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Il divorzio da incubo di Johnny Depp e Amber Heard: un menage fatto di dita tagliate, droga, violenze e crudeltà

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Il divorzio tra Johnny Depp e Amber Heard è stato definito dai più il peggior divorzio di Hollywood. Non per i soldi, per i dispetti, per la carica di violenza consumata in questo rapporto poi dissoltosi. Scherzi a base di sangue e feci, mobili sfasciata, aggressioni, lividi. Anzi a sentire i racconti di questa coppia non si capisce come abbiano fatto a vivere così due persone che 15 mesi prima si erano sposati su un’ isola alle Bahamas. La causa di separazione, ma non c’entra  l’accordo da 7 milioni di euro che Depp ha già versato all’ex moglie, si dibatterà a Londra nelle prossime settimane.
È un giudizio in cui Depp è parte lesa contro il tabloid The Sun , che lo ha definito “un picchiatore di mogli”: in aula c’è anche Amber Heard (ex moglie di Depp), chiamata dall’editore del giornale a testimoniare contro l’ex marito. Di certo, dopo tre giorni di udienze e racconti, The Sun ha ottenuto il primo risultato: mettere in piazza che i protagonisti assoluti del matrimonio tra i due sono stati alcol, oppiacei e cocaina. In un’intervista del 2018 Depp si sentì chiedere se spendesse, in quel periodo, 30 mila dollari di vino al mese. “Sono offeso”, ribattè. “Spendevo molto di più”.

Amber Heard e Johnny Depp si erano conosciuti nel 2009 girando The Rum Diaries – Cronache di una passione : lui era l’attore più pagato di Hollywood, lei era reduce da una commedia sporcacciona dal titolo Strafumati. La trama dei Rum Diaries è quasi profetica: lui è un giornalista alcolizzato, lei la bionda stupenda il cui amore lo redime. Nella realtà, però, il finale non è all’altezza. Lui nel 2012 lasciò la compagna Vanessa Paradis. La relazione con Amber Heard divenne pubblica qualche mese dopo.

Il matrimonio arriva a febbraio 2015, quando Depp è al picco di un biennio di dipendenze: nella memoria depositata da lei al processo è datato appena un mese dopo uno dei litigi più violenti della coppia.
Sono in Australia, lui vuole che lei firmi un accordo post-matrimoniale, avendo già rifiutato di firmarne uno preliminare, lei non vuole, c’è una colluttazione in cucina (danni per 150 mila dollari) e a lui, con i cocci di una bottiglia di vodka, si mozza una falange.

Depp “usò” il sangue che sgorgava dal dito per imbrattare tutte le pareti della casa, su cui disegnò anche un pene.
Datati dicembre 2015 i reperti di una nuova lite: foto di lei con gli occhi pesti «per essere stata presa a testate». Lui si difende così: “Lei mi stava colpendo alla schiena, mi sono girato per fermarla e ci siamo scontrati”. Resoconti che parlano di schiaffi e pugni quotidiani. “Ho capito già in Australia”, racconta lui, “che ci saremmo sfasciati”.

Lei sembra averlo capito più avanti, invece, in una mail in cui gli scrive “non sono tenuta a sopportare questo e io non sono pagata per stare con te”. E poi, più dolce: “È come se convivessero in te Jekyll e Hyde. Metà di te io la amo follemente, l’altra metà mi terrorizza”. Tracce di amore emergono però in un’altra lettera, inviata da lui alla mamma di Amber: “Tua figlia è andata molto più in là che il prendersi cura di questo povero vecchio drogato”, ha scritto, definendo i suoi sforzi «eroici». “È stata Amber e solo Amber che mi ha aiutato a superare quel momento”. Oggi lui ritratta anche questo: “Scrivevo così per compiacerla”. E la incolpa di non averlo “mai aiutato a disintossicarsi”. “E in una vacanza alle Bahamas mi nascose i farmaci contro l’astinenza”.
Accuse, recriminazioni, ritrattazioni. Le udienze continueranno per altre due settimane. Gli avvocati di Depp hanno portato la causa contro il Sun all’Alta Corte, invece di accordarsi in via extragiudiziale com’è più comune in contenziosi di questo tipo, sperando che una sentenza a suo favore potesse giovare all’immagine del divo.

