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Cultura

#IoLavoroConLaFotografia, la campagna contro le appropriazioni indebite delle foto dei professionisti in rete

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Una C in un cerchio, simbolo del Copyright, rotta e spaccata,  sulla foto di destra, un autoritratto con in mano una locandina con il proproio nome e l’hastag #iolavoroconlafotografia.

Foto cerimonialisti, pubblicitari, fotogiornalisti, specialisti in food o architettura, fotografi di concerti e di scena cinematografica e teatrale, ma anche fotografi che operano nel campo delle riproduzioni d’arte, nelle sovraintendenze, fotografi industriali e fotografi artisti, ambientalisti, paesaggisti, naturalisti, subacquei, reporter di guerra e della dolce vita e poi i videomaker, video operatori, documentaristi, televisivi, giornalistici, di cortometraggi e di serie a 13 puntate per 12 stagioni. Insomma tutti i professionisti dell’immagine riuniti e solidali in una battaglia che riporti rispetto per la categoria e sensibilizzi tutti coloro, che, inconsapevoli o volutamente e quindi, questi ultimi, moralmente colpevoli, si approprino di fotografie, senza richiedere il permesso all’autore,  attingendole dalla rete internet e pubblicandole per i propri scopi, siano essi solo esplicativi a corredo di post ed opinioni o in maniera colpevolmente arbitraria quando accompagnano servizi giornalistici, opinioni di blogger o addirittura comunicazioni di esercizi commerciali.

L’appropriazione delle foto e la loro pubblicazione arbitraria, senza il consenso dell’autore è una pratica oramai e purtroppo consolidata, che si basa prima di tutto sulla mancanza di rispetto che si ha per una professione, quale quella del fotografo o del videomaker, che fonda sulla convinzione che tutti possano produrre fotografie, senza pensare e minimamente soffermarsi sul concetto che una foto ha in se dei contenuti, i quali, nella miliardata di immagini che quotidianamente si producono, via smartphone, macchine digitali, tablet e via elencando, difficilmente si trovano e si riescono ad inserire, se non con attenta educazione all’immagine visiva e volontà di comunicazione. L’insana abitudine della appropriazione senza consenso, trova poi una anacronistica sponda legale, ma interpretativa, nella Legge sul diritto d’autore, Legge che questa mobilitazione dei fotografi tutti vuole cambiare, per attualizzarla e portarla al passo con i tempi della rete e delle nuove tecnologie.

Con la campagna Adesso Basta, i fotografi trovano il loro comune denominatore per sensibilizzare tutti gli utenti della rete, ma anche per redarguire chi ancora colpevolmente attingerà a mani basse in essa. Di seguito, riportiamo il manifesto che i fotografi stanno facendo girare sui social e sulle redazioni dei giornali nazionali e tre gallerie fotografiche con i volti di alcuni dei protagonisti.

 

 

𝗔𝗱𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗕𝗔𝗦𝗧𝗔.

𝗟𝗲 𝗳𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗲 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘂𝗻 𝘃𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲!

Il linguaggio scritto e parlato è usato da chiunque, per comunicare con gli altri.Esistono tuttavia professionisti della parola – scrittori, saggisti, poeti, giornalisti, narratori, eccetera – che dedicano al linguaggio tutta la loro vita e la loro competenza.

𝗟𝗮 𝗳𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗲𝗱 𝗶𝗹 𝘃𝗶𝗱𝗲𝗼 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘂𝘁𝗲 𝗺𝗲𝘇𝘇𝗶 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗶 per tutti noi, diffusi tanto quanto lo è il linguaggio scritto e parlato.

Allo stesso modo, esiste un manipolo di professionisti dell’immagine – fotografi, reporter, videomaker, postproduttori, eccetera – che vivono del loro lavoro con le immagini – fisse o in movimento.

Eccoci: #𝗜𝗼𝗟𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼𝗖𝗼𝗻𝗟𝗮𝗙𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮

𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮 𝗲̀ 𝗽𝗲𝗿 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗹𝘂𝗰𝗲 𝘁𝗿𝗲 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗶 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗶.

[ 𝗔 ] 𝗟𝗲 𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗶 𝘁𝗿𝗼𝘃𝗮𝘁𝗲 𝘀𝘂𝗹 𝘄𝗲𝗯 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶:

hanno un autore a cui fare riferimento per l’utilizzo.

