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Canzone di libertà contro il virus, l’incasso agli ospedali di Napoli: parole e musiche sono dei fratelli Bennato

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Il compito di un artista è quello di raccontare la vita, restituendo emozioni attraverso le vibrazioni di voce e strumenti. I fratelli Bennato, Edoardo ed Eugenio, separati fisicamente ma uniti dalla musica, tornano insieme con “La realtà non può essere questa”, un inno alla vita nella sua fisicità e presenza, in un momento in cui il virtuale pare travolgere con forza ogni aspetto dell’esistenza. Le parole scritte da Eugenio sulla musica di Edoardo, descrivono la vita in questo tempo sospeso, con le contraddizioni di una rete che ci avvicina, annullando le distanze geografiche, ma che al tempo stesso rischia di trasformarsi nella nostra prigione. “La realtà non può essere questa” è una ballata classica in pieno stile bennatiano, con l’armonica e gli arpeggi di chitarra, che si avvicina per struttura a “Venderò”, “L’isola che non c’è” e “Pronti a salpare”. Un brano che parla di tutti noi e in cui tutti ci possiamo identificare: c’è la stanza, unico spazio abitato in questi mesi di clausura, la rete, il trionfo del virtuale. E il balcone, ultimo anelito di libertà e di contatto con il mondo esterno. I proventi del brano saranno devoluti all’Azienda Ospedaliera dei Colli di Napoli, impegnata in prima linea nella lotta al Covid-19.

Ci raccontate come nasce “La realtà non può essere questa”?

Edoardo: Io ed Eugenio siamo rimasti a casa, come tutti, ma in compagnia delle chitarre, nostre amiche fedeli. Io avevo questa ballata dylaniana e bennatiana, con armonica e arpeggio di chitarra. L’ho mandata ad Eugenio via mail ed è scattata una scintilla emotiva che l’ha portato a scrivere un testo bellissimo. Parla della realtà di questi mesi, della rete, che può essere protettiva ma al contempo diventare una prigione, dei balconi, punto di passaggio fra il chiuso delle stanze e il mondo esterno. E parla soprattutto delle chitarre che suonano da sole, con l’auspicio che in un futuro prossimo si possa tornare a suonare all’aperto, in mezzo alla gente. La musica è fantasia, trasmissione di energia propositiva, il nostro obiettivo è quello di trasmettere emozioni con la musica. 

Eugenio: La melodia di Edoardo ha suscitato in me queste immagini forti, che testimoniano la necessità di abbandonare tutto ciò che ha accompagnato la storia dell’uomo per secoli: l’incontro, la possibilità di comunicare in modo diretto. In questo senso il progresso digitale è senza dubbio il protagonista di questa storia, perché ha reso possibile la comunicazione virtuale, e di conseguenza ha reso possibile anche un provvedimento che non ha precedenti nella storia. Ho immaginato un musicista che si affaccia al balcone. Poi c’è un’altra immagine, contenuta non nel brano ma nel mio immaginario, che in qualche modo può rappresentare la lotta fra potere costituito e libertà individuale. Un ragazzo sta correndo lungo la spiaggia di Ostia. Ad un certo punto viene avvistato dalle forze dell’ordine, che gli vanno incontro cercando di bloccarlo. Il ragazzo incomincia a correre più forte e non riescono a prenderlo.

La rete da un lato avvicina annullando le distanze, dall’altro è una trappola in cui è facile restare invischiati. Vi spaventa la deriva di un mondo sempre più virtuale?

Edoardo: La ricerca scientifica e la tecnologia fanno parte dei sogni realizzati della famiglia umana. E’ chiaro che ci sono sempre pro e contro, la tecnologia deve essere al servizio dell’umanità, non viceversa. Nel testo si dice che la vita “canta la sua ribellione alla rete che diventa una prigione”. E’ la ribellione di correre più forte della schizofrenia della gente, della velocità della rete, e a volte anche dell’ordine costituito.

Eugenio: La tecnologia fa il suo corso e niente la può arrestare; il problema è legato a come viene utilizzata. Il potere economico tende a creare false necessità di tecnologie sempre più miniaturizzate; ogni sei mesi un iPhone diventa obsoleto e deve essere sostituito. La logica del profitto è molto pericolosa, non tiene conto della lentezza, del desiderio di farsi una passeggiata vicino al mare. Forse questa crisi ci può aprire gli occhi su questo problema.

