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Terremoto in casa Rai, Fuortes revoca l’incarico a Orfeo

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La notizia è esplosa come un terremoto a Viale Mazzini, non solo perchè arriva a poche settimane dalla presentazione dei palinsesti autunnali della Rai, ma soprattutto perche’ rischia di minare gli equilibri e il futuro del vertice della tv pubblica. L’amministratore delegato Rai, Carlo Fuortes, ha deciso di revocare le deleghe di direttore dell’approfondimento a Mario Orfeo, proprio ora che la riforma dell’organizzazione aziendale, basata sui generi, sta per entrare pienamente in vigore. Dopo l’anticipazione di Dagospia, la conferma non e’ arrivata direttamente dalla Rai. Il presidente della Commissione di Vigilanza Alberto Barachini, dopo aver interloquito con l’azienda, ha pero’ deciso di convocare in audizione Fuortes per avere chiarimenti sulla decisione, data dunque per cosa fatta. Un passo che Fuortes avrebbe deciso di fare negli ultimi giorni. Ieri era in programma un incontro che i consiglieri avevano chiesto con i direttori di genere per avere un confronto anche in vista della presentazione dei palinsesti in programma il 28 giugno a Milano. Incontro saltato poi all’ultimo momento, a quanto pare perche’ le slide di Orfeo non erano pronte. Sembra che ci siano state difficolta’ legate al rodaggio di una macchina complessa, che rappresenta una grande novita’ per la Rai, ma fonti della direzione approfondimento spiegano che non c’e’ stato alcun ritardo. A far traboccare il vaso sarebbero stati alcuni articoli di stampa, critici sui vertici di Viale Mazzini, in particolare del Foglio, che sarebbero stati visti da Fuortes come un attacco partito dall’interno dell’azienda, riconducibile in qualche modo proprio a Orfeo. Ipotesi che chi ha parlato con l’ex direttore generale definisce pero’ come pura fantasia. Sullo sfondo le polemiche legate ai talk, con gli interventi della Commissione di Vigilanza e del Copasir contro la presenza dei giornalisti russi a #Cartabianca.

Orfeo era al lavoro per rivedere il palinsesto per la prossima stagione. Si era parlato negli ultimi tempi di possibili spostamenti del programma di Lucia Annunziata, di modifiche per Report, oltre che di cancellazioni di #Cartabianca. Poi, secondo le indiscrezioni, si sarebbe arrivati a una conferma di tutti i programmi principali dell’approfondimento Rai, anche dopo un incontro chiarificatore tra Fuortes e Berlinguer. In arrivo ci sarebbero un programma di Giorgio Zanchini per l’estate e uno di Ilaria D’amico per il prossimo autunno. Lo stesso Fuortes aveva annunciato in Commissione di Vigilanza diverse novita’, criticando l’opportunita’ di insistere con i talk d’informazione sul servizio pubblico. Movimenti che hanno messo in fibrillazione il mondo politico. Oggi fonti del Nazareno si dicono stupefatte dal metodo e dal contenuto della linea di Fuortes su Orfeo e assicurano: “Certo, il Pd difende Mario Orfeo”.

Una presa di posizione che non puo’ lasciare tranquillo l’ad, scelto dal premier Mario Draghi per mettere ordine e rilanciare Viale Mazzini. “Parliamo dell’informazione, che rappresenta la missione piu’ importante del servizio pubblico pagato da quasi 2 miliardi di euro dei cittadini: possibile che non ci sia nessuna trasparenza?”, attacca il deputato di Italia Viva Michele Anzaldi, che chiede un immediato confronto in Vigilanza. L’audizione non dovrebbe pero’ tenersi in tempi brevi per via della pausa dell’attivita’ parlamentare in vista del referendum. Sembra comunque che a prendere l’interim dell’Approfondimento sara’ Antonio Di Bella, attuale direttore del Day Time. Un incarico, quest’ultimo, che potrebbe finire ad Angelo Mellone. Sempre che non trovino conferma i rumors su una clamorosa marcia indietro dell’ad, che al momento non ha fatto alcuna dichiarazione ufficiale.

