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Politica

Partono riforme, primo focus sulla legge elettorale

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Parte il treno delle riforme, istituzionali ed elettorale, che dovrebbero essere uno degli assi portanti per irrobustire la durata temporale del governo Conte 2. Il Pd ha tenuto una prima riunione sulle riforme che dovrebbero accompagnare la legge sul taglio dei parlamentari – targata M5s – mentre su una formula elettorale proporzionale la maggioranza sembra convergere, anche se va ancora precisato in quale modello concreto declinarla. Questo provoca la reazione di Matteo Salvini che ribadisce la propria volonta’ di difendere una impostazione maggioritaria, e in tal senso annuncia di voler mettere in campo i propri presidenti di Commissione per intralciare il cammino della maggioranza. Il programma della maggioranza, al punto 10, afferma che essa votera’ presto (“nel primo calendario utile della Camera”) la legge sul taglio dei parlamentari, che pero’ dovra’ essere accompagnata dalle “garanzie” che, a livello di modifiche costituzionali e legge elettorale, “garantiscano” la rappresentanza. Nella riunione del Pd di oggi si e’ ragionato innanzitutto a livello di metodo, per raccordare il lavoro dei parlamentari con quello del partito, nonche’ con gli alleati di M5s e Leu. E infatti oltre che ai capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci e altri deputati esperti, erano presenti il responsabile riforme del partito Andrea Giorgis e Dario Franceschini capodelegazione nel governo. Stesso ragionamento sulla legge elettorale. Delrio ha spiegato che in ogni caso il Pd intende concordare con “gli alleati di M5s e Leu” il contenuto e il percorso. Le riforme costituzionali che potrebbero essere messe in campo riguardano il voto ai diciottenni in Senato, il taglio del numero dei delegati regionali che prendono parte all’elezione del presidente della Repubblica e la sfiducia costruttiva, per stabilizzare il sistema proporzionale. Ma si potrebbe prendere in esame anche altre riforme che riguardano il bicameralismo; per esempio la partecipazione dei Governatori delle Regioni alle sedute del Senato che affronta leggi che riguardano le Regioni, o una ulteriore differenziazione tra Camera e Senato. Ma e’ la legge elettorale di tipo proporzionale che agita i sonni di Salvini che difende il maggioritario: “chi ha un voto in piu’ vince e governa” ha detto in Aula. E’ il maggioritario, infatti, che tiene insieme il centrodestra. La Lega dara’ battaglia in Parlamento anche perche’ ha ancora i presidenti di diverse Commissioni alla Camera e al Senato, che non hanno intenzione di dimettersi per far spazio a esponenti della nuova maggioranza: “non ci pensiamo proprio a lasciare le presidenze – ha detto il capogruppo Massimiliano Romeo – li faremo impazzire fino alla fine”. Frase che obblighera’ la maggioranza a prendere contromisure: da un rafforzamento delle squadre nelle varie commissioni fino al “bazooka”: dimettersi in massa per provocare la nascita di nuove Commissioni con nuovi presidenti, come hanno suggerito nei giorni scorsi i costituzionalisti Salvatore Curreri e Francesco Clementi.