Una riflessione sulla condizione della quarantena…

Edoardo: la parola quarantena mi faceva rabbrividire già tempo addietro, perché mi porta automaticamente a pensare a quell’isoletta al largo di Manhattan, in cui venivano isolati gli emigranti italiani che arrivavano in America all’inizio del secolo scorso. Pensavo che questa parola fosse stata eliminata dal nostro vocabolario, invece è riapparsa in modo implacabile, spettrale; però fa parte della nostra esperienza di vita vissuta. Potremo raccontare il periodo in cui l’umanità è stata costretta tutta in quarantena: sono i paradossi del cammino della famiglia umana.

Eugenio: La quarantena mi ha costretto qualche volta a guardare la televisione, che di solito non guardo mai. Nelle trasmissioni ci sono dibattiti di tutti i tipi, mi meraviglio che non si analizzi un fatto macroscopico avvenuto in Italia. Il rapporto fra le vittime in Campania e in Lombardia è di uno a quaranta, un dato eclatante. C’è da spiegare, attraverso la scienza e la statistica, come mai si sia verificato ciò, nonostante il lockdown si sia avuto in tutta Italia. In Lombardia però il Covid ha continuato ad infierire per due mesi, in Campania è stato contenuto. Senza alcuna rivendicazione campanilistica, è un dato di fatto che la scienza dovrebbe analizzare. 

Come avete vissuto questo periodo? Quali sensazioni avete provato in questo tempo sospeso?

Edoardo: C’è un aspetto che mi allarma. E’ dall’elaborazione dei dati e delle statistiche che si possono recuperare informazioni utili a rendere migliore il futuro. Ma questi dati non vengono analizzati né elaborati dalle istituzioni, è un segnale preoccupante. Sembra quasi che la gente comune sia stata costretta a pensare e a riflettere, ma le istituzioni no, o almeno non sembra che al momento ai piani alti abbiano le idee chiare sulla sanità e su altri problemi. C’è confusione, non si riesce a capire dai dati cosa è successo e cosa succederà.

Eugenio: Io ho provato un fortissimo desiderio di ritornare alla piazza, che per me, da musicista, è linfa vitale. Gli sguardi che si incrociano, le mani che vanno a tempo di musica. Questo è la cosa che mi manca di più in questo momento.

“Non basta vivere l’illusione di chitarre che suonano da sole nel silenzio di nessuna festa”, recita il testo della vostra canzone. Come immaginate la musica nel post-emergenza?

Edoardo: Credo che in questo momento l’attività dell’artista passi in secondo piano rispetto ad un problema fondamentale e prioritario, che è quello della salute collettiva. La situazione è schizofrenica, paradossale, speriamo che un miracolo di San Gennaro o di Sant’Ambrogio risolva il problema. Ci vuole soltanto un miracolo in questo momento e il cammino della salute umana va avanti anche a furia di miracoli.

Eugenio: Ci sono due possibilità: o la paura prevale e la gente stenta a ritornare in giro; oppure succede un fatto diverso, che già sto notando e che mi rincuora, cioè che ci sarà una grande voglia di ritornare a riabbracciarsi, addirittura superiore a prima. Ci muoviamo fra questi due poli estremi.

Com’è stato partecipare al concerto del Primo Maggio senza pubblico?

Edoardo: Non era il solito evento con decine di migliaia di ragazzi che arrivavano da tutta Italia per confrontarsi e stare insieme; è stato soltanto un appuntamento televisivo in cui ognuno suonava nel chiuso di una stanza. Il mio auspicio è che il prossimo Primo Maggio possa essere una festa collettiva in cui ci si incontra, si sta insieme, si balla a ritmo di musica.

Eugenio: Fino all’anno scorso, c’era grande contatto con la vita; questa volta c’era invece tanta tristezza, anche nelle scenografie. Io ed Edoardo abbiamo registrato in una stanza, gli altri in un teatro. Ma forse era meglio la nostra stanza, rispetto ad un teatro vuoto, che ha qualcosa di spettrale.

Vi rivedremo ancora insieme in futuro in qualche altro progetto?

Edoardo: Abbiamo imparato ad agire e reagire a seconda delle circostanze: la vita è sempre piena di imprevisti. Bisogna sempre essere attivi e propositivi, fronteggiando la situazione di ora in ora. Non sappiamo quando sarà possibile tornare a fare dei concerti, la situazione è molto confusa e noi ci muoviamo in base alle circostanze. Si naviga a vista.