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Cronache

Choc a Castellammare, 13enne ferisce l’attore che intratteneva una relazione con la mamma

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Ha appena 13 anni. Ha atteso il presunto amante della mamma sotto casa e l’ha accoltellato. Alla aggressione, secondo quanto riferiscono locali avrebbero partecipato anche il papà e l’altro fratellino di appena 12 anni. Alla base di questo accoltellamento ci sarebbe una  relazione extraconiugale che sarebbe nata tra i teatri della provincia e i vari festival del cinema tra la madre del ragazzino e l’uomo accoltellato.  Un uomo è rimasto gravemente ferito, un altro è stato denunciato a piede libero: è questo il bilancio di una serata che si è svolta nel cuore di Castellammare di Stabia, che purtroppo vede come protagonisti anche due ragazzini, non imputabili, che si sarebbero armati per vendicare il papà.

I Carabinieri indagano sul ferimento del 45enne arrivato al pronto soccorso dell’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia. L’uomo sarebbe stato colpito da tre coltellate durante una lite con persone in corso di identificazione. Per chiarire la dinamica sono al lavoro i carabinieri della locale stazione e quelli della sezione operativa. Il 45enne rimane in osservazione con una prognosi di 40 giorni per ferite da punta e taglio alla scapola destra, al fianco sinistroi e al braccio sinistro.

I carabinieri della stazione e della sezione operativa di Castellammare di Stabia hanno denunciato per concorso in lesioni personali aggravate, porto abusivo arma da taglio un 49enne incensurato di Torre Annunziata e i suoi due figli minori. I tre – secondo l’ipotesi degli investigatori – avrebbero aggredito e colpito con 3 coltellate un 45enne di Castellammare per motivi verosimilmente personali. Sono ancora in corso accertamenti per chiarire la dinamica. Per il 45enne 40 giorni di prognosi prescritti da medici del San Leonardo.

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Cronache

Ponte Morandi, Yelina Nataliya è una vittima dimenticata: uccisi, feriti e umiliati da Autostrade

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Questo giornale ha sempre provato a ricordare le 43 vittime del Ponte Morandi di Genova senza l’ipocrisia italica che svilisce tragedie enormi annacquandole con l’oblio del tempo che passa. In troppi continuano a balbettare e ballare sui cadaveri di 43 persone uccise, non morte, che aspettano giustizia. Il giornalismo quando è racconto della realtà e non mistificazione ci impone di far rilevare alcune miserie umane che offendono un Paese che mostra in certe occasioni il suo lato peggiore. E poi, è utile ricordarlo, oltre alle tragedia immensa delle vittime e due familari delle vittime, ci sono i tanti feriti che sono rimaste fisicamente e psichicamente menomate in eterno.
Quest’anno, il giorno della commemorazione delle vittime del Ponte di Genova (dove spesso i familiari delle vittime non sono andati per scelta, perchè non se la sentivano di fare tappezzeria nel corso di una passerella) abbiamo deciso di dare voce ad una delle tante persone ferite nel fisico e nella mente e al suo legale: Yelina Nataliya, una delle vittima rimaste ferite gravemente, che è in piedi per scommessa e che cerca giustizia; l’avvocato cassazionista Giovanni Mastroianni, difensore di Yelina Nataliya e i suoi familiari. Leggere le loro parole ci fa capire quanto sono ancora lontane le parole verità e giustizia in questa storia italiana assurda.

