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Economia

Fondazioni bancarie, un patrimonio pubblico immenso ad uso privato: l’atto di accusa del professor Fimmanò

Paolo Chiariello

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Nazionalizzazione delle fondazioni bancarie, debito pubblico e cattura del regolatore. Su questi argomenti che sembrano tabù per i media italiani, quasi inutili da trattare  in un momenti di difficile congiuntura politica, con una crisi di governo in corso i cui sbocchi sono complicati anche da immaginare, intervistiamo il Professor Francesco Fimmanò, Ordinario di diritto commerciale e Vice presidente del Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti, fine giurista ed esperto economista. Fimmanò nella sua recente prolusione pubblicata sulla rivista giuridica del Mezzogiorno, edizioni Mulino, ha stigmatizzato il grande problema italiano della “cattura del regolatore” sia con riferimento alle disastrose privatizzazioni di grandi aziende di Stato (a cominciare da Autostrade e Telecom) sia di converso delle privatizzazioni e liberalizzazioni che dovevano al contrario essere effettuate e non lo sono state. In particolare il professore auspica la nazionalizzazione delle fondazioni di origine bancaria, titolari di enormi patrimoni per decine di miliardi di euro. Tesori che potrebbero essere la strada maestra ed indolore per uscire dalla crisi economica ed il modo più agevole per disinnescare le clausole di salvaguardia a cominciare dall’aumento dell’Iva di cui tanto si parla, talvolta a casaccio.

Francesco Fimmanò. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche in campo giuridico ed economico

Innanzitutto, Professor Fimmanò, lei sostiene che la nazionalizzazione delle fondazioni bancarie sarebbe una cosa doverosa e naturale. Ci può spiegare il perchè?

La storia delle fondazioni affonda le proprie radici nei Monti di Pietà e nelle antiche Casse di Risparmio. I Monti nacquero come istituzioni finanziarie senza scopo di lucro nel tardo-medievo su iniziativa di alcuni frati francescani, con funzioni di microcredito e lotta alla devastante usura. Il Monte della Pietà, fondato a Napoli nel 1539 con lo scopo di concedere prestiti gratuiti su pegno a persone bisognose, cominciò, nella seconda metà del secolo XVI, anche a ricevere depositi, dando così vita all’attività bancaria in senso proprio. I Monti di Pietà cominciarono poi ad evolversi per divenire delle vere Casse di risparmio che nate nei primi anni del XIX secolo sempre al fine di sostenere lo sviluppo dei ceti sociali meno abbienti assunsero il ruolo di intermediari tra Stato e cittadini, indirizzando la propria attività verso scopi di natura previdenziale. Quindi già storicamente il fenomeno configura il paradigma dei “beni comuni” secondo la definizione del compianto Stefano Rodotà. 

Quindi, per seguire il suo ragionamento, lei dice: essendo beni comuni usiamoli per finalità pubbliche?

In realtà con la c.d. legge Crispi del 1888 le casse venivano qualificate come “Istituti”  ben distinti, anche per la funzione sociale assolta dalle altre aziende di credito e venivano sottratte all’influenza diretta dei fondatori e agli interessi privati. La Cassazione  nel 1930 ne riconobbe la natura pubblica e con la legge bancaria del 1936 vennero equiparate alle banche ordinarie e inserite, unitamente agli istituti di credito di diritto pubblico e ai Monti di Credito su Pegno, tra i soggetti pubblici sottoposti ad un penetrante controllo statale. 

Mi scusi, allora perché sono considerate private?

