, nella riduzione dei costi dei farmaci da prescrizione per gli anziani e nell’espansione dell’assistenza sanitaria a prezzi accessibili a un numero record di americani. Abbiamo fornito cure essenziali a un milione di veterani esposti a sostanze tossiche. Approvata la prima legge sulla sicurezza delle armi in 30 anni.

Nominata la prima donna afroamericana alla Corte Suprema. E approvato la legislazione sul clima più significativa nella storia del mondo. L’America non è mai stata in una posizione migliore per guidare di quanto lo siamo noi oggi”. “So che niente di tutto questo avrebbe potuto essere fatto senza di voi, il popolo americano. Insieme, abbiamo superato una pandemia che capita una volta al secolo e la peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione. Abbiamo protetto e preservato la nostra democrazia. E abbiamo rivitalizzato e rafforzato le nostre alleanze in tutto il mondo. È stato il più grande onore della mia vita servire come vostro presidente.

E sebbene fosse mia intenzione perseguire la rielezione, credo che sia nel miglior interesse del mio partito e del Paese che io mi dimetta e mi concentri esclusivamente sull’adempimento dei miei doveri di presidente per il resto del mio mandato”. “Parlerò alla nazione più avanti questa settimana in modo più dettagliato della mia decisione. Per ora, permettetemi di esprimere la mia più profonda gratitudine a tutti coloro che hanno lavorato così duramente per vedermi rieletto. Voglio ringraziare la vicepresidente Kamala Harris per essere stata un partner straordinario in tutto questo lavoro. E permettetemi di esprimere il mio sincero apprezzamento al popolo americano per la fede e la fiducia che avete riposto in me. Oggi credo quello che ho sempre creduto: che non c’è niente che l’America non possa fare, quando lo facciamo insieme. Dobbiamo solo ricordare che noi siamo gli Stati Uniti d’America”. Firmato, Joe Biden.

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Mosca prende altri 2 villaggi, tensione nel cielo Artico

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Andriivka cade di nuovo. Un campo di battaglia a sé stante quello del villaggio nell’est dell’Ucraina dove ciclicamente viene issata l’una o l’altra bandiera dei fronti contrapposti. Un destino emblematico della situazione sul fronte ucraino dove il conflitto è un quotidiano botta e risposta. Così mentre da un lato Volodymyr Zelensky annuncia che nella notte i suoi “difensori del cielo” sono stati capaci di contrastare la pioggia di droni lanciata dall’esercito russo con “quasi 40 Shahed in una sola notte”, dall’altro Mosca rivendica di aver preso il controllo di altri due villaggi ucraini in prima linea: Andriivka nella regione orientale di Lugansk e Pishchane nella regione nord-orientale di Kharkiv. E intanto sale la tensione nei cieli dell’Artico dove Mosca fa sapere di aver fatto alzare in volo Mig russi per contrastare l’avvicinarsi di due bombardieri strategici statunitensi B-52H al confine della Federazione.

Nel suo briefing quotidiano il ministero russo della Difesa ha reso noto che le sue unità hanno “liberato” i due insediamenti in Ucraina e hanno “occupato linee e posizioni più favorevoli”. Ancora una volta Andriivka è caduta, dopo che le forze ucraine l’avevano riconquistata quasi un anno fa strappandola agli occupanti russi. A metà dello scorso settembre, infatti, Zelensky ne aveva celebrato la liberazione come “un risultato significativo e molto necessario per l’Ucraina”, senza prevederne il destino altalenante. Da allora sono stati incessanti gli appelli di Zelensky agli alleati affinché forniscano armi e presto, appelli ai quali si aggiunge quello di poter ampliare “il raggio d’azione” per poter colpire i bombardieri nemici anche oltre il suo territorio.

“Quando l’aviazione russa lancia ogni giorno più di cento bombe guidate contro le nostre città e i nostri villaggi, contro le nostre posizioni in prima linea, abbiamo bisogno di una protezione affidabile contro di esse”, si legge nel messaggio su Telegram in cui plaude all’abbattimento dei droni nella notte. “Questo è possibile se distruggiamo i vettori delle bombe: gli aerei militari russi. Un nostro sufficiente raggio d’azione dovrebbe essere una giusta risposta al terrore russo. E chiunque ci sostenga in questo senso, sostiene la difesa contro il terrore”, conclude Zelensky.

Intanto lungo il confine artico l’esercito di Vladimir Putin ha inviato degli aerei per respingere due bombardieri Usa che stavano per violare lo spazio aereo russo, ha reso noto il ministero della Difesa di Mosca: “Due caccia Mig-29 e Mig-31hanno impedito a due bombardieri B-52N dell’aeronautica americana di violare il confine di Stato. Quando gli aerei da guerra russi si sono avvicinati, i bombardieri Usa hanno corretto la loro rotta, allontanandosi dal confine russo”. Quindi il ministero russo ha sottolineato: “Gli aerei da combattimento russi hanno effettuato il loro volo nel rigoroso rispetto delle norme internazionali sull’uso dello spazio aereo su acque neutre e con le dovute precauzioni di sicurezza prese”.

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