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Politica

I militanti del M5S dicono sì al Raggi bis per il Campidoglio

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Adesso e’ ufficiale: con il via libera di Rousseau Virginia Raggi potra’ correre sotto il simbolo M5s per il secondo mandato alla guida di Roma Capitale. “Avanti a testa alta, insieme – esulta sui social – E’ un compito complesso, che richiede sacrificio, tempo, costanza e umilta’, ma noi crediamo in un progetto. E sappiamo che siamo ‘scomodi’ a tanti”, quelli che “vogliono bloccare questo cambiamento e tornare al passato, all’immobilismo, a decenni di abbandono, ai favori ai soliti noti”. Prima l’annuncio in una riunione politica, poi il ‘daje’ di Beppe Grillo (preceduto, tempo fa, da un rude endorsement in romanesco), ora la benedizione della piattaforma web. Per i fedelissimi di ‘Virginia’ e’ festa: “Ora – dice il capogruppo M5s Giuliano Pacetti – non ci sono piu’ ostacoli”, mentre il consigliere Paolo Ferrara parla di “plebiscito che schiaccia polemiche e polemicanti”. Piuttosto, dice Maria Teresa Zotta, “e’ il momento del programma”. Che pero’, almeno negli indirizzi, c’e’ gia’, ed e’ la sindaca stessa a delinearlo su Facebook: innanzitutto le periferie (“coloro che non hanno mai avuto voce”), ma anche il lavoro “che significa dignita’” da rilanciare “dopo la crisi Covid” e la legalita’: “Questo – spiega la sindaca – e’ il momento del riscatto” come quello “negli occhi degli abitanti” dopo l’abbattimento delle villette Casamonica: “I clan criminali stanno perdendo” aggiunge Raggi. Il tutto nel segno dell’onesta’: “Noi – rivendica – non rubiamo. Ogni risorsa che abbiamo la investiamo per i cittadini. Siamo una squadra – dice ancora – uniti vinceremo le sfide che ci attendono”. Squadra che pero’ non appare del tutto unanime: dopo il post senza peli sulla lingua del consigliere veterano Enrico Stefa’no, parecchi hanno notato il silenzio social di alcuni assessori, come Luca Montuori (che pero’ e’ un tecnico non iscritto al M5s), Veronica Mammi’ (tra l’altro moglie di Stefa’no) e Carlo Cafarotti. Ma in giunta e’ addirittura il vicesindaco Luca Bergamo a esprimere riserve sul metodo che lancia il Raggi-bis: “Una posizione risoluta, ma cosi’ e’ sbagliata” dice a un quotidiano. Bergamo appartiene all’area culturale della sinistra romana (fu consulente gia’ della giunta Rutelli), ed e’ stato talora considerato un possibile trait d’union tra dem e M5s. Legittimo, riflette oggi, che un sindaco aspiri al bis ma “questo non vuol dire che automaticamente debba essere il candidato. La rimozione del vincolo e’ giusta ma andava fatta prima, non di corsa e col sospetto che sia strumentale”. Bergamo si dice percio’ “preoccupato” di “fare un favore alla destra” che oggi “gongola” perche’ i due alleati del governo rosso-giallo, nella Capitale, correranno per forza divisi. E infatti il segretario dem Nicola Zingaretti, pur soddisfatto del voto di Rousseau che apre ai patti Pd-M5s alle Amministrative, su Roma deve fare un distinguo netto: “Non sosterremo mai la ricandidatura di Raggi – dice – perche’ credo che siano stati 5 anni drammatici per la Capitale. Occorre dar voce alla citta’, unire le forze produttive, sociali, culturali, indicare una speranza nuova”. Del nome del candidato se ne parlera’ dopo le Regionali di settembre: Per ora le voci affastellano nomi veri e ipotetici: Enrico Letta e David Sassoli, che hanno pero’ declinato, l’outsider Valerio Carocci, un discreto numero di donne come Monica Cirinna’, la capogruppo alla Regione Lazio Michela De Biase, la minisindaca del I Municipio Sabrina Alfonsi. Fuori dal partito ma a sinistra altri due minisindaci come Amedeo Ciaccheri e Giovanni Caudo sono pronti a scendere in campo. “Non c’e’ nessun ritardo, c’e’ una voglia di pensare ai contenuti, e poi di arrivare alla personalita’ che interpreti il cuore di Roma” dice ancora Zingaretti, che minimizza il peso della ricandidatura: “Lo fa il 99,9% dei sindaci dopo il primo mandato”. Raggi intanto e’ da oggi ufficialmente in corsa per tenersi stretta la fascia tricolore: “La rivoluzione – dice a chiosa di una foto sfondo Fori – non si ferma”.

