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Lavoro

Lavoro: Ikea condannata per comportamento anti-sindacale

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Il sindacato FlaicaUniti-Cub e’ stato escluso dalle trattative per il rinnovo del Contratto integrativo aziendale nazionale: per questo motivo Ikea, azienda multinazionale svedese specializzata in vendita di mobili e complementi d’arredo che in Italia ha sede a Carugate (Milano), e’ stata condannata dal giudice del lavoro del capoluogo lombardo per comportamento anti-sindacale. Lo ha reso noto la Cub che ha prodotto la sentenza integrale. Una sentenza “rivoluzionaria – afferma Mattia Scolari, segretario milanese del sindacato -, perche’, riprendendo la pronuncia della Corte Costituzionale del 2013, chiarisce che il datore di lavoro deve scegliere i propri interlocutori sindacali in base alla loro effettiva rappresentativita’ e, pertanto, non puo’ escludere le organizzazioni sindacali che difendono in maniera intransigente i diritti dei lavoratori se queste hanno effettivo consenso. In pratica scardina un sistema anti-democratico delle relazioni sindacali”. La Flaica-Cub ha sottolineato di essere il terzo sindacato a livello nazionale in Ikea e che “si e’ contraddistinta per aver portato avanti numerose, legittime e pacifiche, iniziative sui diritti dei dipendenti” e “di aver elaborato una piattaforma rivendicativa per il contratto integrativo alternativa a quelle di Cgil, Cisl e Uil e per questo motivo e’ stata esclusa dagli incontri”. Il giudice ha stabilito che l’azienda debba far partecipare Flaica-Cub alle trattative e che deve convocare il sindacato entro 20 giorni.

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Economia

La Consulta chiede la riforma del Jobs Act: servono più tutele

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E’ urgente intervenire con una nuova disciplina dei licenziamenti per garantire tutele adeguate. La Corte Costituzionale ha di nuovo messo sotto la sua lente il Jobs Act, la riforma del governo Renzi che nel 2015 ha ridisegnato l’articolo 18. Stavolta i giudici delle leggi, pur dichiarando inammissibili le censure del Tribunale di Roma sull’indennita’ fino a 6 mensilita’ per i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese, rivolgono un monito al Parlamento. “La materia, frutto di interventi normativi stratificati – si legge nella sentenza scritta dalla vicepresidente Silvana Sciarra -, non puo’ che essere rivista in termini complessivi, che investano sia i criteri distintivi tra i regimi applicabili ai diversi datori di lavoro, sia la funzione dissuasiva dei rimedi previsti per le disparate fattispecie”. La Corte non e’ intervenuta in questo caso dichiarando l’incostituzionalita’, ma avverte che in caso di inerzia del legislatore provvedera’ direttamente. Il caso e’ stato posto all’attenzione della Corte Costituzionale dal giudice del lavoro di Roma, chiamato a decidere sul ricorso proposto da una donna licenziata da un’azienda con meno di 15 dipendenti. Secondo il giudice romano il limite di sei mensilita’ per l’indennizzo non garantirebbe “un’equilibrata compensazione” e non fungerebbe da deterrente. Tra le soluzioni, prospetta l’eliminazione del regime speciale previsto per i piccoli datori di lavoro. La Corte Costituzionale ammette che “la specificita’ delle piccole realta’ organizzative” non puo’ giustificare “un sacrificio sproporzionato del diritto del lavoratore di conseguire un congruo ristoro del pregiudizio sofferto”. E che un’indennita’ cosi’ esigua, tra le tre e le sei mensilita’, “vanifica l’esigenza di adeguarne l’importo alla specificita’ di ogni singola vicenda, nella prospettiva di un congruo ristoro e di un’efficace deterrenza”, che “concorra a configurare il licenziamento come extrema ratio”. La Consulta, inoltre, ricorda che il numero dei dipendenti non rispecchia automaticamente l’effettiva forza economica del datore di lavoro: “Il criterio incentrato sul solo numero degli occupati non risponde, dunque, all’esigenza di non gravare di costi sproporzionati realta’ produttive e organizzative che siano effettivamente inidonee a sostenerli”. Al “vulnus” riscontrato la Corte non puo’ porre rimedio, poiche’ spetta al legislatore adeguare le tutele. Ma “un ulteriore protrarsi dell’inerzia legislativa non sarebbe tollerabile” e indurrebbe la Corte, “ove nuovamente investita, a provvedere direttamente”. “Quando hanno cancellato l’articolo 18 – contesta il segretario della Cgil, Maurizio Landini -, non hanno solo cancellato quell’articolo, ma e’ propria cambiata la cultura. Oggi puo’ capitare che una impresa che licenzia senza giusta causa, se perde paga un po’ di soldi ma quella persona rimane fuori. E questo vuol dire che tu sei tornato a considerare il rapporto di lavoro come una pura merce che puo’ essere comprata e venduta, che ha un prezzo, non che c’e’ una persona, non che ci sono dei diritti che devono essere anche un vincolo sociale. Dobbiamo cambiare”.

