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Lavoro

In piazza contro licenziamenti, Orlando: interverremo

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I sindacati scendono in piazza contro lo sblocco dei licenziamenti che dalla prossima settimana, potrebbe innescare una “bomba sociale”. Un rischio “effettivo”, riconosce il ministro del Lavoro Andrea Orlando che lavora ad ampliare i settori nei confronti dei quali allungare il blocco e assicura: “interverremo in tempo”. Come gia’ accaduto il primo maggio, Cgil, Cisl e Uil hanno scelto tre citta’ simbolo per la manifestazione unitaria: stavolta e’ toccato a Torino, Firenze e Bari da dove i tre leader sindacali hanno ribadito la loro richiesta di una proroga totale del blocco dei licenziamenti fino alla fine di ottobre. “Chiediamo che il Governo faccia questo atto di attenzione verso il mondo del lavoro. E’ il momento di unire, non di dividere e non e’ il momento di ulteriori fratture sociali”, dice il segretario generale della Cgil Maurizio Landini dalla piazza di Torino. “E’ l’ora di un nuovo patto”, “il governo torni sui suoi passi su sblocco licenziamenti, l’uscita da questo blocco puo’ provocare uno tsunami sociale”, afferma il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra che dal palco della manifestazione a Firenze, in una piazza di nuovo gremita di bandiere, chiede anche che i sindacati abbiano un ruolo permanente nella cabina di regia del Pnrr. “Bisogna fare attenzione”, incalza da Bari il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri, secondo il quale sono a rischio fino a 2 milioni di posti, “quelli che hanno avuto la cassa integrazione e che stanno in aziende che hanno sofferto”, “ci sono situazioni che rischiano di esplodere, dobbiamo evitare che questo diventi una bomba sociale a partire dal 1 luglio”. Tempi quindi molto ristretti, quelli entro i quali il governo deve varare un provvedimento per evitare un avvio dei licenziamenti in particolare in quelle situazioni gia’ teatro di profonde crisi aziendali. A partire, ad esempio, dai lavoratori della Whirlpool. E le aziende in crisi sono molte altre: il Mise sta seguendo attualmente 85 vertenze, con 54 tavoli aperti e 31 di monitoraggio. La soluzione dovrebbe essere in un decreto da varare entro mercoledi’: un provvedimento nel quale ci sarebbero anche altre misure come il rinvio delle cartelle, della Tari e probabilmente di altre scadenze fiscali. La partita quindi si sposta ora sulla portata delle misure che conterra’: se solo lo stop dei licenziamenti in alcuni settori, a partire da tessile, calzaturiero, pellicceria o, ancora meglio, anche per le aziende che hanno tavoli di crisi in corso, o addirittura, da calcolare su parametri di calo di fatturato o di ricorso alla Cig. “Cerchiamo di capire esattamente dove si e’ usata piu’ cassa, dove si e’ dovuto ricorrere di piu’ agli ammortizzatori di carattere straordinario e sulla base di questi proviamo a costruire degli strumenti che tengono conto di questi dati”, spiega il ministro Orlando. “Io credo che l’ascolto sia fondamentale. Siamo in una fase in cui credo che vada rafforzato il dialogo sociale. E’ fuori discussione che ci sia attenzione alle questioni che pongono i sindacati. In che termini queste questioni verranno accolte chiedono e’ una discussione che si sta facendo”, dice spiegando che d’altronde “la strada della selettivita’ e’ stata gia’ imboccata. “Credo che si possa ulteriormente sviluppare guardando ai settori che hanno sofferto di piu’, ai quali credo sia utile dare un po’ di tempo”, dice: “Un intervento ci sara’ e in tempo utile”. I sindacati, si dicono pronti ad un confronto: “Ora tocca al governo, noi siamo pronti a confrontarci e trovare le soluzioni piu’ intelligenti”, afferma ancora il leader della Cgil Landini. Aperture sembrano venire da piu’ parti. “Siamo in un boom economico ma potremmo avere un conflitto sociale. Un boom con un conflitto non va bene, e’ folle”, dice il ministro della P.a, Renato Brunetta. “Siamo in una fase di transizione dobbiamo tenere alta la protezione sui lavoratori – aggiunge -, ma dobbiamo nel contempo favorire la crescita economica. Questo lo si fa con un grande patto per la coesione come quello che fece Ciampi nel’93. Le risorse ci sono”.

