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Springsteen in sneakers accende il Circo Massimo

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E a Roma poi arriva Bruce. Bastano poche note di “My Love Will Not Let You Down” per spazzare tutti i dubbi. Sono passati sette anni da quando aveva suonato al Circo Massimo e ci sono di nuovo 60 mila anime scelte del popolo del Boss, rassicurate dal fatto che accanto a Springsteen c’è ancora la E Street Band, la più potente macchina da live che il rock abbia prodotto negli ultimi decenni. Tutti insieme per celebrare questo magnifico rito alimentato dal fatto che queste canzoni sono pezzi di vita di tutti quelli che le conoscono e che dal vivo acquistano una dimensione diversa, percorse come sono da un’energia incontenibile.

A Roma ha piovuto durante la giornata ma è quasi inutile dire che le condizioni meteo e il fango non hanno scoraggiato nessuno. Puntuale alle 19.30 Bruce Springsteen sale sul palco: le polemiche per il concerto di Ferrara sono superate, soprattutto sono superati i timori di quanti pensavano di vedere un artista in declino. Il Boss oggi indossa le sneakers e non più gli stivali, per lui una sorta di rito di passaggio verso un’età diversa. Rispetto al passato il concerto è più simile a uno show tradizionale, nel senso che la scaletta è più o meno la stessa di tutte le altre tappe e la durata è “solo” tre ore: al rito sono stati tolti il momento dei brani a richiesta e quella tensione ad andare oltre i limiti di chi è sul palco e di chi ascolta, quando le varie città si sfidavano su quale concerto avesse stabilito il record di durata (il calcolo scattava dopo le quattro ore).

Qualcuno dei musicisti mostra i segni di interventi di chirurgia, Bruce non corre, non sfida l’età come fa Mick Jagger, non sale più i gradini del palco saltando ma fa quello che deve fare: il concerto di uno dei più grandi rocker della storia. La E Street Band continua ad essere una macchina da musica straordinaria. E in questa versione “Big Band” aumenta la sua potenza di fuoco, senza perdere la capacità di cogliere anche le minime sfumature. “Ghost of my Hometown” si arricchisce di tamburi e fiati da fanfara, “No Surrender” è un chiaro messaggio al pubblico e al mondo, con Steve Van Zandt che suona una chitarra con i colori della bandiera ucraina. Poi arrivano in sequenza “Darkness on the Edge of Town”, “Promise Land”, prima di una versione torrenziale e travolgente di “Kitty’s Back”. Da vero Boss, Bruce si è ripreso il ruolo di chitarra solista, con il suo stile aggressivo: Steven sul palco suona l’essenziale ma conferma di essere una delle seconde voci più importanti del rock. A Nils Lofgren, il chitarrista che umiliò un giovane Springsteen e la sua band al primo concerto della carriera a San Francisco, si abbandona a uno dei suo assoli da super virtuoso solo in “Because The Night”, che continua ad essere uno dei momenti più intensi del concerto.

“Nightshift”, pescato dal recente album di cover soul “Only The Strong Survive”, aveva fatto storcere la bocca a più di un fan: dal vivo il brano dei Commodores diventa una celebrazione della Black Music con i coristi a disegnare vocalizzi. “Mary’s Place” e l’amatissima “E Street Shuffle” precedono il primo momento di pausa, con l’acustica “Last Man Standing” dedicata al fondatore dei Castiles, la prima band di Bruce, George Theiss, morto nel 2018. “Siate buoni con voi stessi e con chi amate” dice Springsteen nella presentazione. Poi comincia una sequenza ininterrotta di classici, “She’s The One”, “Badlands”, aperta da uno dei più iconici fill di batteria di sempre, “Thunder Road”, con l’intera prima strofa cantata in coro dal pubblico, “Born In The Usa” dove Max Weinberg sprigiona tutto il suo virtuosismo da erede dei grandi batteristi da Big Band, “Born To Run”, “Bobby Jean”. Il concerto si avvia alla fine: in “Glory Days” rinasce la coppia da cabaret Springsteen-Van Zandt, “Dancin’ In The Dark”, “Tenth Avenue Freeze Out”, con le immagini di Clarence “Big Man” Clemmons e di Danny Federici, i due componenti storici che non ci sono più. Si chiude con Springsteen da solo con la chitarra a salutare i fan innamorati con “I’ll See You In My Dreams”.

