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Mangiate mele e bevete tè, con i flavonoidi meno rischi di tumori e malattie cardiache

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Consumare prodotti ricchi di flavonoidi (come mele o te’) protegge contro i tumori e le malattie cardiache, specie per i fumatori e per chi ha il vizio dell’alcol. E’ quanto emerge da uno studio dell’Universita’ Edith Cowan condotto analizzando le diete, per 23 anni, di oltre 53 mila danesi. I partecipanti che consumavano ogni giorno circa 500 milligrammi di flavonoidi totali hanno avuto un rischio piu’ basso di cancro o morte per malattie cardiache. Lo studio ha rilevato un minor rischio di morte anche in coloro che hanno mangiato cibi ricchi di flavonoidi. L’effetto protettivo sembra essere piu’ forte per quelli ad alto rischio di malattie croniche dovute al fumo di sigaretta e per quelli che hanno bevuto piu’ di due bevande alcoliche standard al giorno. “E’ importante consumare una varieta’ di diversi composti flavonoidi presenti in diversi alimenti e bevande a base vegetale – spiega Nicola Bondonno, ricercatore che ha condotto lo studio – questo e’ facilmente raggiungibile attraverso la dieta: una tazza di te’, una mela, un’arancia, 100 grammi di mirtilli e 100 grammi di broccoli fornirebbero un vasta gamma di composti flavonoidi e oltre 500 milligrammi di flavonoidi totali”. Lo studio e’ stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications.

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Isolate le cellule staminali del nervo ottico, ora ci sono speranze contro il glaucoma

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Per la prima volta sono state isolate cellule staminali nel nervo ottico, ovvero il treno di fibre nervose che porta le immagini catturate dall’occhio al cervello. La scoperta delle staminali neurali del nervo ottico, dopo ben 53 sperimentazioni, si deve a un team dell’universita’ del Maryland coordinato da Steven Bernstein e potrebbe portare a nuove cure per malattie del nervo ottico, ad oggi incurabili e causa di perdita permanente di visione, come il comune glaucoma. La ricerca e’ stata pubblicata sulla rivista Pnas.

Il nervo ottico trasporta le informazioni visive trasformate in segnali nervosi nella retina, cui e’ connesso da un capo: le sue fibre si estendono fino alla corteccia visiva nel cervello dove l’informazione viene tradotta in immagini. Nel glaucoma il nervo viene danneggiato da pressione intraoculare alta per ristagno di liquidi. E’ da tempo che si va alla ricerca delle staminali del nervo, per sfruttarne il potenziale rigenerativo. I ricercatori le hanno isolate dopo 53 esperimenti con anticorpi e marcatori molecolari specifici per attaccarsi a staminali del sistema nervoso. Gli esperti hanno scoperto che le staminali funzionano per supportare la crescita del nervo e ripararlo e per rilasciare sostanze utili ad isolare le fibre in modo che possano trasmettere il segnale elettrico senza disperderlo. Le staminali rilasciano anche un cocktail di fattori di crescita che secondo Bernstein sara’ fondamentale identificare. Una volta scoperte queste molecole di potrebbe sviluppare sulla base di esse un farmaco in grado di esercitare sul nervo gli stessi effetti rigeneranti delle staminali. In futuro su questa base si potrebbero guarire i danni oggi irreversibili del glaucoma e di altre condizioni che portano a lesioni del nervo ottico.

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Aumentano infezioni sessuali, con Covid meno diagnosi