In realtà non lo sono. La legge Amato, infatti, non mirava ad una privatizzazione della proprietà ma, con un intervento di soft-law, promuoveva l’adozione di un modello privatistico di gestione, rimodulando, quindi, la veste giuridica degli enti coinvolti, per giungere alla netta separazione dell’impresa bancaria dalle altre attività non qualificabili come tali.  Agli enti conferenti veniva, così, assegnato un compito primario, con l’attribuzione e la gestione del pacchetto di controllo della banca – controllo che sugellava un legame necessario tra ente conferente ed spa bancaria-, ed uno secondario, con la promozione dello sviluppo economico, sociale e culturale della comunità. Di fatto gli enti conferenti, pur spogliandosi dell’attività bancaria, ne conservavano il controllo strategico, assumendo il ruolo di investitori stabili nelle banche ed accrescendo la propria influenza sul piano economico e politico. Il loro patrimonio deriva dal risparmio pubblico e comunque appartiene ad un ente che era pubblico e solo normativamente riqualificato in vitro”. Peraltro permane ancora oggi quell’“abbraccio mortale” con le banche conferitarie che ha determinato un loro drastico impoverimento, come più volte segnalato inconfutabilmente dagli economisti del Lavoce.info. E sono sfuggite financo all’originario disegno del legislatore divenendo potentati locali autoreferenziali in grado di influenzare pesantemente il mondo politico e finanziario.

Praticamente sono fondi sovrani double face?

Esattamente. Danno comodo a certi notabilati politici locali potentissime fondazioni “double face” che gestiscono patrimoni pubblici enormi ma erogano senza alcun procedimento di evidenza pubblica, assumono senza concorsi e spendono senza vincoli effettivi, non subendo la normativa sanzionatoria in tema di reati contro la Pubblica Amministrazione né il controllo della Corte dei Conti. A quest’ultima assurda situazione sto lavorando e studiando nella mia qualità attuale di membro del Consiglio di Presidenza della magistratura contabile. Peraltro neppure più è utile il controllo delle banche che non sono più sostegno della struttura economica del Paese. Lo Stato avrebbe ben altri strumenti per governare il settore senza detenere partecipazioni. Quanto alle funzioni di sostegno culturale e sociale che avrebbero, sinceramente nessuno se ne è accorto specie al centro-sud.

Se il loro patrimonio è tutto di origine pubblica, ci spiega perché non torniamo al passato?  

Non crediamo che queste fondazioni abbiano dato grande prova di utilità nel “governo sociale” dei territori. In una ricerca della European Foundation Centre emerge che “nonostante pochi casi di buone pratiche, le fondazioni di origine bancaria rappresentano un quadro istituzionale molto asimmetrico ed irregolare, di recente colpito da gravi scandali, caratterizzato da una ambivalenza istituzionale tra la definizione statutaria di entità private ed il loro “pratico” comportamento come enti pubblici che frequentemente tratta o interagisce con questioni politiche e potere pubblico regionale o locale, che ha prodotto un livello crescente di biasimo”.  Orbene, i patrimoni delle fondazioni derivano dalle banche pubbliche trasformate e quindi sono risorse pubbliche. Attenzione, parliamo del vero fondo sovrano del Paese: è inammissibile che un sistema di tale portata, che ha ancora il controllo o comunque influenza  dominante sul sistema bancario, sia spesso ostaggio di notabilati locali. Facciamo riferimento a patrimoni rilevantissimi e a risorse enormi distribuite ogni anno sui territori di appartenenza. Pur volendo ammettere la logica del supporto ai territori, tutto deve avvenire secondo regole di trasparenza, efficienza, legalità, non come avviene adesso, peraltro sotto il controllo della Corte dei Conti, visto che non rileva la natura del soggetto ma la natura delle risorse.

Ma le comunità locali, specie nel Nord Italia, si vedrebbero sottratte queste funzioni, non le pare?