Eugenio: Il primo progetto è quello di tornare alla musica live. Poi potrebbe anche darsi che a me e a Edoardo venga qualche altra idea. Non ci sono progetti precostituiti, ma la scintilla di un momento: Edoardo mi ha mandato la musica, io ho replicato con delle parole, ed è nata “La realtà non può essere questa”.

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Beni culturali, il ‘Manifesto’ per la Gaiola promosso dal MANN

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Un ‘manifesto’ per la Gaiola, il parco sommerso tra natura e archeologia che rende unico il Golfo di Napoli con le sue vestigia romane di eta’ imperiale, un sito che va protetto, amato e valorizzato: per sostenere i gestori del CSI Gaiola onlus nel loro delicato lavoro e chiamare i cittadini ad una fruizione responsabile, alla vigilia della riapertura del sito ( 3 luglio) e del parco archeologico (5 luglio) il Museo Archeologico nazionale di Napoli promuove una lettera aperta che con il direttore del MANN Paolo Giulierini firmano oltre 50 tra direttori di musei e siti culturali del territorio (come Fabio Pagano del Parco dei Campo Flegrei, Laura Valente presidente del Madre, Paolo Iorio direttore del Museo del Tesoro di San Gennaro e del Filangieri), docenti universitari come Giuliano Volpe, Giorgio Ventre, Giovanni Fulvio Russo, Stefano Mazzoleni, responsabili dei 25 siti del centro storico di Napoli uniti nella rete Extramann coordinata da Daniela Savy, operatori culturali e ambientalisti, dal FAI a Marevivo e WWF. ”Il paziente lavoro di recupero dal basso di un gruppo di ricercatori ha tenacemente ridato dignita’ e bellezza al sito – si ricorda nel documento che ne ripercorre la storia fino al 2002 -. Quel gruppo di ricercatori, il Centro Studi Interdisciplinari Gaiola onlus, e’ un esempio virtuoso di questa citta’, che il ministero dell’Ambiente e quello dei Beni culturali, di concerto, hanno riconosciuto quale Ente gestore del Parco, e oggi come allora continua a remare sempre nella stessa direzione, quella della salvaguardia di un bene comune inestimabile”.

Paolo Giulierini

Con la fine dell’emergenza Covid e le riaperture, si nota, ” il Parco Sommerso della Gaiola si trova a percorrere una strada piu’ erta rispetto a molti altri luoghi della cultura, proprio per la sua particolarita’ e fragilita”’ . L’invito alle amministrazioni locali e ai cittadini ‘con i loro comportamenti consapevoli’ , e’ ad affiancare il soggetto gestore affinche’ ”si dia vita a un nuovo paradigma di fruizione del sito che metta al primo posto il rispetto dei luoghi, dei visitatori e del nostro patrimonio culturale e ambientale”. E proprio per la straordinaria bellezza dei luoghi nel I Sec. a.C. il ricco cavaliere romano Publio Vedio Pollione volle costruire qui la sua villa d’otium che chiamo’ Pausilypon, ovvero ‘dove cessano gli affanni’. Alla sua morte divenne dimora imperiale, ed oggi le testimonianze di questo antico sfarzo sono sparse ovunque, sopra e sotto la superficie del mare. Risalendo la collina dalle profondita’ marine, infatti, si passa dai resti di strutture portuali, peschiere, e aree termali fino a giungere sulle sommita’ dove sorgono l’Odeion ed il Teatro. Un luogo della cultura unico, quindi, non solo un accesso al mare contingentato (obbligatoria la prenotazione sul sito area marina protetta Gaiola) che i sottoscrittori chiedono di proteggere e far conoscere meglio a napoletani e turisti.

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Nuova geopolitica della Cina: dal vaccino per tutti alle persecuzioni degli Uiguri alla sicurezza di Hong Kong

Angelo Turco

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La notizia del giorno è che il vaccino cinese arriverà per primo: “come è stato ordinato” dicono i soldati del Celeste Impero. Già, sono loro infatti, attraverso la specialissima “Accademia delle Scienze” militare, che hanno stretto un’intesa con la CanSino Biologics, un’azienda di Tianjin, al fine di passare direttamente dalla Fase 2 (prime sperimentazioni cliniche) alla somministrazione su vasta scala. Considerando dunque quest’ultima come la Fase 3, quella prevista dai protocolli di sicurezza per attestare in via definitiva l’innocuità del farmaco e la sua efficacia.

