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Cronache

Uccisa in casa a sprangate, l’ipotesi dell’atroce morte della 73 enne Carmela Fabozzi

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Aggredita con ferocia, colpita piu’ e piu’ volte, e abbandonata esanime nel salotto di casa sua, apparentemente senza un apparente motivo: Carmela Fabozzi, 73 anni, e’ stata uccisa nel suo salotto ieri a Malnate (Varese), con un corpo contundente, o piu’ di uno, forse una spranga, di cui pero’ non c’e’ traccia. La donna, vedova, viveva in una casa di corte della cittadina varesina, dove molti la conoscevano e la ricordano come una donna gentile, riservata che ogni giorno faceva la sua passeggiata in paese. A trovarla cadavere all’ora di cena, ieri sera, e’ stato il figlio che, da circa un mese, si era trasferito a Malnate dopo la fine del suo matrimonio. L’uomo, rientrato dal lavoro intorno alle 20, ha aperto la porta di casa, che non presentava segni di forzatura e scassinamento, e non era chiusa a chiave, e si e’ trovato davanti il corpo senza vita di Carmela, sul pavimento del soggiorno. Immediata la richiesta di aiuto al 112, ma quando i soccorritori sono arrivati sul posto, non hanno potuto fare altro che confermare il decesso. L’autopsia, gia’ disposta dalla Procura di Varese, stabilira’ la causa esatta e l’orario della morte. Nessuno pare abbia sentito nulla. Ne’ un grido, ne’ una richiesta di aiuto, ne’ trambusto o visto qualcuno scappare. I carabinieri del Nucleo Investigativo di Varese, al lavoro dalla tarda serata di ieri, hanno sigillato la scena del crimine e repertato ogni piccolo elemento utile ad identificare il killer. Impronte, tracce biologiche, cosi’ come eventuali immagini di telecamere di videosorveglianza della zona. Sequestrato il telefonino della vittima, in modo da poter ricostruire le sue ultime ore di vita e capire se frequentava qualcuno , se il suo assassino e’ una persona da lei conosciuta e a cui ha aperto la porta di casa. L’alternativa e’ che la 73 enne si sia dimenticata di chiudere a chiave e sia stata sorpresa da un ladro, o che qualcuno sia riuscito a convincerla ad aprire e farlo entrare in casa. Cio’ che lascia perplessi gli investigatori e’ che dall’abitazione non sembra mancare nulla. Nessun cassetto rovesciato, nessun armadio a soqquadro. Al momento si esclude l’aggressione a sfondo sessuale, seppure solo l’esame autoptico potra’ chiarire definitivamente anche questo aspetto. Gia’ sentiti dagli inquirenti il figlio, che ieri notte e’ andato in Svizzera a casa della sua compagna, i vicini di casa, suo fratello e la sua compagna. Non risulta al momento alcun dissidio personale con familiari o vicini di casa. Le indagini al momento spaziano a 360 gradi dal delitto passionale alla rapina finita male. Qualcuno pero’ con Carmela ha scelto la strada della violenza, fino ad ucciderla.

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Cronache

Auto in fiamme, muore una donna

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Tragico pomeriggio a Vado Ligure, in provincia di Savona, dove una donna è morta in circostanze misteriose a causa dell’incendio di un’auto vicino a un distributore di benzina lungo la via Aurelia. Gli eventi hanno destato preoccupazione e confusione nella comunità locale, poiché la dinamica di quanto accaduto rimane ancora avvolta nell’ombra.

Al momento, non è stata fornita alcuna chiarezza sulla natura dell’incidente. Le autorità locali stanno conducendo un’indagine approfondita per determinare se si sia trattato di un gesto deliberato o di un tragico incidente. Ciò che è certo è che la donna è stata trovata senza vita al di fuori del veicolo incendiato, a pochi passi dal distributore di benzina. La sua identità non è stata resa nota pubblicamente, in attesa di informare i familiari più stretti.

L’incidente ha richiamato prontamente l’intervento di diverse squadre di soccorso. I vigili del fuoco hanno lavorato incessantemente per domare le fiamme, mentre l’automedica del 118 ha tentato di prestare soccorso alla vittima. I carabinieri e i membri della Croce Rossa di Savona si sono mobilitati per garantire il controllo della situazione e fornire supporto alle indagini in corso.