Investire i lauti profitti delle banche in opere a sostegno delle comunità può sembrare a prima vista un progetto meritorio, nel quale le fondazioni assumono un ruolo di moderno mecenate. Ma, tolto il velo dell’apparenza, la situazione si rivela ambigua e gestita senza alcuna trasparenza, poichè qui non vi è un mecenate privato, ma un’istituzione che elargisce risorse derivanti dalla originaria proprietà pubblica. Vi sono presidenti di fondazioni che le gestiscono di fatto ormai da trent’anni, in modo da sopravvivere a se stessi. Peraltro, l’obbligo per le fondazioni di investire il 90% dei proventi nella regione di appartenenza privilegia il nord rispetto al sud del Paese, contribuendo a enfatizzare una differenza di disponibilità che ha ormai ampiamente superato il livello di guardia. Inoltre, se le sedi delle grandi fondazioni e delle relative grandi banche sono concentrate al nord, lo stesso non si può dire dei loro correntisti, o in generale della loro attività operativa. Sarebbe agevole trasformarle in S.p.A. e assegnare i pacchetti azionari al Ministero del Tesoro, che potrebbe utilizzare parte delle azioni realizzando valori prossimi ai 50\60 miliardi di euro in funzione di “taglia debito”.

 

Lei propone dunque l’uso delle risorse delle fondazioni per abbassare il deficit?

Per ridurre il deficit, effettuare investimenti e disinnescare le clausole di salvaguardia. Le fondazioni hanno risorse tali bastevoli non per una ma tre finanziarie. Si può agevolmente fare quanto fu fatto per l’Eni e l’Enel.  Trasformare per legge le banche pubbliche e le casse di risparmio in società per azioni, con attribuzione dei titoli azionari al ministero del Tesoro, che provvede con gradualità a mettere poi  sul mercato le azioni. Sarebbe una operazione di  privatizzazione a due livelli che comprenderebbe  anzitutto  i pacchetti azionari delle spa bancarie possedute ora dalle Fondazioni e poi tutti  i beni e le altre attività non bancarie che sono ora nel patrimonio delle Fondazioni. In ogni caso, lo Stato ripeto avrebbe strumenti per governare il settore senza detenere partecipazioni.

Mi scusi professore, a sentirla spiegare con una semplicità disarmante, sembra tutto così facile. Allora, mi dica, perché non si fa?

In realtà è difficilissimo a causa del vero problema italiano: la cattura del regolatore. Quello che le ho disegnata è la soluzione più facile ma la più difficile da perseguire in questo Paese. La lobby delle fondazioni è la più potente di tutte, altro che concessionari di autostrade o delle cave di massa carrara, o dei petroli o delle armi. Siamo di fronte al più grande potentato italiano che peraltro vive nell’ombra e di cui la gente non si accorge. Immagini i gestori dei fondi sovrani italiani, i loro accoliti, i notabili locali ed i politici beneficiati se si fanno sottrare il più grande bene pubblico ad uso privato del mondo moderno. Di fatto, le Fondazioni bancarie, pur nell’originario divieto, non hanno cessato di occuparsi delle attività bancarie perché hanno un ruolo determinante nella nomina degli amministratori. E nel contempo dispongono di cospicue risorse da destinare liberamente e senza evidenza pubblica sui territori a iniziative culturali e  beneficenza, di grande incidenza sulle realtà del territorio. Risorse che sono al di fuori di ogni regola di bilancio pubblico.  Sono quindi un centro di potere spaventoso ed ormai autoreferenziale. È più facile aumentare l’Iva, eliminare misure di sostegno al reddito e raddoppiare l’Imu ai semplici cittadini che non contano nulla. Scommettiamo che se qualcuno lo proponesse si alzerebbero armi di distrazione di massa e polverone che neppure all’epoca della glaciazione si cono mai visti……questa è l’Italia mio caro!

Giornalista. Ho lavorato in Rai a Cronache in Diretta. Ho scritto per Panorama ed Economy, magazines del gruppo Mondadori. Sono stato caporedattore e socio fondatore assieme al direttore Emilio Carelli di Sky tg24. Ho scritto libri: "Monnezza di Stato", "Monnezzopoli", "i sogni dei bimbi di Scampia" e "La mafia è buona". Ho vinto il premio Siani, il premio cronista dell'anno e il premio Caponnetto.

