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Meloni: se sarà referendum su riforme, vincerà il sì

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La riforma del premierato è arrivata al Quirinale e da qui dovrebbe passare al Senato, per il primo dei quattro passaggi parlamentari. Un percorso tutto da definire ma sul cui esito finale il governo sembra non avere dubbi. Lo confermano le parole della premier ad Affaritaliani.it: se l’elezione diretta del capo del governo non avesse i 2/3 dei voti necessari e si dovesse ricorrere al referendum, Giorgia Meloni è convinta che vinceranno i sì perché gli italiani “coglieranno l’occasione storica di accompagnare il Paese nella Terza Repubblica e renderla una democrazia matura, più stabile ed efficiente”. Insomma, la via della “madre di tutte le riforme” è tracciata, nonostante il cammino sia appena cominciato e forse anche per tentare un’accelerata rispetto all’altra riforma, l’autonomia differenziata targata Lega che è ben più avanti in Parlamento.

Il disegno di legge che porta la firma del ministro leghista Roberto Calderoli è pronto infatti a incassare il primo ok al Senato. Il 21 novembre la commissione Affari costituzionali voterà il mandato al relatore, mettendo così il primo sigillo. Un traguardo a cui si è arrivati dopo oltre 5 mesi (il disegno di legge è stato incardinato a fine aprile), 110 sedute, 649 emendamenti esaminati e 84 approvati di cui 44 delle opposizioni. Numeri sciorinati da Calderoli: recordman di presenze in commissione, riconosce che “la riforma procede, avanti così” ma non va oltre nelle previsioni sui tempi. L’approdo in aula sarà deciso dalla conferenza dei capigruppo. Da parte della Lega non è un mistero che la scommessa sarebbe di avviare la discussione entro fine anno. Più probabile slitti a gennaio, ipotizzano fonti di maggioranza. Di certo resta il traguardo più realista per la Lega ossia ottenere almeno un’approvazione prima delle Europee di giugno.

Un bottino importante da spendere in campagna elettorale. Segno però anche di un percorso a ostacoli che l’Autonomia ha subito finora al Senato, e non solo da parte delle opposizioni, per lo più compatte contro la riforma. Hanno pesato pure le rivalità tra Lega e Fratelli d’Italia, sfociate a volte in battibecchi e momenti di tensione vissuti in commissione. Ad esempio nel pomeriggio quando il forzista Mario Occhiuto di Forza Italia ha votato a favore di un emendamento delle opposizioni sulle vecchie intese tra Regioni e governo su livelli essenziali di prestazioni, convinto che “alla luce della riforma dell’autonomia, non possono essere date per acquisite” come invece prevede il testo. Da qui la tensione con la leghista Daisy Pirovano che gli avrebbe chiesto se non si vergognasse per quel voto in dissenso.

Occhiuto si sarebbe difeso dicendo – secondo quanto riferito – che lui non sarebbe “un pecorone”. Un ping pong che il centrosinistra ha denunciato come un vero e proprio scambio tra la riforma-bandiera dell’ex Carroccio e il premierato, spinto dai meloniani e atteso proprio al Senato. Ottenuta la bollinatura della Ragioneria di Stato, il disegno di legge è sul tavolo del presidente Sergio Mattarella. “Sarà un sequel a parti inverse”, è la previsione tagliente di Alessandra Maiorino, senatrice del M5s che per questo sottolinea l’ottima capacità di gestione che avrebbe avuto il presidente della commissione Affari costituzionali, Alberto Balboni, di FdI, ma solo “perché faceva gioco anche a lui provare a rialzare la posta”. E insiste: “E’ evidente che c’è stato uno scambio politico FdI-Lega e la prima vittima sono gli interessi del Paese”.

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Tar dice no a Sgarbi su sospensione delibera incompatibilità

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Il Tar del Lazio ha respinto la richiesta di Vittorio Sgarbi di sospendere urgentemente l’efficacia della delibera con la quale l’Antitrust il 31 gennaio scorso ha dichiarato la sua incompatibilità nella carica di ex sottosegretario alla Cultura per avere “svolto attività professionali in veste di critico d’arte, in materie connesse con la carica di governo in favore di soggetti pubblici e privati”. Il presidente della prima sezione del Tribunale amministrativo, con un decreto monocratico, ha considerato che “nella specie, non sussistono le condizioni per disporre l’accoglimento dell’istanza anzidetta nelle more della celebrazione della camera di consiglio”, che è stata fissata per il prossimo 6 marzo.

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FI nel segno di Tajani, ora avanti sulle nostre gambe

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Antonio Tajani è il primo segretario di Forza Italia dell’era post-Berlusconi. La due giorni di assise al Palazzo dei Congressi incorona il vicepremier con un voto all’unanimità alla guida del partito azzurro. “Ci ispiriamo a Berlusconi ma dobbiamo dimostrare anche di saper camminare con le nostre gambe”, sottolinea il segretario nel suo discorso finale. Nel quale ribadisce la metafora calcistica usata anche il primo giorno: “Non è facile indossare la fascia da capitano dopo che l’ha indossata Silvio Berlusconi, non sarò mai Maradona però ce la metterò tutta cercando di coinvolgere il maggior numero di persone”. L’appello ai delegati è, dunque, quello a fare squadra e – citando l’intervento svolto poco prima da Giorgio Mulè – a non “dividersi per mere soddisfazioni o tornaconti personali”.

