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Salute

Trapianto fegato preparato con clone 3D a grandezza naturale

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Un modello di fegato stampato in 3D, con un gel biosimilare, che mima la consistenza dei tessuti biologici, e ricostruito in grandezza naturale, con identico peso dell’organo e anatomia, realizzato incrociando i dati della risonanza magnetica e della Tac: e’ il ‘clone’ usato per preparare un intervento di trapianto di fegato, dove l’organo e’ stato donato dal figlio al padre. L’intervento e’ stato eseguito con successo all’ospedale Niguarda di Milano. L’equipe, guidata da Luciano De Carlis, ha potuto portare a termine questo trapianto di fegato unico nel suo genere. “C’era bisogno di un organo in tempi rapidi, cosi’ entrambi i figli del paziente si sono proposti per la donazione, che prevede l’asportazione di circa il 50-60% del fegato che viene utilizzato per il trapianto”, spiega De Carlis. Sono stati stampati gli organi di entrambi. Solo cosi’ “ci si e’ resi conto che uno dei due presentava un’anomalia che probabilmente avrebbe impedito la buona riuscita dell’intervento – continua -. Cosi’ si e’ optato per il secondo. La possibilita’ di avere a disposizione sia il modello 3D dell’organo sia l’estratto dell’albero circolatorio dei vasi e delle vie biliari e’ stato di grande utilita’, non solo per preparare l’intervento ma anche come riscontro in piu’ durante l’operazione”. Avere a portata di mano la ricostruzione in scala a grandezza naturale dell’organo ha facilitato le diverse fasi del prelievo. Il trapianto e’ stato portato a termine con successo e i due stanno completando il percorso di recupero. L’intervento e’ stato possibile grazie alla collaborazione con Printmed-3d, centro lombardo di stampa 3D e realta’ virtuale per la medicina personalizzata, coordinato dall’Universita’ degli Studi di Milano.

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Corona Virus

Covid, la variante americana HP.3 corre velocissima: rischio epidemia estiva per chi arriva dagli Usa

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I casi di Covid ed i ricoveri per complicazioni della malattia sono in crescita nella contea di Los Angeles e si stanno allargando al resto della California. La presenza del virus è inoltre in aumento e comunque a livelli alti in una decina di stati Usa, facendo temere agli esperti una ondata estiva di contagi. Le infezioni sono nella grande maggioranza dei casi dovute alle varie mutazioni del virus del covid collettivamente chiamate ‘FLiRT’: negli Usa – secondo gli ultimi dati – a guidare la nuova crescita di infezioni sono in particolare le mutazioni KP.2, Kp.3, KP.1.1. L’ ultima settimana, ogni giorno, solo a Los Angeles sono stati registrati 121 nuovi casi, contro i 106 dei sette giorni precedenti. Mentre le persone ricoverate sono state 126 ogni giorno contro le 102 della settimana precedente. Gli ufficiali sanitari osservano che certamente i numeri sono piu’ alti in quanto i cittadini ormai non riportano il covid e le cifre provengono solo dai risultati dei tamponi fatti in laboratori medici. Peter Chin-Hong, epidemiologo all’ ospedale universitario di San Francisco ,ha ribadito che le varie mutazioni KP sono il 20% piu’ contagiose della variante ‘madre’ JN.1. La presenza del virus nelle acque reflue, secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc), è a livelli molto alti in Florida, Hawaii, Montana, California, Alaska, Connecticut, Georgia, Maryland e New Mexico.

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Corona Virus

Covid: nasce progetto per proteggere pazienti immunocompromessi

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Pur rappresentando solo il 4% circa della popolazione totale, il 24% di decessi, il 22% delle ospedalizzazioni e il 28% dei ricoveri in Unita’ di Terapia Intensiva sono costituiti da pazienti immunocompromessi: questi sono alcuni dei dati emersi dallo studio INFORM, che ha dimostrato come i pazienti immunocompromessi siano a maggiore rischio di incorrere in gravi conseguenze da Covid-19 rispetto alla popolazione generale. Dai risultati italiani recentemente pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanita’ relativi agli individui vaccinati, i pazienti immunocompromessi, rispetto alla popolazione senza condizioni di rischio, presentano un rischio di ospedalizzazione correlato a Covid-19 circa 3 volte maggiore e un rischio di decesso correlato a Covid-19 quasi 4 volte superiore. Questa sottopopolazione di pazienti presenta un sistema immunitario compromesso a causa di una o piu’ patologie, e risulta quindi a maggior rischio di contrarre virus e infezioni di forma severa, necessita pertanto di essere protetta con le opzioni terapeutiche disponibili anti Covid-19 e la Profilassi Pre-Esposizione (PrEP) con anticorpi monoclonali. Per elaborare delle linee di indirizzo che possano semplificare la gestione della PrEP, dall’identificazione alla presa in carico dei pazienti immunocompromessi, e’ nato il progetto Prevention Management LAboratory (PMLAb), ideato da Dephaforum con il sostegno di AstraZeneca Italia. L’obiettivo del progetto e’ proporre un modello organizzativo condiviso a livello nazionale che possa, con il rispetto delle autonomie regionali e locali, facilitare la selezione e l’identificazione dei pazienti immunocompromessi potenzialmente eleggibili alla PrEP e aumentare la consapevolezza in merito all’importanza e al valore della PrEP di Covid-19 con anticorpi monoclonali, lavorando al contempo alla costruzione di una rete multidisciplinare di professionisti sanitari che permetta di efficientare il percorso e la presa in carico dei pazienti.