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Economia

Confartigianato: ci sono 635mila posti di lavoro ma non riusciamo ad assumere giovani under 30

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“Le aziende (dati 2021) hanno difficoltà a trovare 295mila under 30 con competenze digitali e 341mila under 30 con competenze green”. La convention dei Giovani Imprenditori di Confartigianato rilancia “l’allarme gap scuola-lavoro” con un rapporto sui paradossi del mercato del lavoro: “Le imprese italiane faticano a trovare il 52% della necessaria manodopera qualificata. Nel frattempo (dati 2020) 1,1 milione di giovani under 35 non studia e non cerca occupazione e 40mila giovani tra 25 e 34 anni sono espatriati”. E’ “urgente cambiare passo nelle politiche giovanili”, avverte il presidente dei giovani di Confartigianato, Davide Peli.

Secondo la rilevazione di Confartigianato “la distanza dei ragazzi italiani dal mondo del lavoro colloca il nostro Paese al primo posto nella Ue per la maggiore percentuale di Neet, pari al 23,1%, sul totale dei giovani tra 15 e 29 anni. La media europea si attesta, invece, al 13,1%. Addirittura, nel 2020, abbiamo toccato il numero piu’ alto nell’ultimo decennio di under 35 inattivi che non studiano e non sono disponibili a lavorare: ben 1.114.000”. I “paradossi del mercato del lavoro italiano” sono analizzati da Confartigianato in un rapporto presentato oggi a Roma, alla Convention dei Giovani Imprenditori della confederazione di artigiani e piccole imprese, dal titolo ‘2022. Tocca a noi’, alla presenza del ministro per le Politiche Giovanili, Fabiana Dadone. “A livello regionale, la percentuale piu’ alta di Neet si riscontra in Sicilia con il 36,3% sul totale dei giovani tra 15 e 29 anni. Seguono la Campania (34,1%), la Calabria (33,5%), la Puglia (30,6%) e il Molise (27,7%). All’altro capo della classifica la Provincia autonoma di Bolzano (13,3%), il Veneto (13,9%), l’Emilia Romagna (15,1%)”. Confartgianato avverte che “non brilliamo nemmeno per l’integrazione tra scuola e lavoro: siamo infatti al ventiduesimo posto in Europa per la quota di occupati under 30 impegnati in percorsi formativi, con appena il 5,2% dei giovani di questa fascia di eta’, mentre in Europa si arriva ad una media del 15,2% e in Germania addirittura si sale al 24,4%. Contemporaneamente cresce il fenomeno della fuga all’estero dei nostri giovani; tra il 2016 e il 2020, tra i giovani italiani under 40 laureati, gli espatri superano i ritorni in Italia di 65 mila unita’”.

Il rapporto mette anche in evidenza “la voglia di fare impresa dei giovani italiani che ci fa guadagnare il record positivo di Paese europeo con il maggior numero di imprenditori e lavoratori autonomi under 35: ben 694mila e sono 123.321 le imprese artigiane con a capo un under 35.” Ma “i giovani imprenditori, che per reagire alla crisi puntano anche sulla qualita’ del personale, devono fare i conti con le difficolta’ a reperire manodopera specializzata e qualificata soprattutto tra i loro coetanei”. “Vogliamo un’Italia a misura di giovani e di piccola impresa – commenta il Presidente di Confartigianato Marco Granelli – con riforme che liberino energie e talenti, accrescano le competenze, migliorino l’efficienza dei servizi pubblici, eliminino ostacoli e oneri fiscali e burocratici. Solo investendo sulle nuove generazioni e sulla loro formazione possiamo garantire futuro al made in Italy”. “Il nostro rapporto – dice Davide Peli, presidente dei Giovani Imprenditori di Confartigianato – mette in luce l’urgenza di cambiare passo nelle politiche giovanili. Il futuro e’ gia’ oggi. Quindi servono interventi immediati per ridurre il gap tra scuola, sistema della formazione e mondo del lavoro, investimenti per favorire il passaggio generazionale nelle imprese, sostegni per i giovani che si mettono in proprio soprattutto sul fronte dell’innovazione, della ricerca e dell’internazionalizzazione”.