Le immagini che si trovano in forma “anonima” sul web sono state rese tali da qualcuno che le ha private della corrispondenza con l’autore. Per rispettare le immagini ed i loro creatori, vanno utilizzate solo immagini volontariamente concesse in uso, con licenza Creative Commons o simili.

[𝗕] 𝗟𝗮 𝗰𝗮𝘁𝗲𝗴𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 “𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗶 𝗳𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗲” 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗲 “𝗼𝗽𝗲𝗿𝗲 𝗳𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗰𝗵𝗲” 𝗲̀ 𝗮𝗻𝗮𝗰𝗿𝗼𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗾𝘂𝗶𝗻𝗱𝗶 𝗱𝗮 𝗲𝗹𝗶𝗺𝗶𝗻𝗮𝗿𝗲.

La stesura attuale della Legge sul diritto d’autore prevede ancora, per la fotografia, una categoria di “semplici fotografie”, separata dalle immagini creative.

Questo genera infinite sterili diatribe. Chiediamo che la fotografia sia giudicata sempre con pari dignità: così come la musica è sempre protetta, non c’è il “semplice motivetto”; la letteratura è sempre protetta, non c’e’ il “brano insignificante”.

𝗖𝗵𝗶𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝘀𝗰𝗿𝗶𝗺𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗹𝗲𝗴𝗴𝗲 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗲 𝗳𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗲 𝘃𝗲𝗻𝗴𝗮 𝗲𝗹𝗶𝗺𝗶𝗻𝗮𝘁𝗮.

[𝗖] 𝗟𝗮 𝗳𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 e il lavoro di chi produce immagini (fisse o in movimento) deve essere riconosciuto. 𝗟𝗮 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗺𝗲𝗿𝗰𝗲 𝗱𝗶 𝘀𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗼.

I professionisti della fotografia vivono del loro lavoro, che va equamente compensato, come tutti i lavori.

La promessa di “visibilità” non può essere utilizzata come merce di scambio, giacché rimanda all’infinito il momento del compenso reale.

 

 

 

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Chi siamo

Il Coordinamento delle Associazioni di Fotografi Professionisti, che raggruppano oltre diecimila fotografi professionisti in tutta Italia, è composto dalle seguenti associazioni

(In ordine alfabetico):

Airf – Associazione Italiana Reporters Fotografi;

Aifb – Associazione Italiana Fotografi di Bambini;

Afip international – Associazione Fotografi Professionisti;

Anfm – Associazione Nazionale Fotografi Matrimonialisti;

FPA – Fotoreporter Professionisti Associati;

TAU Visual – Associazione Nazionale Fotografi Professionisti.

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Se sei un fotografo/videomaker professionista unisciti alla campagna social #𝗜𝗼𝗟𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼𝗖𝗼𝗻𝗟𝗮𝗙𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮

Altre info: https://www.flash-mob.org/manifesto.php

Soci TAU Visual Associazione Nazionale Fotografi Professionisti TAU Visual AFIP International Associazione Fotografi Professionisti Afip Fotografi Professionisti

 

 

 

Fotogiornalista da 35 anni, collabora con i maggiori quotidiani e periodici italiani. Ha raccontato con le immagini la caduta del muro di Berlino, Albania, Nicaragua, Palestina, Iraq, Libano, Israele, Afghanistan e Kosovo e tutti i maggiori eventi sul suolo nazionale lavorando per agenzie prestigiose come la Reuters e l’ Agence France Presse, Fondatore nel 1991 della agenzia Controluce, oggi è socio fondatore di KONTROLAB Service, una delle piu’ accreditate associazioni fotografi professionisti del panorama editoriale nazionale e internazionale, attiva in tutto il Sud Italia e presente sulla piattaforma GETTY IMAGES. Docente a contratto presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli., ha corsi anche presso la Scuola di Giornalismo dell’ Università Suor Orsola Benincasa e presso l’Istituto ILAS di Napoli. Attualmente oltre alle curatele di mostre fotografiche e l’organizzazione di convegni sulla fotografia è attivo nelle riprese fotografiche inerenti i backstage di importanti mostre d’arte tra le quali gli “Ospiti illustri” di Gallerie d’Italia/Palazzo Zevallos, Leonardo, Picasso, Antonello da Messina, Robert Mapplethorpe “Coreografia per una mostra” al Museo Madre di Napoli, Diario Persiano e Evidence, documentate per l’Istituto Garuzzo per le Arti Visive, rispettivamente alla Castiglia di Saluzzo e Castel Sant’Elmo a Napoli. Cura le rubriche Galleria e Pixel del quotidiano on-line Juorno.it E’ stato tra i vincitori del Nikon Photo Contest International. Ha pubblicato su tutti i maggiori quotidiani e magazines del mondo, ha all’attivo diverse pubblicazioni editoriali collettive e due libri personali, “Chetor Asti? “, dove racconta il desiderio di normalità delle popolazioni afghane in balia delle guerre e “IMMAGINI RITUALI. Penitenza e Passioni: scorci del sud Italia” che esplora le tradizioni della settimana Santa, primo volume di una ricerca sui riti tradizionali dell’Italia meridionale e insulare.