“Il virus SARS-Cov-2 continua a circolare, nonostante in questa fase endemica risulti meno pericoloso per la popolazione sana rispetto agli anni passati – spiega Stefano Vella, Professore di Metodologia della Ricerca Clinica & Global Health, Universita’ degli Studi di Roma Tor Vergata -. Questo significa che rimane oggi fondamentale proteggere soprattutto i pazienti immunocompromessi, sia quelli che nonostante il completamento del ciclo vaccinale presentano una condizione di immunocompromissione che non permette loro di sviluppare un’adeguata risposta immunitaria, sia coloro che non hanno potuto vaccinarsi per varie cause tra cui le proprie condizioni di salute. Da un’analisi del livello di anticorpi anti SARS-CoV-2 di pazienti oncoematologici che avevano completato il ciclo di vaccinazione contro il Covid-19, e’ emerso che il 55,3% non rispondeva al vaccino. Nel 2022, il 46,8% dei pazienti con malattia renale allo stadio terminale e il 24,6% di chi aveva subito un trapianto di cellule staminali ematopoietiche o un trapianto di organo solido che avevano contratto il Covid-19 sono stati ospedalizzati, contro il 3,7% della popolazione generale. Questi dati dimostrano la presenza di un bisogno non ancora soddisfatto e l’importanza della Profilassi Pre-Esposizione con anticorpi monoclonali come protezione per questa sottopopolazione di pazienti a rischio di mancata o ridotta risposta o non eleggibilita’ alla vaccinazione e quindi ad un aumentato rischio di sviluppare forma severe di infezione da SARS-CoV-2, ospedalizzazione Covid-19 correlata e morte. E’ fondamentale il ruolo del medico specialista nell’approfondire l’opportunita’ offerta dagli anticorpi monoclonali nella protezione del paziente immunocompromesso, attraverso l’informazione sulle opzioni esistenti. Al tempo stesso e’ altrettanto importante la collaborazione con la Medicina Generale nell’identificazione del paziente a rischio e nella sensibilizzazione a un confronto con lo specialista. Il progetto PMLAb ha previsto la costituzione di un team multisciplinare di esperti che ha elaborato una proposta di linee di indirizzo relative al modello organizzativo ideale per la PrEP di Covid-19 dalla presa in carico alla gestione del paziente immunocompromesso. Per tracciare anche a livello locale la gestione della Profilassi con anticorpi monoclonali, il progetto ha previsto degli incontri multidisciplinari in diverse Regioni Italiane in cui la proposta di linee di indirizzo e’ stata discussa e validata, al fine di realizzare un Documento di Consenso che tenesse conto sia dell’esperienza nazionale che regionale.

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In Evidenza

Aifa, aumentato del 25% il consumo di antibiotici nel 2022

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Nel 2022 oltre 3 cittadini su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici, con una prevalenza che aumenta all’avanzare dell’età, raggiungendo il 60% negli over 85, e un incremento dei consumi del 25% rispetto al 2021, che continua a registrarsi anche nel primo semestre 2023. I dati emergono dal Rapporto ‘L’uso degli antibiotici in Italia – 2022’, a cura dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed) dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), pubblicato sul portale dell’Agenzia.

Emerge anche come l’utilizzo al Sud sia nettamente superiore rispetto alle regioni settentrionali. Nel 2022 e nel primo semestre del 2023 si osserva dunque un importante incremento dei consumi di antibiotici erogati in regime di assistenza convenzionata dopo la riduzione del 2020-2021, legata alle misure di contenimento per contrastare la pandemia. Nel 2022 si registra così un incremento del 25% dei consumi rispetto al 2021.

Quasi il 90% del consumo di antibiotici a carico del Ssn viene erogato in regime di assistenza convenzionata, cioè dispensato dalle farmacie territoriali pubbliche e private e rimborsate dal Ssn. I maggiori livelli d’uso si riscontrano per gli uomini nelle fasce più estreme, per le donne nella fascia tra i 20 e i 69 anni. Nella popolazione pediatrica i maggiori consumi si concentrano nella fascia di età compresa tra 2 e 5 anni, in cui circa 1 bambino su 2 riceve almeno una prescrizione di antibiotici. Il 76% delle dosi utilizzate è stato erogato dal Servizio Sanitario Nazionale. A fronte di un consumo complessivo a livello nazionale di 21,2 DDD (Dosi Definite Die, ovvero la dose necessaria a coprire una giornata di terapia nell’adulto)/1000 abitanti die, anche nel 2022 si confermano le differenze tra regioni e aree geografiche già osservate negli anni precedenti, con livelli di consumo superiori al Sud rispetto al Nord (24,4 vs 18,7 DDD/1000 abitanti die). Analogamente ai consumi, la prevalenza d’uso del Sud (43,3%) è nettamente superiore a quella del Nord (28,9%).

Al Sud, evidenzia il Rapporto Aifa, si rileva anche una spesa doppia rispetto alle regioni del Nord (19,1 vs 13,3 euro pro capite) determinata da un maggior consumo di antibiotici e da un ricorso a farmaci più costosi. Quanto al tipo di farmaci, le associazioni di penicilline si confermano anche nel 2022 gli antibiotici più utilizzati a livello nazionale (circa il 36% dei consumi totali). Nel 2022, inoltre, si conferma il trend in peggioramento del rapporto tra il consumo di antibiotici ad ampio spettro rispetto al consumo di antibiotici a spettro ristretto che passa dall’11,0 del 2019 al 13,6 del 2022.

Tale indicatore mostra come l’Italia abbia un importante ricorso a molecole ad ampio spettro, che hanno un maggior impatto sulle resistenze antibiotiche, anche più elevato rispetto agli altri Paesi Europei (13 vs 4). Anche in ambito ospedaliero si registra un aumento della proporzione del consumo di antibiotici ad ampio spettro e/o di ultima linea sul totale del consumo ospedaliero, collocando l’Italia ben al di sopra della media europea (53,9% vs 37,6%).

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