Poco meno di tre ore con la E Street Band con i vecchi amici Roy Bittan piano e sintetizzatori, Nils Lofgren chitarra e voce, Garry Tallent basso, Stevie Van Zandt chitarra e voce, Max Weinberg batteria, Soozie Tyrell violino, chitarra e voce, Jake Clemons sassofono, Charlie Giordano tastiere cui si aggiungono l’ormai consueta sezioni di fiati e quattro coristi. Ad assistere al concerto una line up di star e rock star da Oscar: Sting, Nick Mason dei Pink Floyd, Nick Cave, Lars Ullrich dei Metallica, più Chris Rock, Isla Fisher, Woody Harrelson. Tra gli attori italiani Edoardo Leo, Luca Marinelli e Giuseppe Battiston. Nessuno può sfuggire alla magia di un concerto di Springsteen: il tempo passa anche per lui che ormai è un uomo ricchissimo (ha venduto il suo catalogo per 500 milioni di dollari), frequenta gli Obama e gli Spielberg e non è più l’eroe blue collar di un tempo: la voglia di essere ancora The Boss non l’ha persa perché in fondo anche lui sa che il mondo è pieno di gente che grazie a lui ha scelto di non arrendersi. Bruce Springsteen e la E Street Band torneranno in Italia il 25 luglio all’autodromo di Monza.

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Esteri

Kate torna tra la gente, domani sarà a finale Wimbledon

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Ha scelto Wimbledon, l’esclusività dell’All England Club, l’immacolata tradizione del torneo più antico e prestigioso del tennis, per il suo nuovo ritorno alla vita pubblica, dopo sei mesi di ansie, incertezze, cure mediche, lontano dall’occhio indiscreto dei media. L’annuncio – come da protocollo di corte – è arrivato da Kensington Palace: domani la principessa Kate Middleton assisterà all’epilogo dei Championships edizione 137, tra Carlos Alcaraz e Novak Djokovic. La rivincita della finale dell’anno scorso, coincisa proprio con l’ultima volta di Kate sul Centre Court. Dove, accompagnata dai figli, il principe George e la principessa Charlotte, la principessa, all’epoca di verde vestita, aveva premiato il 20enne Alcaraz, dispensando sorrisi allo sconfitto come alla folla. Un impegno pubblico, la premiazione di Wimbledon alla quale e’ attesa anche domani, che negli anni Kate ha sempre svolto con grande entusiasmo, e non solo perché dal 2016 è la matrina del club londinese, dopo essere stata designata dalla regina Elisabetta.

Appassionata spettatrice, Kate conosce il gioco ed è anche una tennista di buon livello: in passato si è esibita proprio sui prati di SW19 in qualche scambio con Roger Federer. Uno dei suoi giocatori preferiti, al pari di Andy Murray, a cui settimana scorsa ha dedicato un messaggio via social dopo l’ultimo match dello scozzese. “Un’incredibile carriera a Wimbledon giunge al termine. Devi essere molto orgoglio, da parte di tutti noi, grazie!”. Il Wimbledon 2024 sarà però un’altra tappa del lento e faticoso ritorno alla normalità della principessa, che il mese scorso aveva partecipato anche a Trooping the Colour, i festeggiamenti in occasione del compleanno di Re Carlo, limitandosi però ad un breve saluto alla folla dalla balconata di Buckingham Palace. Domani, viceversa, la futura regina è attesa ad un impegno più lungo, e anche probante, considerate le sue attuali condizioni di salute.