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Cultura

Al museo MADRE arriva Carlo Verdone e la Fotografia aspetta da sempre delle risposte

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Nulla di nuovo sotto al sole (Ecclesiaste 1,10)

Frase usata, riusata e abusata, ma tuttora ricca di significato e satura di amara verità. Può, però una frase determinare le vite, le usanze, le tradizioni di intere popolazioni per migliaia di anni senza che esse tentino minimamente di cambiarle? Non spezzarle e sorpassarle, ma minimamente cambiarle, no, pare di no, pare che questo non si voglia proprio fare, anche, perché, forse è meglio che tutto cambi per non cambiare nulla e questo è il gattopardismo che ci ha sempre accompagnato e ancora ci accompagnerà. Nella querelle che ha accompagnato Clouds and Colors/Nuvole e Colori, , mostra fotografica del regista Carlo Verdone, si legge in trasparenza, come una sorta di carta velina che difficilmente può nascondere, tra le critiche alla mostra e alla gestione museale che ha ospitato l’esibizione, una chiara rivendicazione basata sul paradigma: perché lui si e altri no? Perché è famoso di suo? Perché è una operazione di marketing?  Perché è una merce di scambio? Perché è simpatico e conosce la dirigenza museale e curatoriale? Nessuno di questi quesiti, alcuni molto piccati e ben argomentati, ha però toccato il nervo che realmente è scoperto nelle istituzioni e  nella visione dei fruitori della fotografia, tutti, presi anche da una sorta di egocentrismo, nessuno si è chiesto ciò che è realmente la percezione della fotografia in questo paese, a che punto sia l’educazione visiva e cosa si fa e cosa facciamo tutti e cosa potremmo fare di più per far offrire sempre più opportunità di crescita della percezione visiva a chi non riceve da parte delle istituzioni e dei grandi canali multimediali informazioni simili. Ci meraviglia la Mostra di Carlo Verdone al Museo MADRE, ma pur apprezzando le due o tre o quattro importantissime iniziative legate alla fotografia, non si è percepito il Museo MADRE e le altre istituzioni museali cittadine come protagoniste attive nella divulgazione programmata e non occasionale della Fotografia stessa. Chiediamoci quando in città si sia sviluppato un serio discorso o dibattito sulla fotografia? E non solo in città, ma anche nel paese, infatti non è passato molto tempo dalla pubblicazione di un ignobile bando pubblico che chiedeva ai fotografi e non fotografi di fornire al MIBACT  immagini  a titolo puramente gratuito, con la ventilata ricompensa di una “certa” visibilità. Ecco, questa è l’esatta temperatura della considerazione che in Italia, e nella nostra città di riflesso, si ha della fotografia, tutta, a qualsiasi campo essa faccia riferimento. In città abbiamo e ancora abbiamo grandi fotografi/artisti, fotogiornalisti, cerimonialisti, fotografi di moda e di architettura, ma ancora aspettiamo quella che dovrebbe essere un istituto stabile della Fotografia, sia esso pubblico o privato. Villa Pignatelli continua nei suoi sforzi immani a presentarsi come Casa della Fotografia, ma senza alcuna risorsa reale che le permetta di programmare un percorso di conoscenza e valorizzazione che vada avanti negli anni.