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Conte riparte da Sud: ora alta velocità e G20 a Bari

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Promette treni ad alta velocita’, uno sviluppo “Green” incentivato da tasse piu’ basse e anche il G20 a Bari. Apre la Fiera del Levante, Giuseppe Conte. C’e’ ancora un “confine” da superare tra Sud e Nord del Paese, ricorda: serve un “piano straordinario” e “strutturale” per il Meridione e ora si puo’ iniziare a realizzarlo. Perche’, e’ questa la vera promessa del premier, l’Europa e i mercati “scommettono” sul nuovo governo. E’ questa la differenza rispetto a un anno fa. “Europa, Mezzogiorno e ambiente” sono al centro della “nuova stagione riformatrice” e di un vero e proprio “patto” con l’Ue, spiega Conte, che dopo essere stato a Bruxelles e nelle aree terremotate del Centro Italia pronuncia tra gli stand baresi il primo intervento pubblico dopo la fiducia. Ad accoglierlo all’inaugurazione della Fiera del Levante ci sono tutti esponenti Pd, che un anno fa ascoltavano dall’opposizione: i ministri Francesco Boccia, Teresa Bellanova e Peppe Provenzano, oltre al sindaco Antonio Decaro e il governatore Michele Emiliano. Se il governo M5s-Pd si fosse fatto un anno fa “ci saremmo risparmiati fatica inutile e tragiche contraddizioni”, dice Emiliano, festeggiando l’addio di Conte alla Lega. Il premier non raccoglie l’assist. Ma rilancia con una promessa alla Puglia, che e’ anche la sua regione: “Mi impegno a considerare la candidatura di Bari a ospitare il G20 nel 2021”. A margine della fiera Conte, che ha tenuto la delega alla disabilita’, incontra un gruppo di disabili e promette loro misure per i “caregiver” e un forum permanente di confronto. Ma e’ soprattutto di economia che si parla a Bari. Conte non svela misure della prossima manovra ma disegna il quadro in cui si muovera’ il suo nuovo governo: il Meridione e’ tra i cardini del “patto con l’Europa” che ha proposto alla nuova commissione Ue, spiega. E per trasformare le promesse in crescita, ora c’e’ un tesoretto: un “capitale di fiducia” di cui, sottolinea, gode il nuovo governo in Europa e sui mercati, dove ha gia’ portato a risparmiare miliardi con il calo dello spread. E’ la vigilia di una manovra tanto difficile che Conte deve tornare a rassicurare che il governo giallorosso non introdurra’ “mai patrimoniali”. Ma il premier guarda gia’ avanti con ottimismo e promette per il futuro “una significativa riduzione del carico fiscale su famiglie con medio e basso reddito e le imprese, in particolare quelle che innovano”. Via la flat tax, torna la progressivita’. Con l’asse piu’ a sinistra, si rafforza l’accento “green”: il progetto e’ sperimentare al Sud una “svolta sostenibile e infrastrutture sociali” per la crescita. Conte parla anche di un tema che ha tenuto banco nel governo M5s-Lega come l’autonomia, ma per dire che Nord e Sud sono molto “dipendenti”, contrapporli non ha senso. Tra le leve cita la Banca pubblica per gli investimenti. Tra gli obiettivi: economia circolare, investimenti in scuola e universita’, attenzione al clima, la costituzione di un “fondo” per incentivare “le imprese che adotteranno prassi socialmente responsabili e saranno attente alla sicurezza dei lavoratori”. E infine la promessa di un Sud che si muove ad alta velocita’: a partire dalla Bari-Napoli, “investiremo” su ferrovie e trasporto locale. Il piano per il Sud sara’ “straordinario” ma stavolta “strutturale”.