Tra Alcaraz e Djokovic il match, su cinque set, rischia di diventare una maratona di ore. Lo scorso marzo, con un messaggio alla nazione, Kate aveva rivelato di essere in cura per un cancro, assicurando però che la diagnosi – arrivata grazie a una biopsia condotta dopo un intervento all’addome a cui si era sottoposta ad inizio anno – era stata precoce. Dopodiché, per i mesi successivi, si era ritirata a vita privata, limitandosi a qualche sporadica presenza sui social di corte, e apparizione al fianco del marito William. Fino all’annuncio, ad inizio giugno, della sua partecipazione ai festeggiamenti in onore del re. In quell’occasione Kate aveva spiegato di non aver ancora finito i cicli di chemioterapia preventiva, e di vivere “giornate buone e giornate meno buone”. Ma di aver imparato ad “avere pazienza” e “ascoltare il suo corpo”. La sua presenza domenica è destinata a catalizzare obiettivi e sguardi dei 15mila presenti sul Centrale. Dove, però, certamente non verrà accompagnata dal marito William, che nelle stesse ore sarà a Berlino, nelle vesti di presidente onorario della Federcalcio inglese, per assistere in serata alla finale di Euro 2024 tra l’Inghilterra e la Spagna.

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Economia

Da permessi per costruire 1,7 miliardi, Lombardia regina

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In Lombardia non si arresta il boom della crescita immobiliare, a Milano come altrove, e la Regione anche nel 2023 si conferma la regina del gettito proveniente dai permessi per costruire che lo scorso anno è ammontato complessivamente a 1,7 miliardi. Una cifra che, dopo il crollo nel periodo della pandemia, si è mantenuta abbastanza costante ma con grandissimi divari tra le varie regioni e città italiane. Il superbonus questa volta non c’entra. Essendo queste entrate prevalentemente legate alle nuove costruzioni e ai cambi di destinazione d’uso, l’andamento non è stato condizionato in modo significativo dall’enorme volume di investimenti trainati dal 110%.

Quest’ultimo potrebbe aver marginalmente inciso soltanto laddove, nell’ambito di una ristrutturazione di un immobile, i proprietari avessero colto anche l’occasione per fare ampliamenti che abbiano determinato un aumento del cosiddetto “carico urbanistico”. “La distribuzione di queste risorse sul territorio nazionale è fortemente sbilanciata e disomogenea. I soli comuni lombardi hanno incassato, nell’arco del 2023, 433,3 milioni di euro. Una cifra record ma che non è inedita, bensì una conferma di una tendenza ormai consolidata” commenta Veronica Potenza, che ha elaborato i dati. Guardando al totale degli oneri incassati da tutti i comuni del Paese nell’ultimo quinquennio, emerge infatti che la “locomotiva d’Italia” ha globalmente incamerato oltre 2,1 degli 8,5 miliardi totali. Se sommati ai 182 milioni riscossi dai vicini comuni veneti, i proventi derivanti dalle nuove costruzioni in queste due regioni nel 2023 hanno raggiunto quota 35% del totale nazionale.

Complessivamente secondo i dati estratti dal Siope+ (Mef), elaborati dal Centro Studi Enti Locali, i comuni dell’Italia settentrionale hanno incassato circa un miliardo, poco meno del 60% delle risorse registrate a livello nazionale. Centro e Mezzogiorno si sono spartiti equamente il restante 41%, andato alle 4 regioni centrali per il 21%, a quelle insulari per il 6% e a quelle dell’Italia meridionale per il 14%. In ottica procapite però i conti cambiano e a primeggiare è infatti il Trentino Alto Adige, i cui comuni hanno incassato oneri per un valore equivalente a 62 euro ad abitante, contro i 43 della Lombardia, i 39 delle Marche, i 38 del Veneto, i 37 della Toscana, i 36 dell’Emilia Romagna, i 31 della Liguria, i 30 del Piemonte, i 29 della Valle d’Aosta, i 27 del Lazio, i 26 della Puglia, i 19 dell’Umbria, i 17 della Basilicata e della Sicilia, i 16 della Campania e i 15 della Sardegna e dell’Abruzzo.