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Un aumento del 40% delle infezioni sessualmente trasmesse in 27 anni, ma soprattutto dal 2000 in poi. E un’impennata dei casi per la clamidia, infezione diffusa soprattutto tra gli under 24, con una percentuale del 30% piu’ nel 2018 rispetto all’anno precedente. Questi i dati che emergono dalla sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanita’ mentre dagli esperti arriva l’allarme: l’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha ridotto il numero di persone che hanno avuto una diagnosi: un probabile effetto della paura di contagio da coronavirus, che puo’ avere effetti negativi sulla salute. Le malattie infettive trasmesse sessualmente possono restare a lungo asintomatiche ma possono anche cronicizzarsi e sviluppare gravi complicanze a lungo termine, tra cui sterilita’, parto pretermine, aborto, danni al feto e tumori, tra cui quello alla cervice dell’utero, oltre a predisporre al contagio da Hiv. I dati elaborati dal Centro Operativo AIDS (Coa) dell’Iss, che ha esaminato la tendenza dal 1991, dato di inizio della sorveglianza, fino al 2018, mostrano, in particolare, 9.094 nuovi casi di infezione causati dal batterio Chlamydia trachomatis. Ma i casi vedono un boom nel 2018, quando sono stati 781, con un incremento del 30% rispetto al 2017. Ad esser maggiormente colpite sono le persone tra i 15 e i 24 anni, “che mostrano una prevalenza tripla rispetto a quelle di eta’ superiore”. I dati mostrano inoltre l’aumento della gonorrea, i cui casi di infezione sono raddoppiati negli ultimi tre anni. La sifilide e’ raddoppiata nel 2018 rispetto al 2000 negli uomini eterosessuali e nelle donne, mentre nei maschi omosessuali l’incremento e’ di circa 10 volte. Diminuisce, dopo il picco del 2016, la prevalenza i Hiv. Nonostante cio’, nel 2018, tra le persone con una infezione a trasmissione sessuale confermata, la prevalenza di Hiv e’ stata 50 volte piu’ alta di quella stimata nella popolazione generale: cio’ conferma, spiega l’Iss, l’urgenza di testare per l’Hiv coloro che si rivolgono ai centri per curare una qualsiasi altra infezione sessuale. A preoccupare gli esperti e’ la marcata diminuzione di diagnosi andata di pari passo con il lockdown, che contrasta con il trend di aumento dei casi registrato negli ultimi due anni. A dimostrarlo e’ uno studio osservazionale, pubblicato su Sexually Trasmitted Infections e condotto da ricercatori dell’Irccs Istituto San Gallicano. Nel Centro di Malattie a Trasmissione Sessuale del San Gallicano, nessun caso di sifilide e’ stato piu’ osservato dopo il 9 marzo. E’ “probabile che la paura di infezione da Sars-Cov-2 abbia ridotto i rapporti sessuali conducendo a un vero e proprio declino delle infezioni ad essi correlati”, spiegano i ricercatori, ma “non si puo’ escludere che i pazienti abbiano rinviato le visite a causa dei timori legati all’accesso in ospedale durante la pandemia”.

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Vaccino anti-influenzale può ridurre il rischio di Alzheimer

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 Vaccinarsi contro l’influenza, almeno una volta nella vita, sembrerebbe ridurre del 17% la probabilita’ di ammalarsi di Alzheimer. Lo hanno verificato in uno studio i ricercatori dell’universita’ del Texas di Houston, i cui risultati sono stati presentati al congresso dell’Associazione internazionale dell’Alzheimer. “Poiche’ non vi sono terapie per questa malattia, e’ cruciale trovare dei modi per prevenirla e ritardarne la comparsa” – precisa Albert Amran, primo autore dello studio – Noi abbiamo iniziato a cercare dei modi per ridurre questo rischio”. In particolare i ricercatori hanno cercato nei database dati sui farmaci per vedere se potevano essere riconvertiti per ridurre il rischio di Alzheimer. Una volta identificato il Vaccinoanti-influenzale come possibile candidato, hanno analizzato i dati di oltre 310.000 registri sanitari per studiare la relazione tra vaccinazione e malattia, scoprendo cosi’ che essersi vaccinati piu’ spesso contro l’influenza e averlo fatto in piu’ giovane eta’ sono dei fattori collegati ad una riduzione del rischio. “Una delle nostre teorie e’ che alcune delle proteine del virus influenzale possano istruire la risposta immunitaria dell’organismo a proteggerlo meglio dall’Alzheimer”, continua Amran. “Somministrare il Vaccino influenzale puo’ essere un modo sicuro per introdurre queste proteine che possono preparare il corpo a combattere la malattia – conclude – serviranno piu’ studi per capire come funziona il Vaccino influenzale nel corpo con questa azione preventiva”.

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