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Vinitaly, vino verso saldo record bilancia: oltre 6 miliardi

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L’Italia del vino italiano si appresta quest’anno a superare per la prima volta i 6 miliardi di euro di saldo di una bilancia commerciale strutturalmente attiva, sebbene nel primo semestre la crescita (+3,3%, a circa 3 miliardi di euro) sia meno vigorosa rispetto al passato e il prezzo medio registri un calo significativo, specie nell’area Ue. Volano le vendite nei Paesi terzi oggetto di trattati di libero scambio (Giappone, Canada, Corea del Sud), mentre l’incremento negli Usa è inferiore rispetto alla media del mercato e in Cina si affacciano gli sparkling, unica tipologia segnalata in crescita nel Dragone. E’ l’aggiornamento sul mercato del vino dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, che ha analizzato i dati semestrali export a fonte Istat e le performance della domanda extra-Ue a base doganale nei primi sette mesi del 2019. ”Un record che va salvaguardato puntando ancora di piu’ sui mercati esteri emergenti e sulla crescita della fascia premium. Presidio Vinitaly in mercati top serve a questo” sottolinea il Dg di Veronafiere, Giovanni Mantovani.

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Confindustria, “tassa” sul contante per più gettito

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Incentivi all’uso della moneta elettronica e una ‘tassa’ sui prelievi per disincentivare il contante. E’ questa la ‘ricetta’ del Centro studi di Confindustria per far recuperare gettito attraverso la riduzione dell’evasione fiscale. La proposta, avanzata nell’ambito del dibattito in vista della prossima legge di bilancio, non comporterebbe oneri aggiuntivi netti per la finanza pubblica e consentirebbe, attraverso una commissione del 2% sul contante, di recuperare circa 3,4 miliardi l’anno. “Negli ultimi anni sono stati fatti molti passi avanti in Italia nella lotta all’evasione fiscale, che ha portato gradualmente all’emersione di gettito: ne e’ un esempio il recente intervento sulla fatturazione elettronica. Malgrado cio’, la perdita di gettito fiscale e contributivo e’ stimato ancora sopra ai 100 miliardi di euro (fonte Mef), solo in parte attribuibile a grandi evasori”, evidenzia il Csc, facendo notare come l’Italia sia uno dei paesi dove l’utilizzo di carte di pagamento e’ meno diffuso (meno della meta’ della media Ue, che e’ di oltre 100 transazioni pro-capite annue): ma proprio “l’utilizzo maggiore di metodi di pagamento digitale – sostiene il Csc – puo’ far emergere gettito fiscale modificando le abitudini di spesa dei consumatori finali”. La proposta del Centro studi di Viale dell’Astronomia si articola su due interventi: da una parte incentivare l’uso di moneta elettronica garantendo un credito di imposta del 2% al cliente che effettua i pagamenti con carte di pagamento o bonifici bancari; dall’altra disincentivare il contante introducendo una commissione in percentuale dei prelievi da Atm o sportello oltre una certa soglia mensile. Con la ‘tassa’ sul contante, in particolare, il Csc ipotizza che, esentando i prelievi mensili fino a 1.500 euro (quindi un’esenzione per il 75% dei conti italiani), con una commissione del 2% sui prelievi eccedenti i 1.500 euro, si avrebbe un gettito annuale di circa 3,4 miliardi. “Sostanzialmente in linea con quello necessario per coprire il mancato gettito dovuto allo sconto sulle transazioni elettroniche derivante dalla prima misura per il 2020”, spiega il Csc. Lo ‘sconto’ sulla moneta elettronica, ipotizzando l’entrata in vigore nel 2020, calcola il Csc, “verrebbe compensato dall’emersione di attivita’ finora non tassate a partire dal terso anno, rendendo la misura positiva dal punto di vista degli effetti sulla finanza pubblica soprattutto nel quarto anno”, cioe’ nel 2023, quando si stima un effetto netto di gettito per 2,48 miliardi di euro.

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