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Cronache

Varese, uccide il figlio di 7 anni e tenta l’omicidio della moglie: fermato

L’uomo, che era sottoposto alla misura restrittiva dei domiciliari, ha tentato la fuga ma è stato rintracciato dai carabinieri

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Un uomo di 40 anni ha ucciso il figlio di 7 anni nella sua abitazione a Morazzone (Varese). Poi si è recato a Gazzada, sempre nel Varesotto, e ha tentato di uccidere la moglie che era ospite dai suoi genitori. L’uomo, un pregiudicato sottoposto alla misura restrittiva dei domiciliari, ha tentato la fuga ma è stato fermato in mattinata dai carabinieri a Viggiù.

L’allarme è scattato intorno alle 19 di sabato quando l’uomo, dopo aver raggiunto la moglie che si trovava a casa dei genitori a Gazzada, l’ha aggredita cercando di ucciderla a pugnalate prima di scappare. La donna è stata soccorsa dai familiari e dal personale sanitario inviato sul posto da Areu ed è stata portata al pronto soccorso per le cure del caso. Non è in pericolo di vita.

I carabinieri si sono messi sulle tracce dell’uomo e hanno rinvenuto il corpo senza vita del figlio di 7 anni nascosto in un armadio dell’abitazione di Morazzone. Il piccolo era stato raggiunto da un fendente alla gola. In mattinata è arrivato quindi il fermo dell’uomo che è stato rintracciato a Viggiù.

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Vergogna, ha un bimbo autistico e non le affittano casa

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 “Stavolta il muro si e’ alzato. Non trovo casa, non me l’affittano. Appena, tra i redditi che presento, si accorgono che una parte deriva dagli aiuti economici statali a mio figlio, con diagnosi di spettro autistico, chiudono ogni rapporto”. Cosi’ Rosamaria “Rose” Caputi, catanese, ex attrice di teatro, trasferitasi da anni a Roma per inseguire il suo sogno professionale, affida la propria “disperazione” ai social e, poi, anche ai giornalisti. Rimasta vedova, mamma di tre figli, a fine giugno dovra’ lasciare casa. Ne cerca un’altra, sempre a Roma. Ma, rivela, non le affittano un’abitazione perche’ uno dei tre e’ affetto da sindrome autistica. E non e’ un problema economico perche’, spiega, “ho un reddito certificato derivante dalla reversibilita’ della pensione di mio marito e dagli aiuti statali stanziati per mio figlio e ho ripreso a lavorare part time con l’universita’”. Eppure, aggiunge, “quando un affittuario deve scegliere tra me e un’altra famiglia, vengo sistematicamente scartata”. “Porto in dote garanzie economiche stabili, ma nel mio caso i padroni dei trivani che ho visitato hanno solo guardato la situazione familiare scegliendo altri candidati: temono chissa’ quale quale comportamento, non sanno quale sia il livello di autismo di mio figlio, lui che ama il rapporto con gli altri e va vanti con i i suoi progressi”, dice. Ha ricevuto anche oggi telefonate di sostegno e qualche promessa di aiuto ma al momento nessun atto concreto che “possa risolvere la mia vita”. Ma non si arrende, seguendo due strade: privata e pubblica, perche’, dice con voce calma ma determinata, “non mi posso fermare, non me lo posso permettere”. Non cerca “aiuti economici, ne’ compassione di facciata”. La sua e’ una “difesa della mia famiglia, raccontando una storia che e’ simile a tante altre”. “Ci saranno migliaia di persone nella mia stessa identica situazione – osserva – e spero ci possa mettere insieme per sensibilizzare la societa’ sull’autismo, cosi’ poco conosciuto dai piu'”. E’ sorpresa dal “risalto mediatico” ottenuto dal suo post su Fb, pubblicato forzando la sua natura di “persona riservata”. Ma una cosa la contesta con fermezza: l’agire della societa’ che “a buona distanza si nasconde dietro solidarieta’ e accoglienza a parole o citazioni”, ma che “quando deve dimostrare coi fatti questi buoni sentimenti, si allontana, ti rifiuta”. E’ “triste dirlo, ma e’ cosi'”, e’ la sua amara constatazione, ma, ribadisce, che “di fronte a una discriminazione cosi’ umiliante non riesco a stare zitta”. Intanto ha ottenuto una serie di indirizzi di case da controllare e di agenzie immobiliari a cui rivolgersi e come fare ad avere l’attenzione dell’assessorato alle Politiche abitative del Comune di Roma. Non sono le soluzione, ma delle strade da seguire. Non e’ finita, e lo sa. La ‘battaglia’ per suo figlio e’ di quelle che durano tutta la vita.