Solo da poco tempo si percepisce la volontà da parte delle dirigenze passate e attuali di approfondire e sostenere questi discorsi, ma sempre con le difficoltà derivanti dai mancati sostegni economici sempre prospettati dall’alto, ma mai adempiuti. Ci meraviglia la mostra di Verdone al Museo MADRE, per altro, esposta non nei saloni centrali, ma nella più “riservata” e nascosta Sala delle Colonne, e forse bisognerebbe capire anche il perché di questa dislocazione, forse subliminale  segnale di discrezione da parte della istituzione oppure  volutamente scelto perchè ritenuto il posto che dove si può relegare la fotografia?  Ci meraviglia? Ma forse dovremmo chiedere al MADRE quale  siano le prossime mostre, che programmi hanno per la fotografia e per la sua divulgazione, come potranno rapportarsi alla fotografia nazionale, quella vera, quella attiva, quella che è nazionalmente e internazionalmente conosciuta e riconosciuta e ciò dovremmo chiederlo non solo al MADRE, ma a tutte le istituzioni museali cittadine che non hanno certamente brillato nella programmazione fotografica, pur anch’esse, sforzandosi di far entrare fotografie all’interno delle loro mura. La querelle di questi giorni, non avrebbe dovuto essere solo incentrata sulla qualità delle fotografie del buon regista e sulla opportunità di esporlo in un museo prestigioso, credo che questa opportunità di critica che ci è stata loro malgrado offerta, debba essere l’occasione per chiedere senza indugi l’esatta considerazione che le istituzioni museali, ma tutte, senza distinzioni, abbiano della fotografia e dei suoi protagonisti.

Non basterà una risposta di cortesia, che lascerebbe il tempo che trova, ma è doveroso chiedere alle istituzioni museali, ma a tutte, senza distinzioni, cosa abbiano intenzione di programmare nel corso dei prossimi anni per la fotografia nazionale e prima di tutto per quella cittadina. Napoli è una città fucina di fotografi artisti e autori, è la città che per prima si è dotata di un corso di laurea specialistica in fotografia presso l’Accademia di Belle Arti dal quale si è calcolato che nel corso degli anni, circa il  65% dei laureati ha trovato collocazione lavorativa e professionale in ambiente inerente la materia studiata e poi percorsa, sia essa con l’apertura di attività professionali individuali sia con l’insegnamento in città o in altre località del territorio nazionale. Una città dove Istituti, centri, laboratori e strutture organizzate, formano fotografi che poi si distinguono nei panorami professionali e sui mercati del lavoro. Oggi, dopo quello che molti, a ragion veduta, hanno definito Cloud and Colors/Nuvole e Colori, come lo scivolone del Museo MADRE, si deve cogliere l’occasione di chiedere a voce ferma quale sia la considerazione che in futuro la fotografia dovrà aspettarsi dalle istituzioni museali, bisognerà che rispondano e sta a tutti noi chiedere fermamente le risposte,  per capire se la Fotografia vedrà nascere la stagione della ricerca e della valorizzazione dei talenti, oppure se rimarrà relegata nel campo del marketing e del vacuo sensazionalismo.

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Cultura

Kulturfactory, le Cicale e i tre cieli, una fabbrica laboratoriale tra gli alberi di Villa Maria