 

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Last Banner, aumentano le condanne per gli ultrà della Juventus

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Sugli ultrà della Juventus la giustizia mette il carico da undici. Resta confermata l’ipotesi di associazione per delinquere, l’estorsione diventa ‘consumata’ e non solo più ‘tentata’, le condanne aumentano. Il processo d’appello per il caso Last Banner si chiude, a Torino, con una sentenza che vede Dino Mocciola, leader storico dei Drughi, passare da 4 anni e 10 mesi a 8 anni di carcere; per Salvatore Ceva, Sergio Genre, Umberto Toia e Giuseppe Franzo la pena raggiunge i 4 anni e 7 mesi, 4 anni e 6 mesi, 4 anni e 3 mesi, 3 anni e 11 mesi. A Franzo viene anche revocata la condizionale.

La Corte subalpina, secondo quanto si ricava dal dispositivo, ha accettato l’impostazione del pg Chiara Maina, che aveva chiesto più severità rispetto al giudizio di primo grado. Secondo le accuse, le intemperanze da stadio e gli scioperi del tifo furono, nel corso della stagione 2018-19, gli strumenti con cui le frange più estreme della curva fecero pressione sulla Juventusper non perdere agevolazioni e privilegi in materia di biglietti. Fino a quando la società non presentò la denuncia che innescò una lunga e articolata indagine della Digos. Già la sentenza del tribunale, pronunciata nell’ottobre del 2021, era stata definita di portata storica perché non era mai successo che a un gruppo ultras venisse incollata l’etichetta di associazione per delinquere. Quella di appello si è spinta anche oltre.

Alcune settimane fa le tesi degli inquirenti avevano superato un primo vaglio della Cassazione: i supremi giudici, al termine di uno dei filoni secondari di Last Banner, avevano confermato la condanna (due mesi e 20 giorni poi ridotti in appello) inflitta a 57enne militante dei Drughi chiamato a rispondere di violenza privata: in occasione di un paio di partite casalinghe della Juve, il tifoso delimitò con il nastro adesivo le zone degli spalti che gli ultrà volevano per loro e allontanò in malo modo gli spettatori ‘ordinari’ che cercavano un posto. Oggi il commento a caldo di Luigi Chiappero, l’avvocato che insieme alla collega Maria Turco ha patrocinato la Juventus come legale di parte civile, è che “il risultato, cui si è giunti con una azione congiunta della questura e della società, è anche il frutto dell’impegno profuso per aumentare la funzionalità degli stadi”. “Senza la complessa macchina organizzativa allestita in materia di sicurezza – spiega il penalista – non si sarebbe mai potuto conoscere nei dettagli ciò che accadeva nella curva”. Fra le parti civili c’era anche Alberto Pairetto, l’uomo della Juventus incaricato di tenere i rapporti con gli ultrà.

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Malore in caserma, muore vigile del fuoco

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Ha accusato un malore nella notte tra domenica e lunedì nella caserma dei vigili del fuoco del Lingotto a Torino ed è morto dopo circa un’ora all’ospedale delle Molinette, dove era stato ricoverato. L’uomo, Samuele Del Ministro, aveva 50 anni ed era originario di Pescia (Pistoia). In una nota i colleghi del comando vigili del fuoco di Pistoia ricordano come Del Ministro avesse iniziato il suo percorso nel corpo nazionale dei vigili del fuoco con il servizio di leva, per poi entrare in servizio permanente nel 2001, proprio al comando provinciale di Torino, da cui fu poi trasferito al comando di Pistoia.

Per circa vent’anni ha prestato servizio nella sede distaccata di Montecatini Terme (Pistoia), specializzandosi in tecniche speleo alpino fluviali e tecniche di primo soccorso sanitario. Ha partecipato a tante fasi emergenziali sul territorio nazionale: dal terremoto a L’Aquila, all’incidente della Costa Concordia all’Isola del Giglio, fino al terremoto nel centro Italia. “Un vigile sempre in prima linea – si legge ancora -, poi il passaggio di qualifica al ruolo di capo squadra con assegnazione al comando vigilfuoco di Torino e a breve sarebbe rientrato al comando provinciale di Pistoia. Del Ministro lascia la moglie e due figli”.

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