Tianjin. La città cinese dove ha sede la CanSino Biologics che sta per testare su centinaia di migliaia di cinesi il vaccino Ad5-nCoV

          E dunque nei prossimi mesi, il vaccino sarà somministrato ai militari cinesi, che si contano a milioni, tra uomini e donne. Si chiama Ad5-nCoV: un nome impossibile. E su di esso si sanno cose vaghe: che non farebbe danni collaterali, che sarebbe significativamente efficace. Ammetto senza sforzo che un prototipo vaccinale del genere non me lo farei iniettare: senza dati analitici trasparenti e senza verifiche internazionali. Ma probabilmente avrei torto, comportandomi come si comportano quelli del Grande Oltre, che di solito capiscono poco della cultura e anche della scienza cinese, compresa la medicina. Non a caso la generalessa Chen Wei, una virologa alla testa dell‘équipe medica che collabora con la CanSino, si è iniettata lei stessa, per prima, il vaccino. È il capo che dà l’esempio, da quelle parti. E del resto, che volete: saranno mica pazzi a decimare, con una sperimentazione avventata, il glorioso Esercito Popolare di Liberazione. Tempratosi nella Lunga Marcia sotto la guida di Mao e alfine vittorioso sulle armate di Chiang Kai-shek. 

Chen Wei. Generalessa dell’Esercito cinese e capo virologa alla testa dell‘équipe medica che collabora con la CanSino Biologics

No, no, non voglio dirvi cose che tutti sapete. È solo per raccordare i simboli, operazione che in questo caso è indispensabile. Il vaccino cinese va ben oltre il suo significato farmacologico ed è scarsamente rilevante persino sotto il profilo economico. Ha invece un valore eminentemente geopolitico. Serve a indicare la fine irrevocabile dell’egemonia americana sui processi globalitari. La mondializzazione continuerà, è fin troppo chiaro, ma seguendo orientamenti e regole che altri soggetti scriveranno, avendone acquistato titolo non solo economico, ma scientifico e morale. Il vaccino infatti, promette Pechino, sarà considerato un “bene comune” dell’umanità e messo fin da subito a disposizione di tutti, anche di quelli che non hanno un centesimo per comprarselo.   

Ma c’è un’altra notizia che proviene dal Regno di Mezzo. È, per vero, la notizia che non esiste, ossia quella che i cinesi hanno deciso di ignorare. Specie se, pur riguardando cose che accadono nel loro Paese, è stata fabbricata nel Grande Oltre, ossia quella parte di mondo (poco importa se è “la più gran parte del mondo”) dove vivono i barbari, che sono poi coloro che “non capiscono”, non hanno i mezzi “confuciani” per capire. Come dite? Qual’è la notizia che non esiste nella “storia ufficiale” della Cina, inscritta nel suo presente e proiettata ahimé nel suo avvenire? È quella degli Uiguri, una minoranza turcofona e musulmana del Sinkiang, nell’estremoNord-ovest, discriminata, oppressa, violata nei suoi diritti culturali e materiali dalla Cina di sempre, quella che l’etnia Han, dominante, chiama “propria”. 

Uiguri. Minoranza turcofona e musulmana del Sinkiang, nell’estremoNord-ovest, discriminata, oppressa, internata

La repressione è metodica, pianificata, silenziosa. Un rullo compressore. Le tecniche sono collaudate, provengono dritte dritte dalla Rivoluzione Culturale: “trasformare attraverso l’educazione”. E se ieri quelli che si volevano trasformare erano i “borghesi” delle città mandati nelle campagne a ri-apprendere i sani valori del popolo e il modo per proteggerne gli interessi, oggi da educare è un’intera comunità: 12 milioni di persone. Moschee distrutte, imam arrestati, sentimenti religiosi calpestati. Né la repressione risparmia altri gruppi meno numerosi: kazaki, kirghisi, persino Hui, che sono veri cinesi Han, ma anch’essi islamici.

          Gli Uiguri possono avere solo una mobilità limitata. Ad essi si applicano strettamente le norme sul controllo delle nascite, con punizioni severissime per i trasgressori. C’è almeno un milione di persone ammassate in un migliaio di famigerati “campi di rieducazione”. Frattanto, Pechino incoraggia le politiche migratorie di genti Han dalle regioni orientali.