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Nasce il centro per l’Ia, si parte da auto e aerospazio: investimento miliardario a Torino

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E’ finalmente operativa, dopo una lunga attesa, la Fondazione Ai4Industry. Il centro nazionale presidierà da Torino le applicazioni dell’intelligenza artificiale ai settori industriali: si partirà da aerospazio e automotive, ma l’obiettivo è andare oltre. A battezzarla – nella cornice storica del Museo del Risorgimento di Torino – sono stati tre ministri: Giancarlo Giorgetti dell’Economia, Adolfo Urso delle Imprese e del Made in Italy e Anna Maria Bernini dell’Università.

Con loro il sindaco Stefano Lo Russo e il governatore del Piemonte Alberto Cirio, ma anche molti manager di grandi gruppi. “Lo Stato spenderà nei prossimi cinque anni 1,7 miliardi nell’intelligenza artificiale, ma non conta il dispiegamento di risorse, quanto la capacità di spenderle efficacemente” spiega Giorgetti. “E’ la sommatoria degli stanziamenti in diversi ambiti dell’intelligenza artificiale. Ci rendiamo conto che rispetto all’ammontare degli investimenti dei colossi americani e cinesi magari è poca cosa. L’importante è focalizzarsi su un aspetto forte della nostra economia che è la manifattura. Se ci concentriamo sull’intelligenza artificiale applicata alla manifattura possiamo dire la nostra”, aggiunge il ministro dell’Economia.

“E’ un evento importante per Torino, per il Paese e per il sistema industriale. Non poteva che nascere qui, dove è partita la rivoluzione industriale. La persona deve essere sempre al centro” dice Urso che sottolinea il collegamento con i centri di Genova, Bologna e Pavia. “Non dobbiamo subire l’intelligenza artificiale, ma governarla. L’azione del governo è finalizzata a incardinare nel Paese infrastrutture strategiche di ricerca” afferma Bernini. La sede di partenza sarà nella cosiddetta “farfalla”, lo stabile accanto al grattacielo della Regione Piemonte nato per ospitare i convegni e gli eventi. Sarà presieduta da Fabio Pammoli, docente di Economia al Politecnico di Milano.

Giorgetti ha indicato “target sfidanti”: entro 3 anni le entrate da risorse esterne devono essere pari al fondo di dotazione dello Stato di 20 milioni, entro 5 anni i proventi da collaborazione industriale dovranno superare la dotazione del fondo statale. “Apprezziamo l’iniziativa del governo di istituire una Fondazione dedicata che potrà mettere a sistema e dare impulso al mondo della ricerca, dell’industria e degli investimenti finanziari. Come Cdp Vc collaboreremo attivamente per contribuire alla riuscita dell’iniziativa” afferma l’amministratore delegato di Cdp Venture Capital, Agostino Scornajenchi. “È un progetto a cui lavoriamo dal 2020, avevamo iniziato con l’ex sindaca Appendino e siamo andati avanti con Lo Russo.

Il Covid lo ha rallentato senza mai metterlo in discussione. È un fatto storico per l’Italia e per il Piemonte” sottolinea Cirio. “Un nuovo salto epocale come la rivoluzione industriale e quella digitale. Il fatto che il governo abbia scelto Torino punto di partenza. Torino è una delle capitali industriali d’Europa, l’ambizione che dobbiamo avere è continuare a fare squadra”, aggiunge Lo Russo.

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De Luca, eliminare decontribuzione sarebbe l’attacco più pesante

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“A me non è chiaro nulla di quello che dice Fitto. Se a voi è chiaro, vi chiedo di spiegarmi. Sono stati i media a raccontarci delle decisioni sulla Decontribuzione Sud, sentivamo le voci sulla decontribuzione che verrebbe eliminata. Non sappiamo niente, non conosciamo i testi scritti, non conosciamo i decreti, non conosciamo le carte del Pnrr, non conosciamo niente”. Lo ha detto il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca commentando, a margine di un incontro sui trasporti a Napoli, le parole del ministro della coesione e del Sud Fitto sulla Decontribuzione Sud.