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Lavoro

Lavoro: in 4 mesi saldo positivo 260mila posti

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Nonostante l’incertezza derivante dalla guerra in Ucraina, la variazione dell’occupazione dipendente si e’ mantenuta positiva, sebbene su livelli lievemente inferiori rispetto alla seconda meta’ del 2021. Lo sottolinea la nota congiunta del ministero del Lavoro Anpal e Banca d’Italia, sottolineando che dall’inizio dell’anno sono stati creati, al netto delle cessazioni, 260.000 posti di lavoro. Dal punto di minimo toccato nel 2020 sono state aggiunte oltre un milione di posizioni lavorative. Le attivazioni hanno riguardato soprattutto contratti a tempo indeterminato e si registra una ripresa del lavoro nel turismo.

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Sos pronto soccorso, aumentare medici e salari

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Impiego di medici non specializzati e aumento delle remunerazioni: e’ questa la strada delineata dalla Fiaso, la federazione delle aziende ospedaliere, contro l’Sos pronto soccorso. Mentre, denuncia il presidente della Fiaso Giovanni Migliore, “sempre piu’ concorsi banditi dalle aziende sanitarie e ospedaliere non riescono ad essere attrattivi e vanno deserti, e sempre piu’ professionisti lasciano il pubblico per lavorare nel privato, occorre una legislazione di emergenza, sul modello di quella che ci ha permesso di superare la pandemia, che consenta di assumere nei pronto soccorso sia gli specialisti di altre discipline, sia i laureati in Medicina e Chirurgia e abilitati alla professione medica pur se privi di specializzazione”. Secondo le stime di Mario Balzenelli, presidente della Sis 118, “i medici a bordo ambulanza sono diminuiti di oltre il 50% negli ultimi 10 anni” sono scappati da un lavoro “usurante e mal pagato”. Migliore chiede anche di “incrementare ulteriormente l’importo del trattamento accessorio in busta paga per gli operatori sanitari di area critica: si tratterebbe di un incentivo economico per rendere piu’ attrattivo il lavoro nei pronto soccorso e in particolare in quelli situati in aree marginali o periferiche. In poche parole – dice il presidente della Fiaso – bisogna pagare di piu’ tutti i professionisti che operano nei pronto soccorso”. Dal ministro della Salute Roberto Speranza, intanto, arrivano rassicurazioni sulla situazione critica dei pronto soccorso italiani. “Dobbiamo – sottolinea – investire di piu’ sul personale sanitario e abbiamo gia’ iniziato a farlo. Abbiamo messo nell’ultimo anno 17.400 borse di specializzazione, il triplo di tre anni fa e il doppio di due anni fa. E’ chiaro che questi investimenti avranno una ricaduta nei prossimi anni”. E sempre dal ministero e’ arrivato uno stanziamento straordinario da 90 milioni di euro destinato all’indennita’ accessoria di chi lavora nei pronto soccorso, che Migliore definisce “un giusto riconoscimento dell’impegno svolto in corsia e un segnale importante ma non ancora sufficiente per fermare l’emorragia di professionisti”. Che la situazione non sia di facile soluzione lo dimostra anche l’unica domanda pervenuta (e giudicata non ammissibile) per il concorso per 6 posti da dirigente medico nella Medicina e chirurgia d’accettazione e d’urgenza indetto dal Cardarelli di Napoli, il piu’ grande ospedale del meridione balzato nei giorni scorsi alle cronache proprio per il pronto soccorso superaffollato. Il flop del concorso – per un incarico a tempo determinato di sei mesi, rinnovabile – lascia quindi il personale del pronto soccorso del Cardarelli a 43 medici, di cui 25 hanno pero’ firmato la lettera preventiva alle dimissioni. “Servono interventi urgenti e straordinari per colmare le carenze e rilanciare l’assistenza, ridando dignita’ al lavoro e al ruolo della professione medica”, sostiene il presidente della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo), Filippo Anelli, sottolineando come “tutte le carenze, il disagio da noi denunciati vengono fuori in maniera eclatante. E’ il momento di investire sul personale, non solo sulle strutture come prevede il Pnrr”. Ma se alcuni pronto soccorso sono allo stremo, ce ne sono altri molto meno affollati, che potrebbero chiudere dal 2026 con l’operativita’ delle case e ospedali di comunita’. Una proposta in tal senso e’ stata lanciata dal sindacato dei medici dipendenti del Ssn federazione Cimo-Fesmed,. “In questo modo – sottolinea il sindacato – si chiuderanno i pronto soccorso con pochi accessi”. Cimo-Fesmed dice “no al mantenimento di servizi aperti a tutti i costi. Tra medici in affitto e condizioni di lavoro massacranti, e’ a rischio la sicurezza delle cure”.

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