          Richiama con forza la nostra attenzione su questa vicenda di discriminazione razziale la neonata IPAC (Inter-Parliamentary Alliance on China), un organismo internazionale e interpartitico. Per l’Italia ne fanno parte Lucio Malan, senatore di Forza Italia, e Roberto Rampi, senatore del Partito Democratico. È questa organizzazione che sta valorizzando le fonti ormai corpose che si accumulano su tale spinoso problema. E che per l’essenziale risalgono da un lato allo studioso tedesco Adrian Zenz (https://www.ipac.global/news/ipac-releases-report-on-sterilisation-of-muslim-minorities-in-china-commits-to-political-action) e, dall’altro lato, all’australiana ASPI (Australian Strategic policy Institute: https://www.aspi.org.au/report/uyghurs-sale?__cf_chl_jschl_tk__=035580cb9e13a6cb3e92d3bd138c1f1b3febba3e-1593591312-0-AR01M3WplnqFsgb4KR7MGUCxFYawjp9Ah-sKCS1y0yKleKzAZrZQhrHVAURtgzVsnywealXIvRAOF85CVhKU9D7tHkXQ6w122tCkCxCO6JaqZE1NXL_09Yz6uC7Oya3zPm6zSj_paPvEMyunp1RQmfp_d2maKaB78hriNULnP33X20KeQAwD-nZl-9DTRMwtwTgqr8QidRAKUHIDb6YZCd24uM9osWQHCc6JaelrXYVRwdOsZUs_Kjyy_hiU7LpgAgggvn5NSFg7hs3N4hfbhHzCOwNcKLCESVNLPb3jC-tI).

          Infine, quella che per Pekino può essere considerata una non-notizia, una specie di ordinanza amministrativa che regola la pubblica sicurezza di Hong Kong. Il Parlamento cinese ha votato unanime ieri, 30 Giugno, una legge di cui ancora non si conosce il testo esatto, ma che è rivolta a contrastare “il separatismo, il terrorismo, la sovversione, la collusione con agenti stranieri”. E’ la risposta di Xi Jinping a oltre un anno di mobilitazioni studentesche e popolari in favore di un’autonomia prolungata e rafforzata nell’ex colonia britannica. La liquidazione del sogno democratico in quello che il Partito Comunista considera, insieme a Taiwan, un odioso contro-modello dell’intangibile patriottismo cinese.

          Alla fine, chiediamo noi che molto ci attendiamo dalla Cina globalitaria ma continuiamo a tenere saldi i piedi nel nostro Grande Oltre democratico, come può pretendere questo immenso Paese di giocare un ruolo di leadership? Come, se fonda il proprio profilo politico su una deriva dei continenti morali che non solo non rispetta i fondamenti della democrazia, non solo fa scempio delle riserve ambientali di un pianeta che non appartiene a nessuno Stato ma è di tutti i suoi abitanti, ma in più calpesta ovunque i diritti umani e politici? E ciò, in nome di pretese razzialistiche e principi vetero-nazionalistici miopi al punto che nessun letterato confuciano, di quelli che hanno saputo garantire la perennità dell’Impero, potrebbe mai risolversi ad accettare.  

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Cultura

 Černobyl’ di nuovo tra noi?

Angelo Turco

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Se non avete avuto modo di vedere la serie americana Chernobyl ( Černobyl’ ) su “La 7”, mandata di nuovo in onda nei suoi primi episodi ieri sera, bé affrettatevi a farlo. E intanto, non vi perdete le ultime puntate annunciate per giovedì prossimo. Una meticolosa rappresentazione “scientifica” dell’accaduto, con tutte le sue difficoltà ricostruttive.

Lassina Zerbo
@SinaZerbo
22 /23 June 2020, RN #IMS station SEP63 #Sweden🇸🇪 detected 3isotopes; Cs-134, Cs-137 & Ru-103 associated w/Nuclear fission @ higher[ ] than usual levels (but not harmful for human health). The possible source region in the 72h preceding detection is shown in orange on the map

Un racconto coinvolgente basato sul libro Preghiera per Černobyl’, della giornalista bielorussa Svjatlana Aleksievič, insignita del Premio Nobel per la letteratura nel 2015. Un sorprendente affresco dell’URSS gorbacioviana, prigioniera della cultura del sospetto e della “ufficialità della storia” ereditata dall’era Brežnev. Una straordinaria fotografia infine, capace di rendere, anche nelle giornate di sole, l’agonia di un mondo ormai spento dalla cenere del disastro atomico e dalla cupa mancanza di visione politica.

Lassina Zerbo @SinaZerbo 22 /23 June 2020, RN #IMS station SEP63 #Sweden🇸🇪 detected 3isotopes; Cs-134, Cs-137 & Ru-103 associated w/Nuclear fission @ higher[ ] than usual levels (but not harmful for human health). The possible source region in the 72h preceding detection is shown in orange on the map.