“Questo sarebbe – ha detto De Luca – l’attacco più pesante al Sud. La decontribuzione era una misura strutturale e generale, non distingueva le categorie, i giovani, gli anziani, le donne, valeva per tutti gli assunti del sud. Questa sì che era una misura strutturale, quindi dal mio punto di vista bisogna fare una trattativa con l’Europa per renderla permanente questa misura, non per eliminarla. Altrimenti davvero qui al Sud non c’è nessun motivo per venire ad investire per un imprenditore. Guardate l’esperienza della Zes, in cui si è fermato tutto dopo la riforma. Quello che si è messo nel momento sono le zone logistiche semplificate, che sono previste per il nord e vanno avanti”.

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Mattarella a New York, salta la visita alla Columbia

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La visita di Sergio Mattarella alla Columbia University, all’interno del suo viaggio a New York essenzialmente dedicato alle Nazioni Unite, è stata cancellata. La Columbia University di New York è al centro di un ciclone politico che sta occupando i media da settimane e spaccando la società americana, oltre a preoccupare molto i democratici che con Joe Biden si stanno avvicinando alle temute elezioni presidenziali di Novembre. Proprio in questo college prestigioso doveva andare – secondo il programma – il prossimo sette maggio il presidente della Repubblica per un incontro con il Comitato di garanzia dell’Italian Academy.

Un incontro programmato da tempo che doveva chiudere la visita a New York del capo dello Stato che inizierà domenica prossima per chiudersi proprio il 7 maggio. Ma gli ultimi avvenimenti e l’inarrestabile crescendo delle polemiche sull’università e sulla sua rettrice, Nemat Shafik, hanno portato il Quirinale ad una valutazione che ha sconsigliato una visita che avrebbe potuto essere strumentalizzata da un lato e dall’altro. Sono almeno 2.000 le persone arrestate nei campus americani nell’ambito delle proteste pro-Gaza.

La situazione per le agitazioni studentesche negli Stati Uniti è incandescente: solo a Ucla, in California, ci sono stati 200 fermi portando il totale a più di 2.000 arresti dalla metà di aprile, da quando la polizia è entrata la prima volta nel campus della Columbia, anch’esso sgombrato dalla polizia. Quanto sta accadendo negli Usa non è facile da decifrare dal vecchio continente, soprattutto tenendo presente quanto la politica sia entrata pesantemente nelle scelte delle università anche attraverso le pressioni del Congresso. Da circa un mese le proteste studentesche pro-Palestina negli Stati Uniti crescono di giorno in giorno negli atenei. Ma l’arresto di 108 manifestanti (circa il 20 per cento di religione ebraica) alla Columbia University di New York il 18 aprile scorso ha cambiato tutto: le forze dell’ordine sono state chiamate proprio dalla rettrice Shafik, che è di origine egiziane ed è musulmana.

Una vicenda che ha provocato l’attenzione dei media e aperto un durissimo confronto politico anche perché l’ateneo è frequentato da un gran numero di studenti di origine ebraica che hanno fatto sapere di non sentirsi più sicuri. La rettrice, di fronte all’accampamento di studenti nei prati della Columbia ha chiesto l’aiuto della forza pubblica spiegando che l’accampamento metteva “a repentaglio il regolare funzionamento dell’università”.

Poco prima la rettrice era stata al Congresso per un’audizione sul contrasto all’antisemitismo. Da qui l’inferno: la Shafik è finita doppiamente sotto tiro, da parte dei repubblicani che l’accusano di non essere riuscita a contenere le proteste pro-Gaza sul campus, ma anche da parte di molti professori che le contestano di aver chiamato la polizia. In effetti era la prima volta dalle proteste anti-Vietnam che le forze dell’ordine rientravano alla Columbia in assetto anti-sommossa. In questa polveriera ovviamente i repubblicani soffiano sul fuoco e il clima pre-elettorale non aiuta. Naturale che in questo clima il Quirinale abbia deciso di cancellare la visita. Tra l’altro Mattarella era già stato alla Columbia nel 2016 quando incontrò Barak Obama e nell’ateneo tenne un “lectio”.

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