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A 6 mesi positiva a cocaina, l’ombra dei maltrattamenti

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E’ ricoverata da circa un mese all’ospedale, con lesioni sospette lungo il corpo, e un’emorragia causata forse da un eccessivo scuotimento, ma ora i sanitari hanno scoperto anche la presenza di cocaina su una bimba di sei mesi, che si trova nella terapia intensiva dell’Ospedale di Padova. La piccola era stata trasportata d’urgenza il 9 maggio nella citta’ euganea, proveniente da Chioggia, localita’ all’estremita’ meridionale della Laguna di Venezia, dove era stata accolta due giorni prima al pronto soccorso, in preda a malesseri e a vomito. Le sue condizioni erano velocemente peggiorate, tanto da far sospettare una emorragia cerebrale, piu’ altri traumi sul corpo, che ne hanno consigliato il trasferimento in elicottero a Padova. I carabinieri hanno subito avviato gli accertamenti di rito con il nucleo familiare della piccola, per capire se le lesioni potessero essere riconducibili alla cosiddetta sindrome da “shaken baby”, ossia traumi gravi causati dallo scuotimento violento di un neonato nel tentativo di calmarne il pianto, oppure che si sia trattato di una disattenzione che le avrebbe causato un colpo alla testa. La Procura della repubblica di Venezia al momento ha aperto un fascicolo “modello 45”, cioe’ senza ipotesi di reato e senza indagati, in attesa di ulteriori accertamenti che vengono compiuti dai militari della Compagnia clodiense. Nel frattempo, a Padova i medici hanno compiuto tutte le analisi del caso, e pian piano le condizioni della piccola sono migliorate, anche se e’ tuttora ricoverata nella terapia intensiva pediatrica, dove e’ sottoposta a costante monitoraggio per i traumi fisici che presentava al momento del ricovero. E dalle analisi condotte sulla neonata e’ spuntata la presenza della sostanza stupefacente, in particolare nei capelli e sulla sua pelle. Non si tratta comunque di una presenza organica, legata cioe’ a un’eventuale assunzione della cocaina, ma di una sorta di ‘contatto’ esterno con la sostanza. La piccola sarebbe cioe’ stata “esposta” alla cocaina, si sarebbe trovata in un ambiente o in vicinanza di qualche persona che aveva assunto o stava assumendo lo stupefacente, e ne sarebbe stata in qualche modo contaminata. La circostanza ha dunque a che fare con le condizioni di vita e di dipendenza della famiglia della piccola. Da quel che e’ stato appurato, a seguire la bambina sono i genitori naturali, che pero’ vivono separati, che di fatto si appoggiano a un’altra coppia di amici. Al momento del malore che ha comportato il suo trasporto all’ospedale, la bimba era accudita appunto da quest’ultima famiglia. Tutti e due questi nuclei soffrono di dipendenza da sostanze, e sono seguiti da tempo dai servizi sociali del Comune di Chioggia. Sulle loro eventuali responsabilita’, e sulle cause che hanno causato il ricovero della piccola, e infine sulla scoperta della presenza di cocaina sul suo corpo, sono ancora aperte tutte le ipotesi.

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Crolla una massa di ghiaccio sul Grand Combin, due morti

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Una massa di ghiaccio e pietre li ha travolti mentre salivano all’alba verso la vetta, legati in cordata. Cosi’ sono morti due alpinisti sulla via ‘normale’ del versante svizzero del Grand Combin, montagna di 4.314 metri tra la Valle d’Aosta e il cantone Vallese. L’incidente e’ avvenuto alle 6,20. Erano 17 gli scalatori – divisi in vari gruppi – che si trovavano a 3.400 metri di quota, nella zona chiamata ‘Plateau du De’jeuner”, lungo l’itinerario conosciuto come la “Voie du Gardien”, quando alcuni seracchi (masse pensili di ghiaccio) si sono staccati da sotto la cima e sono piombati a valle travolgendo tutto e tutti. Le vittime sono una quarantenne francese e un sessantacinquenne spagnolo. Ci sono anche nove feriti, due dei quali sono molto gravi: sono stati portati all’ospedale di Sion. A dare l’allarme sono stati gli scalatori sfiorati dal crollo e rimasti illesi. Le operazioni di soccorso sono state imponenti: sul posto sono giunti sette elicotteri di Air Glaciers, Air Zermatt e della Guardia aerea svizzera di soccorso. Sul terreno, oltre ai medici del pronto intervento, hanno operato una quarantina di tecnici dotati di tutte le attrezzature necessarie per recuperare gli infortunati. Le operazioni sono durate alcune ore. Gli alpinisti illesi sono stati subito evacuati e trasportati a valle mentre procedevano le ricerche degli altri, alcuni dei quali sepolti sotto la neve. Gli alpinisti erano partiti poche ore prima dalla Cabane de la Panossiere, rifugio a 2.650 metri di quota che in questi giorni e’ aperto con custode in occasione della Settimana del Grand Combin, una delle montagne piu’ affascinanti e meno frequentate delle Alpi. La “Voie du Gardien” non presenta grandi difficolta’ alpinistiche ma e’ insidiosa proprio per la possibilita’ che si verifichino crolli di ghiaccio. Le condizioni della montagna in questi giorni non sono ottimali a causa del rialzo termico degli ultimi giorni. La polizia cantonale di Sion invita alla massima prudenza: “Quando lo zero termico e’ a circa 4.000 metri di altitudine – si legge in un comunicato – e’ meglio stare molto attenti o rinunciare all’escursione in caso di dubbi. La regola d’oro e’ informarsi in anticipo sulle condizioni del percorso scelto e sulle condizioni meteorologiche con i gestori dei rifugi o con le guide alpine”.

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