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Economia

230mila contratti in 6 mesi, frena la domanda di lavoro

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Con 230mila contratti di lavoro subordinato nei primi sei mesi dell’anno “resta elevata ma rallenta la domanda di lavoro” in Italia. Dall’analisi di ministero del Lavoro, Banca d’Italia e Anpal, “aumenta il numero dei contratti a tempo indeterminato” con la trasformazione di contratti temporanei in permanenti che torna ai livelli pre-covid del 2019; frenano anche le dimissioni, in lieve calo dopo l’impennata del 2021 quando la ripresa del mercato del lavoro aveva alimentato le opportunita’ di cambiare lavoro; e nei diversi settori “a fronte della tenuta dell’industria si conferma un rallentamento delle costruzioni” dove la crescita dell’occupazione e’ in “forte frenata” negli ultimi quattro mesi, ed “anche nel commercio e nel turismo in maggio e giugno sono emersi segnali di indebolimento” (un rallentamento che, per le caratteristiche del mercato del lavoro in questi due settori, ha comportato una frenata della crescita del lavoro a termine). Le 230.000 posizioni lavorative create da gennaio a giugno, al netto dei fattori stagionali, sono “quasi 100.000 in piu’ rispetto allo stesso periodo del 2019, anno di espansione dell’occupazione non influenzato dalla pandemia e dai provvedimenti straordinari adottati per farvi fronte”, evidenzia il rapporto segnalando che “nel bimestre maggio-giugno sono emersi tuttavia segnali di rallentamento”. Intanto “si amplia lievemente il divario di genere”, con un minor numero di donne nei nuovi contratti rispetto ad entrambi i semestri del 2021. “Il centro-nord continua a trainare la crescita dell’occupazione”: registrando la maggiore attenuazione della domanda di lavoro ma e’ da confrontare con un mezzogiorno dove e’ “rimasta su livelli piuttosto bassi. Nel mercato del lavoro delle regioni meridionali e’ stato creato da gennaio del 2022 appena il 20% dei nuovi posti di lavoro rilevati in Italia”. Banca d’Italia, ministro del lavoro ed Anpal vanno anche ad esaminare, come indicatore, l’andamento dei “disoccupati secondo la definizione amministrativa”, misurato dalle dichiarazioni di immediata disponibilita’ al lavoro (Did) presentate da chi non ha una occupazione. Dall’inizio dell’anno sono in calo di 270mila persone, un valore superiore a quello dello stesso periodo del 2021, ed in questo soprattutto per il maggior numero di donne uscite dalla disoccupazione per l’attivazione di un nuovo contratto di lavoro (in crescita di oltre il 15%).

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Cronache

Lavoro: almeno 10mila migranti in agricoltura senza diritti

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 “Sono almeno 10mila i lavoratori agricoli migranti che vivono in insediamenti informali in Italia. Luoghi di privazione dei diritti e di sfruttamento, in molti casi presenti da diversi anni, privi di servizi essenziali e di servizi per l’integrazione. Emerge dal Rapporto “Le condizioni abitative dei migranti che lavorano nel settore agroalimentare” pubblicato dal Ministero del Lavoro e dall’Anci nell’ambito del Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato 2020-2022. Il ministro, Andrea Orlando e il presidente Anci Decaro sottolineano che bisogna “Restituire dignita’ a lavoratori”.

Il Rapporto, – si legge in una nota – realizzato dalla Fondazione Cittalia dell’ANCI presenta i risultati di un’indagine senza precedenti per copertura nazionale e ampiezza di restituzione. La meta’ dei Comuni italiani ha compilato un questionario su presenze, flussi, caratteristiche dei lavoratori agricoli migranti e sistemazioni alloggiative: dalle abitazioni private e strutture, temporanee o stabili, attivate da soggetti pubblici o privati, fino agli insediamenti informali o spontanei non autorizzati. Sono stati censiti anche i servizi a disposizione degli ospiti, cosi’ come gli interventi per l’inserimento abitativo promossi dai Comuni stessi. Sono 38 i Comuni che hanno segnalato la presenza di 150 insediamenti informali o spontanei non autorizzati, con sistemazioni varie (casolari e palazzi occupati, baracche, tende e roulotte) e presenze che vanno dalle poche unita’ registrate nei micro insediamenti, alle migliaia di persone nei “ghetti” piu’ noti alle cronache. Alcune aree del Meridione guidano la classifica delle 11 Regioni coinvolte, ma il fenomeno interessa tutto il Paese. L’indagine ha consentito al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali di individuare anche le amministrazioni locali destinatarie dei 200 milioni di euro del PNRR investiti con l’obiettivo di superare questi insediamenti. “Questo Rapporto non e’ la semplice mappatura di come i migranti vivono e lavorano nei nostri campi, ma restituisce in maniera piu’ ampia il modo in cui sui nostri territori, oggi, riconosciamo o neghiamo dignita’ a quelle vite e a quel lavoro”, scrivono nella prefazione del Rapporto il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando e il presidente dell’ANCI, Antonio Decaro. “Troppo a lungo abbiamo portato il peso di luoghi che negano i nostri principi costituenti e il rispetto dovuto a ogni essere umano. Li abbiamo, etimologicamente, tollerati. Non possiamo e non vogliamo piu’ sostenere quel peso. Riconsegniamo ovunque alle parole “casa” e “lavoro” il senso che dovrebbero avere”.

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