Ponte Morandi. La vittima Yelina Natalia e il suo avvocato Giovanni Mastroianni

Yelina Nataliya, Vittima Ponte Morandi

“Dal 14 Agosto 2018 la mia vita è stata travolta da un un’ondata di dolore che non si è mai più arrestata. Ero diretta in Francia per una vacanza sognata da tanto tempo, con Eugeniu che oggi è mio marito. Appena giunti sul viadotto in quel giorno maledetto, abbiamo sentito l’autostrada sollevarsi sotto di noi, poi dopo pochi attimi, eravamo sanguinanti e feriti tra le lamiere contorte della nostra auto, divenuta una prigione di metallo che a sua volta era contenuta in una prigione di tonnellate di cemento, ovvero tutto ciò che restava del Ponte Morandi crollato. Ma noi non sapevamo neanche cosa fosse successo e cosa fosse quell’inferno dove eravamo stati catapultati all’improvviso, e per quatto ore siamo rimasti sepolti vivi sotto quelle macerie senza vedere e sentire nulla, tranne il dolore atroce delle nostre ossa rotte e il calore del nostro stesso sangue che ci inzuppava i vestiti.  Se siamo vivi è solo grazie ai soccorritori, veri angeli che ci hanno regalato un’altra esistenza. Ma a parte loro, dopo quattro anni lo Stato ci ha totalmente abbandonato e la lentezza della Giustizia mortifica ogni giorno noi “vittime del Ponte Morandi”. Oltre alle menomazioni fisiche alle quali siamo stati condannati per sempre, il trauma di quel giorno ci provoca anche più dolore delle ferite fisiche, che ancora opprimono ogni attimo della nostra vita. Oggi provo dunque una grande rabbia, quasi un senso di umiliazione, perché chi ci ha fatto questo si gode i profitti guadagnati causando una tragedia che si poteva evitare adottando minime precauzioni, invece per ingordigia e assurda negligenza il crollo del viadotto ha ucciso quarantatré persone innocenti,  tanto che ed io ed Eugenio, anche se distrutti da questa ignobile vicenda, dobbiamo persino dirci fortunati a non essere morti con loro, anche se una parte di noi è rimasta sotto quell’orrore per sempre. Nei giudizi civili intrapresi dai miei familiari, la società di gestione “Autostrade Per l’Italia” Spa, in modo che non riesco neanche a definire, viene a raccontare che non ha alcuna responsabilità e non c’entra nulla con l’accaduto, anche se il 15 Marzo di quest’anno hanno patteggiato una pena dove ammettono le loro gravissime colpe. Un atteggiamento che dire beffardo sarebbe poco, ma che di certo viene assunto con la consapevolezza di una perdurante impunità e la complicità di uno Stato benevolo con i nostri carnefici e non con le vittime. Una vergogna senza fine, e pensare che all’indomani di quel giorno disgraziato, ormai di quattro anni fa, esponenti politici di primo piano fecero a gara per sfilare a Genova sulle macerie e sul sangue dei morti e dei feriti come noi, promettendo giustizia e ristori. A distanza di quattro anni nessuno paga per questi crimini e Autostrade per l’Italia racconta nei giudizi civili che è estranea a tutto. Non ho davvero altro da dire”.

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Giovanni Mastroianni

“La situazione è grave , potremmo dire paradossale, eppure rappresenta uno spaccato non inconsueto della Giustizia italiana e più in generale dell’Amministrazione del nostro Paese. I giudizi sono lenti, come sempre, malgrado la Procura della Repubblica di Genova abbia fatto sforzi significativi per giungere nei tempi più brevi possibili, quantomeno alla conclusione delle indagini preliminari. Ma sono passati già quattro anni. Avere una sentenza di condanna tra dieci anni o anche più non sarà che un altro duro colpo per le “Vittime del Ponte Morandi” ed i loro familiari. In Sede Civile le cose non vanno di certo meglio, anzi, anche qui i Magistrati cercano di fare quello che possono con i tempi della Giustizia, che sono però parimenti lenti a causa un problema che affligge tutta l’organizzazione amministrativa italiana. Mezzi insufficienti, strutture giudiziarie non sempre adeguate, ancora poco personale di cui una considerevole parte ancora da formare e rendere effettivamente capace di sfruttare al meglio tutte le innovazioni del Processo Telematico e della Digitalizzazione. Effettivamente appare sconcertante che una Società ormai pubblica, come Autostrade per l’Italia Spa , venga nel Tribunale Civile di Roma a dire che è totalmente estranea alle responsabilità del crollo del Ponte Morandi, quando presso il Tribunale Penale di Genova ha patteggiato la pena per i medesimi fatti contestati, quindi riconoscendo ovviamente la sua responsabilità nel crollo del viadotto autostradale.  I nostri giudizi civili sono comunque ormai prossimi alla conclusione della fase istruttoria, e dopo l’espletamento della già richiesta prova testimoniale ed interrogatorio formale, siamo certi che mergerà anche in tal Sede, ed ancora una volta, la gravissima responsabilità di Autostrade per l’Italia Spa nella causazione del crollo del Ponte Morandi, dove hanno perso la vita quarantatré persone e tante altre sono rimaste gravemente ferite, proprio come Nataliya. Noi avvocati forse più di tutti sappiamo quanto la Giustizia possa essere lenta nel nostro Paese, ma sappiamo anche quanto sia inarrestabile”