Fanalini di coda Molise, Calabria e Friuli Venezia Giulia, rispettivamente con 12, 10 e 9 euro pro-capite. Restringendo il campo al singolo comune, in vetta troviamo la capitale per la quale i permessi a costruire hanno portato in dote un tesoretto da quasi 99 milioni di euro. Al secondo posto c’è Milano, con 73,3 milioni, seguita da Torino con poco meno di 26,2 milioni. Nove i comuni, tutti al di sotto del 5mila abitanti, che hanno invece chiuso l’anno senza aver incassato un solo euro da inserire in questa specifica voce del bilancio.

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Festa Coldplay a Roma, senza dimenticare le guerre

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Roma attendeva il loro ritorno dal 2003, quando si esibirono al Centrale del Tennis. Ventuno anni dopo i Coldplay, diventati nel frattempo popstar mondiali, si lasciano accogliere dal caldo abbraccio di Roma, allo Stadio Olimpico, poche centinaia di metri dal Centrale. “Grazie per averci aspettato 21 anni, grazie e benvenuti a tutti. Siamo molto felici di essere qui. Vi voglio bene”, saluta Chris Martin, un po’ in italiano, un po’ in inglese in apertura della prima delle quattro serate (le prossime oggi, il 15 e il 16) che li vedranno protagonisti nella capitale con la terza serie del Music of the Spheres World Tour (lo stesso che un anno fa fece tappa a Napoli e Milano). Lo stadio freme, l’attesa è stata lunga e ora vuole essere inondato dai colori, dalla gioia, dai coriandoli, dall’energia positiva che ogni concerto del gruppo inglese riesce a emanare. Un’isola felice, da cui però il mondo fuori non rimane escluso.

“Siamo fortunati di essere qui con tutto quello che sta succedendo nel mondo. Siamo fortunati anche ad avere tante persone che vengono da ogni dove a cantare insieme a noi con pace e gentilezza”. E la dimostrazione è nei messaggi scritti in tutte le lingue del mondo. Un cartellone in particolare attira l’attenzione di Martin: “dall’Ucraina. Ehi, guarda cos’ho al braccio”. E mostra i nastri gialli e blu che porta al polso, per non dimenticare il conflitto che da più di due anni va avanti, senza prospettive di pace. Ma c’è anche un’altra guerra che i Coldplay non dimenticano: quella in Medioriente e chiedono che Roma mandi il suo amore. “If you want peace be peace. If you want love be love”, è la scritta che, ad un certo punto, scorre sullo schermo.

Non manca neanche il sostegno ai diritti lgbtq+ con Martin che durante Human Heart si avvolge nella bandiera arcobaleno. Il messaggio è forte e chiaro, come la voglia di divertirsi, di fare festa e di cantare tutti a una voce sola “per il miglior venerdì che io ricordi”. I 65mila dell’Olimpico (saranno oltre 260mila per le quattro date), tra loro anche il campione di tennis Roger Federer che viene inquadrato dalle telecamere, sono una marea che si illumina di mille colori diversi, grazie ai bracciali distribuiti a inizio show. Planets, Moons, Stars e Home sono le quattro parti in cui è diviso il concerto. Si parte da Music of the spheres per poi passare a Higher Power, Adventure of a lifetime.

Viva La Vida è un’esplosione di gioia, come Hymn for the weekend. Dal loro repertorio, Martin pesca Magic chiesta da una ragazza del pubblico chiamata a cantarla sul palco insieme a lui. Su Yellow, il primo vero successo della band, il pubblico si colora di giallo. “Everyone is an alien somewhere” (tutti sono stranieri da qualche parte) è il messaggio che accompagna My Universe. Per A sky full of stars Martin chiede “telefono in tasca, e mani in alto. Solo per una canzone”. Enormi sfere gonfiabili, a rappresentare meteore e pianeti, portano il pubblico a viaggiare nello spazio insieme a Chris, Jonny, Guy e Will che campeggiano sui due maxischermi al lato del palco. Tempo fa i Coldplay avevano promesso che non avrebbero più fatto concerti finché non avessero trovato il modo di renderli sostenibili: con energia da fonti rinnovabili, combustibili rigenerati per gli spostamenti, impegno per la pulizia degli oceani e riforestazione, di certo ci stanno provando.

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