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Rizzone (M5S) è il terzo deputato furbetto che ha incassato il bonus

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Dopo che la Lega ha sospeso i deputati Elena Murelli e Andrea Dara per aver percepito il bonus Inps di 600 euro, arrivano provvedimenti anche per Marco Rizzone(M5s). “In relazione alla vicenda del bonus da 600 euro, destinato a partite Iva, autonomi e professionisti, ho deferito il deputato Rizzone al collegio dei probiviri chiedendone la sospensione immediata e massima severità nella sanzione”, ha dichiarato il capo politico M5s, Vito Crimi. In pratica la espulsione. Rizzone, 37 anni, di Genova, è il deputato 5 Stelle che ha fatto richiesta del bonus autonomi durante la crisi coronavirus. Laurea in finanza e dottorato alla Scuola Sant’Anna di Pisa, è un imprenditore nel settore delle tecnologie e del turismo. Ha creato l’App Zonzo Fox, una guida turistica nelle città italiane. Eletto con il Movimento 5 Stelle ma non militante della prima ora, Rizzone è ora componente della commissione attività produttive della Camera e della commissione d’inchiesta sulle Banche. Nel 2019 ha dichiarato un reddito di 74.995 euro e il possesso di diverse azioni, da Enel a Leonardo, Pirelli ed Eni

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Candidati ed elezioni, perché votare e chi votare: consigli utili del professor Turco

Angelo Turco

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All’inizio, a fondamento di tutto, c’è l’ammaestramento di Nelson Mandela per coloro che vanno a votare: siano le speranze a guidare le nostre scelte, non le paure. Ma chi può dare speranza, in una competizione elettorale?

Distinguere una promessa da un raggiro non è facile. Ma provate a chiedetevi: perché costui, per dire, vuole essere eletto? A parte le legittime aspirazioni stipendiali, si capisce: più o meno, per un consigliere regionale anche senza curriculum, 5 volte la busta paga di un professore di liceo a fine carriera. A parte le comprensibili retoriche altruistiche: spirito di servizio, amore per il territorio e altre cose così, inverificabili e quindi che non impegnano e non costano nulla a chi le dice. A parte la solita voglia di “mettersi in gioco” o, per i parecchi ultra-settantenni che si vedono in giro, il solito desiderio di mettere “una preziosa esperienza” al servizio del Paese, della Regione, del Comune.

A parte tutto questo, che motivazioni ha, un candidato, per andarsi a ficcare nel ginepraio che ci aspetta? Che competenze ha per pretendere di affrontare come Sindaco, come Assessore, come Consigliere, una crisi economica, sociale, ambientale, sanitaria che si annuncia epocale?

La campagna elettorale priva di comizi, di bagni di folla, di passeggiate al mercato, di visite agli ospizi, di contatti porta a porta, marca l’ingresso dei social nel panorama della persuasione pubblica. Quella che era la prerogativa, e l’arma vincente, di personaggi di grande presa scenica -parlo di Trump, il totem digitale che trasforma gli elettori in followers, e viceversa; o di Salvini, in Italia, o di De Luca- diventa una specie di suckcomunicativo “de noantri“, il tripudio del “fai-da-te” internettisco. Le équipes specializzate in comunicazione pubblica sono spazzate via da un’orda di smanettatori che si improvvisano comunicatori, mettendosi al servizio di centinaia e centinaia di candidati spesso incapaci di andare oltre il discorso dei compleanni. Provate a cogliere il paesaggio mediale: a parte qualche brillante idea comunicativa, ci si trova di fronte a un buco nero di banalità, di discorsi di pancia per la pancia, di ammiccamenti, di buoni genitori che si occupano così bene dei loro figli e potrebbero, perché no?, occuparsi anche dei tuoi. Nessuna analisi, sia pure nel linguaggio dei social, nessuna argomentazione, nessuna prospettiva verificabile, nessuna soluzione tecnica di un qualche problema, nessuna presa di posizione ideologica.


Si mettono in circolo
, anche, rispettabili procedimenti partecipativi, per far sapere al candidato “ciò che tu vorresti egli facesse”, in forme alquanto grottesche. Qui, gente che prende la parola in pubbliche assemblee –ben distanziate e all’aperto, si capisce– per raccontarti quel che pensa della Cina o, come ho sentito, delle influenze cosmiche su quel che sta succedendo. Là, pratiche di “ascolto” in piazza, al tavolo del baracchino, dalle 10 alle 12, o dopo cena.

E’ la politica, bellezza, ti diranno. E se provassimo a chiedere, ai candidati, oltre al certificato penale e alla dichiarazione dei redditi, anche l’ultimo libro che ha letto, e quando?

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