Del resto da tempo il leader azzurro ha lavorato per arrivare a ‘sminare’ le possibili divisioni in vista del congresso. Da ultimo con la scelta di non far passare l’elezione di segretario e vice segretari dal voto nelle urne ma di procedere – non senza provocare qualche malumore tra i delegati – per acclamazione lasciando chiuse le urne elettorali già montate al Palazzo dei Congressi. Uno dei candidati vice segretari, Roberto Occhiuto, aveva chiesto che ci fosse una votazione in base alla quale, tra l’altro, il più votato avrebbe potuto essere investito anche del ruolo di vice segretario ‘anziano’ ovvero quello che fa le veci del segretario in caso di impedimento.

I vice – ha specificato Tajani – avranno tutti le stesse deleghe ma a ricoprire questo compito, non essendo passati per le urne sarà la più anziana, Debora Bergamini. I quattro vice segretari (Bergamini, Occhiuto, Alberto Cirio e Stefano Benigni) in ogni caso rappresentano un po’ tutte le anime del partito. Ma non compare un membro riconoscibile della minoranza. Che oggi si è fatta comunque sentire con i paletti di Licia Ronzulli che ha ricordato al segretario la “delicatezza” del ruolo da lui ricoperto e lo ha invitato a “dar valore a tutte le sensibilità di questa comunità”.

Da lunedì – fa sapere Tajani – si partirà con liste per le europee. L’obiettivo da sempre dichiarato per gli azzurri è quello del 10%. La competizione è aperta con la Lega e dal palco del Palazzo dei Congressi lancia un messaggio chiaro agli alleati: “non abbiano nulla da temere da noi” anche se “non possono chiederci di rinunciare alla nostra identità”. Un’identità chiaramente europeista e ben radicata nel Ppe che, per la prima volta, figura anche nel simbolo di Forza Italia. A suggellare l’appoggio agli azzurri da parte della famiglia dei popolari, del resto, sono stati Manfred Weber, prima e la presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola, la cui candidatura al bis alla guida del Parlamento Europeo – ha fatto sapere Tajani – sarà sostenuta dagli azzurri. Metsola, d’altra parte, intervenuta dal palco della kermesse, ribadisce la centralità del ruolo di Forza Italia negli equilibri che si delineeranno in Europa dopo il 9 giugno. “L’Europa è forte quando il centro costruttivo europeista lavora insieme”.

Altro ospite della giornata – a sorpresa – il leader della Cisl Luigi Sbarra che ha sottolineato con favore l'”endorsement” di Forza Italia alla proposta di legge di iniziativa popolare per la partecipazione dei lavoratori a governance e utili delle imprese. Subito dopo l’elezione a segretario Tajani ha fatto sapere di aver ricevuto un primo messaggio da Marina e dalla famiglia Berlusconi. Ieri Paolo si era fatto vedere al congresso sottolineando il “dovere” di fare un saluto alle assise della “creatura” di suo fratello. Oggi Tajani in qualche modo lo cita: “La famiglia Berlusconi – sottolinea – continua a seguire con affetto e attenzione e rispetto dei ruoli la più bella creatura di Silvio Berlusconi che è Forza Italia”.

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Lunedì norme sulla sicurezza del lavoro, torna il penale

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In arrivo la stretta sul lavoro nero e le irregolarità negli appalti. Le norme sulla sicurezza sono attese al Consiglio dei ministri di lunedì pomeriggio – dopo l’incontro in mattinata tra il governo e le parti sociali – e sul tavolo c’è un inasprimento delle sanzioni per chi non rispetta le regole. Anche penali. Tra le proposte, spiega la ministra del Lavoro Marina Calderone, c’è quella di reintrodurre “il reato penale per l’interposizione illecita di manodopera”, ovvero nei casi in cui la manodopera viene somministrata senza che ci sia un contratto di appalto regolare e un distacco di personale regolare. Nel 2016 c’è stata la depenalizzazione (con il decreto legislativo n. 8/2016) e da allora è prevista solo una sanzione amministrativa.

L’intenzione del governo è quella di tornare indietro. La somministrazione illecita “è uno dei reati più commessi” nell’ambito degli appalti, sottolinea la ministra ospite del “Forum in masseria”, e soprattutto in un settore come l’edilizia, dove più alto è il rischio di incidenti, bisogna intervenire ponendolo “sotto la massima attenzione”. Anche oggi un incidente mortale in un cantiere, ad Olbia, dove ha perso la vita un operaio di 43 anni. All’evento a Saturnia, Calderone incontra peraltro la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio, che chiede di “non fare provvedimenti di pancia e sulla comprensibile emozione” dopo la tragedia nel cantiere di Firenze. Sarebbe “sbagliato” farlo, risponde la ministra rimarcando che sul tema della salute e sicurezza il lavoro va avanti “da mesi”.

Tra le altre misure allo studio, lo stop dagli appalti da due a cinque anni in caso di gravi violazioni o di accertata responsabilità penale per reati in materia di salute e sicurezza e niente benefici fiscali e contributivi per le imprese irregolari. Si punta ad un provvedimento “organico” per il potenziamento della tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Prima del Consiglio dei ministri convocato nel pomeriggio di lunedì, il governo incontrerà i sindacati e le imprese a palazzo Chigi. “Abbiamo convocato le parti sociali per presentare le nostre riflessioni”, sottolinea Calderone. “Lunedì andiamo” all’incontro alle 8.30, dopo i sindacati “ci sono le imprese e poi il Cdm: “voglio capire che discussione è. Se è per dirci quello che hanno già deciso non funziona, serve una trattativa vera”, rimarca il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.

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