Avvocato cassazionista Giovanni Mastroianni, difensore della signora Yelina Nataliya e suoi familiari, vittime del Ponte Morandi

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Esteri

Si lancia con auto su recinto Capitol Hill e si suicida

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Il terrore torna a Capitol Hill. Dopo l’assalto del 6 gennaio 2021 e nel pieno di forti tensioni seguite al blitz dell’Fbi nella residenza di Donald Trump in Florida, un uomo si e’ lanciato con la sua auto a tutta velocita’ sulla barriera in cemento che protegge il Congresso, e’ sceso dal veicolo in fiamme, ha sparato alcuni colpi in aria e poi ha rivolto la pistola contro di se’ e si e’ suicidato. Attimi di orrore nel cuore delle istituzioni americane e nel centro di Washington, normalmente affollato di turisti e curiosi. Per fortuna, all’ora in cui e’ partito l’attacco, nella della notte tra sabato e domenica, era deserto. Nessun altro e’ rimasto ferito, ma sarebbe potuta essere una strage. “Alle 4 del mattino un uomo e’ uscito dal suo veicolo in fiamme dopo essersi schiantato contro la barriera tra East Capitol Street e Second Street. Ha sparato diversi colpi in aria e poi si e’ suicidato”, ha annunciato la polizia del Congresso in uno scarno comunicato. Il capo Tom Manger ha poi raccontato piu’ nel dettaglio la dinamica dell’incidente spiegando che i suoi agenti si sono subito recati sul luogo dal quale provenivano gli spari e hanno constatato che “l’uomo non costituisse piu’ un pericolo”. Non c’e’ stato uno scambio a fuoco tra polizia e aggressore. Non e’ chiaro se l’auto si sia incendiata dopo l’impatto con la protezione di cemento o se sia stato lui stesso ad appiccare il fuoco al veicolo prima di lanciarsi contro Capitol Hill. Un mistero anche il movente. Potrebbe trattarsi soltanto del gesto di un folle che nulla ha a che vedere con le intimidazioni violente lanciate verso le forze dell’ordine da una parte dei repubblicani e dall’estrema destra Usa. “Da un controllo preliminare dei suoi social media non e’ emerso nulla”, ha chiarito il capo della polizia che in queste ore sta interrogando familiari e amici per cercare cosa possa aver spinto l’uomo a un gesto del genere. “Ha una storia di precedenti penali lunga dieci anni”, ma non era noto alle forze dell’ordine. E nulla al momento fa pensare che avesse intenzione di colpire il Congresso o un politico in particolare. Certo e’ che dal famigerato assalto del 6 gennaio si tratta dell’ennesimo episodio di violenza contro il Congresso in poco tempo. Ad aprile un’auto si e’ schiantata contro la stessa barriera ma il bilancio e’ stato piu’ pesante. Il 25enne dell’Indiana Noah Green e’ sceso dal veicolo e ha accoltellato due poliziotti. Uno e’ morto, l’altro e’ rimasto ferito, e l’aggressore e’ stato ucciso dagli agenti. Ma soprattutto arriva in un momento in cui l’allerta dei Servizi Usa e’ ai massimi livelli dopo le minacce di morte ai vertici e agli agenti dell’Fbi per la perquisizione di Mar-a-Lago. Subito dopo il blitz, un uomo che sui social aveva dichiarato guerra all’Agenzia ha tentato di fare irruzione, armato di un fucile semiautomatico, nella sede di Cincinnati, in Ohio. Pochi giorni dopo diversi siti conservatori vicini al tycoon hanno pubblicato i nomi degli agenti che hanno firmato il mandato di perquisizione. E venerdi’ una ventina di sostenitori dell’ex presidente si sono presentati armati fino ai denti fuori dalla sede dell’Fbi a Phoenix, in Arizona. (ANSA). GU

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