Antonio Maiorino Marrazzo

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Dirigermi radialmente verso l’esterno è il progressivo processo che vivo e, a me sembra, non sia un navigare in solitario. Saltare dalla ruota, supponete bene se l’associate a quella del criceto, e auto-disintermediarsi, sfuggire dalla praxis urbana per ritrovarsi in un giardino sconosciuto dove non mi stupirei se apparisse Pëtr Nikolàevič Sòrin o Anna Serge’evna con il suo cagnolino. Mi riprendo il tempo che non mi apparteneva più e visito, come sghembo serafino di una personale gerarchia celeste, i luoghi della creazione, un’annunciazione inversa, un pellegrinaggio controcorrente. Sulla collina di Domicella, nel lauretano, svetta una dimora austera e al contempo allegra grazie all’insolito colore rosso che incornicia le numerose finestre: Villa Santa Maria. Qui nasce nel 2018, sotto la direzione artistica di Alessia Siniscalchi, operosa e instancabile, Kulturfactory, ‘fabbrica’ della compagnia teatrale indipendente italo-francese Kulturscio’k attiva dal 2007, destinata a residenze artistiche multidisciplinari. Sara Sole Notarbartolo, regista e drammaturga napoletana, insieme ad un drappello di nove attori ha fatto sua la fabbrica per tre giorni e tre notti e giungo nella fase di chiusura del loro lavoro laboratoriale. Sotto gli alberi del giardino della villa la canicola di fine luglio arde meno ma gli attori sono in pieno sole, vestono gli abiti di scena. Le cicale, quelle sugli alberi, hanno sospeso il loro frinire, quelle di Sara Sole invece blandiscono il potente, il colto, l’avvenente, dimentiche della vita ipogea, rinascono a un nuovo mondo, esplorano la terra promessa sprovviste di codice, devono ricostruire la memoria con in mano solo pochi miseri brandelli orali. Non esito a rintracciare nel testo (in costruzione) i felici esiti di quello che io definisco neorealismo magico, i personaggi giocano apertamente con la realtà ben consapevoli dell’impossibilità di una compiutezza, rinunciando all’arbitrarietà e alla presunta organicità del realismo. O si è assunti in cielo o si precipita. Sono unico spettatore di un miracolo, è il farsi stesso dell’opera che si sostanzia davanti ai miei occhi, nella sua caducità, nella distillata oscillante costruzione del divenire. Eppure sono io stesso scrutato, teatro nel teatro, osservato, unico spettatore. Da un terrazzo lì di lato due giovani donne sollevano la testa dai loro libri e sbirciano incuriosite, sono leggermente sottoposte al giardino eppure tentano di cogliere il senso di quel che accade, con grazia, con discrezione. Di tanto in tanto vibrano gli scatti prodotti dalla macchina fotografica di Massimo Pastore che, ospite di Sara Sole, pendola in un andirivieni discreto passando dal tempo oggettivo a quello soggettivo, uno sdoppiamento che si innerva sull’azione teatrale di un’opera che racconta di un popolo migrante alla ricerca della propria identità, disorientato e sul crinale del passato, del presente, del futuro: i tre cieli? Già, i tre cieli. Le cicale ora cercano di arrampicarsi sugli alberi, necessitano di effettuare la muta, vogliono spiccare il volo ma si avvedono che le uniche vere ali che potrebbero sostenerle siano quelle della memoria e della tradizione.

I tre cieli. Già, i tre cieli. Così sussurrano gli attori alla fine della prova, così incita la drammaturga, è una locuzione interna, una locuzione criptata che mi sfugge ma, da serafino sghembo e scaltro, cerco di decodificare.  Non rivelerò qui la mia interpretazione di quei tre cieli perché il mio peregrinare sarà compiuto solo quando vedrò Le Cicale (compiuto) sulle tavole di un palcoscenico.

Il progetto, ideato, e diretto da Sara Sole Notabartolo ha come protagonisti gli attori Raffaele Ausiello, Andrea de Goyzueta, Sergio Del Prete, Carla Ferraro, Fernanda Pinto, Milena Pugliese, Fabio Rossi, Fabiana Russo

Le foto sono di Massimo Pastore

 

 

 

 

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Cultura

RestiAMO al SUD fa tappa nell’Area Flegrea, terra magica e incantata

Giovanni Mastroianni

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Resa celebre dalla bellezza delle intemperanze vulcaniche che ancora oggi modellano il Territorio e testimoniate dalle spettacolari fumarole che si innalzano d’improvviso al cielo da ogni dove, questa parte dell’Area Flegrea appare come un continuo rincorrersi di alture che giocano a tuffarsi nel mare. Del resto il fenomeno del bradisismo, ossia l’innalzamento ed abbassamento della quota del terreno e delle città, è pane quotidiano, che rimarca a gran voce come il sottosuolo incandescente sia in realtà una creatura viva che respira in un tutt’uno con la superfice terrestre.

Come su di una giostra assistiamo ad una girandola di colori brillanti, dal verde della macchia mediterranea al blu del Tirreno, e al giallo dello zolfo che qui tutto condiziona, elemento cardine di un ciclo termale che dura da millenni e funge da valore aggiunto alla bellezza vivida del luogo.

Ogni strada sembra immergersi nel mare e dal mare sembra sempre riemergere, come a Pozzuoli, la regina di quest’area, che unitamente alle cittadine vicine fin dalle epoche Greco – Sannite ha rivestito un ruolo importantissimo, addirittura irrinunciabile in epoca romana, non solo quale ambita meta turistica ma anche se non soprattutto quale porto strategico per la marina militare e commerciale, quindi attivissimo snodo per lo scambio dei prodotti dell’impero, provenienti in larga parte dall’entroterra della fertilissima Campania Felix, con quelli del sempre più vicino Oriente.