         Nel momento in cui la nostra sensibilità è sollecitata dalla fiction, e mentre il romanzo Des humains sur fond banc di Jean-Baptiste Maudet, un giovane scrittore e geografo francese, aveva già nei mesi scorsi richiamato quel ricordo,  giungono segnali importanti dal secondo turno delle municipali di Francia di ieri, a proposito della coscienza verde che va prendendo sempre più piede in Europa. Forse davvero la ripresa economica post-Covid si farà all’insegna di una crescente consapevolezza ambientale che, andando oltre le declamazioni di principio, leghi anche in Italia l’azione pubblica –incentivi fiscali, aiuti finanziari, investimenti strategici- alle tecnologie green e, non meno importanti, alle legislazioni green: poche e chiare, nette, efficaci. Priorità all’impresa, lo capiamo tutti, ma a quella che serve per produrre lavoro pulito, profitti puliti, cibo pulito, per mantenere aria e acqua pulite e, in definitiva, per un mondo pulito, anche oltre la transizione climatica. Eh sì, il clima, un’altra faccenda che è lì, in attesa!

          Nel frattempo, apprendiamo che in una vasta area subartica, comprendente vaste plaghe di Svezia e Finlandia, gli Stati baltici (Estonia, Lettonia) e una parte di Russia inclusa S. Pietroburgo, si segnalano valori “anormali” di radioattività. Sì, avete capito bene: radioattività. Di origine non naturale ma artificiale, sembra. Di provenienza civile e non militare, sembra. Non pericolosi per l’uomo, almeno ad oggi, sembra. Insomma , anche se in forma meno “esplosiva”,  Černobyl’ è di nuovo tra noi. Sembra. Già nel linguaggio, con la ricomparsa di termini inquietanti come cesio 137, cesio 134, rutenio 103…Già nel fatto che nessuno si assume la responsabilità di niente: e la prima a dire che nei suoi impianti locali tutto è a posto è Rosenergoatom, una società russa che gestisce ben due centrali atomiche per la produzione di energia elettrica. E già nel fatto, infine e per fermarci qui, che la radioattività, quella sì, viaggia nell’aria e una folata di vento la può portare facilmente tra noi, oggi come ieri.

          Ciò porta ad interrogarsi ancora una volta sul grado di inadeguatezza della tecnologia russa, ereditata da quella sovietica, nella gestione di produzioni pericolose. E ciò, non solo in campo nucleare, come è fin troppo evidente, ma altresì –e più ampiamente- in campo industriale: chimico ed energetico in specie. E’ sempre di questi giorni la notizia che da una fabbrica della Norilsk Nickel un gigante dell’industria mineraria che fa capo all’oligarca Vladimir Potanin, una quantità imprecisata di acque reflue utilizzate per il trattamento di minerale è stata riversata nella tundra artica. La società ha fatto sapere che si è trattato di un errore, e che ha provveduto a licenziare i responsabili materiali. Ma teniamo conto che la compagnia, che estrae dalla zona palladio, cobalto, platino e, appunto, nickel, oltre ad altri minerali, ha trasformato la città di Norilsk, città-Gulag posta a 69° di latitudine Nord -ossia oltre il Circolo Polare Artico- in un autentico inferno ecologico: vegetazione distrutta, roccia messa a nudo, intere reti fluviali inquinate, 2 milioni di tonnellate annue di sostanze pericolose immesse nell’aria. E teniamo anche conto che non più tardi di qualche settimana fa, la stessa società si è posta all’origine di un altro disastro ambientale con lo sversamento al suolo, in prossimità del fiume artico Kharayelakh, di qualcosa come 21.000 tonnellate di diesel. Un disastro di fronte al quale lo stesso V. Putin ha dovuto impegnarsi in prima persona, annunciando per quell’area lo “stato di emergenza”. Un buon segnale, visto che ci sono occupazioni che tanto assorbono il Presidente russo, come quella di giocare alla guerra negli scacchieri mediorientali (Irak, Siria) e nordafricani (Libia). 

          Insomma, è un problema di check-up tecnologico dell’industria russa, ma è anche un problema di trasparenza politica, in un contesto nel quale ogni informazione concernente la produzione industriale continua ad essere considerata come una specie di segreto di Stato. E, infine, è anche un problema di cultura d’impresa, che non si può solo riempire la bocca di espressioni come “corporate social responsibility”, ma deve assumere in modo credibile, sotto il profilo manageriale non meno che tecnologico, le sue piene responsabilità di etica pubblica. 

   

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