Un centro quindi da sempre aperto alla vita e al mondo, dove uomini e donne di razze, ceti sociali e culture diverse hanno incrociato i loro destini nel bene e nel male in quello che poteva essere considerato un vero e proprio esempio di antica globalizzazione.

Da vedere, anzi da vivere in zona, capolavori biologici come Capo Miseno, il Parco sommerso di Baia, il Monte Nuovo e il Cratere degli Astroni, il Lago Averno, ovviamente anch’esso di origine vulcanica, considerato nell’antichità la porta dell’Ade.

Invero anche Ischia, Procida e Vivara, possono essere tutte ricomprese in questa area magica, nate anch’esse dalla forza dei crateri sprofondati nel mare o erosi nel corso dei millenni. Queste isole magnifiche possono essere raggiunte tutto l’anno proprio dal porto di Pozzuoli, che si conferma il punto nevralgico dell’Area Flegrea anche nei giorni nostri.

Per il loro impareggiabile interesse storico meritano invece di essere visitati l’Anfiteatro Flavio, ancora oggi palcoscenico mozzafiato di un’arte senza tempo ed il tempio di Serapide, del II Secolo A.C.. Le “Stufe di Nerone” hanno poi sempre rappresentano poi un’esperienza davvero intensa, dove ogni fortunato ospite ha potuto godere dei benefici termali in un impianto praticamente identico a quello di millenni fa.

La statua di “Zeus in trono” risale al I secolo a.C. Alta 74 centimetri, rappresenta l’iconografia classica del dio greco. È stata esposta dal 1992 fino al 2017 al Getty Museum di Los Angeles, dopo essere finita in un giro di ricettatori. Ora è di nuovo nel Castello di Baia. Ph. Mario Laporta/KONTROLAB

La magia del lungomare Puteolano, oltre a regalarci un paesaggio magnifico, si arricchisce dei tanti ristoranti dove poter gustare i frutti del generoso mare appena pescati e godere dei vini ormai famosi in tutto il mondo, ricavati dai vigneti che in quest’area baciata dalla fortuna producono uve come la Falanghina che qui viene coltivata fin dal 700 A.C., o il Falerno, già riservato all’elite romana e che trovava tra i suoi estimatori senza tempo anche il grande osservatore dell’epoca, Plinio il Vecchio. 

Il non distante sito archeologico di Cuma (VIII secolo A.C.), diviso tra i territori di Pozzuoli e Bacoli, ci racconta come un libro aperto il mito della Sibilla (Eneide III) e la vita dei Greci e dei Romani che qui trascorsero il loro tempo, rendendolo un ambitissimo luogo di villeggiatura in perenne competizione con la vicina e fascinosa Baia, anche quest’ultima avamposto militare e portuale nonché punto di riferimento per la vita politica e culturale, che nel gioco della vita sociale senza tempo si districava tra forti competizioni, gelosie, tradimenti e tanta passione.

CUMA – – TEMPIO DI GIOVE/BASILICA, FONTE BATTESIMALE
PH. MARIO LAPORTA

Proprio di fronte all’isoletta di Punta Pennata ci si imbatte nello “Schiacchetiello”, una spiaggia incastonata tra gli scogli come un gioiello prezioso che riflette tutti i colori del chiarissimo mare, da sempre location prediletta per l’ambientazione di antiche leggende e ovviamente per i miti greci, che qui indicano il luogo in cui Ulisse avrebbe deciso di approdare ammaliato dalla bellezza dell’area Flegrea. 

Dopo una giornata di mare o trascorsa riscoprendo le innumerevoli bellezze naturali ed archeologiche uniche al mondo, con le isole di Procida e di Ischia tanto vicine che sembrano poter essere accarezzate, il sole cala sulla vita del Golfo che così inizia a riversarsi nei tanti locali glamour che dalla costa si adagiano fino all’anticamera del mare, come l’Alma Beach Events, complesso turistico che anima le serate più chic e ricercate, che si protraggono gioiose fino alle prime luci dell’alba. Ma adesso la scena è delle stelle, uniche vere custodi dei segreti e dei sogni racchiusi da millenni in questa cornice incantata sospesa tra passato e presente, e così brillano sulla costa, sul Tirreno, e sulla terra che respira e si gonfia sulla caldera incandescente.

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