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Governo, il Senato vota la fiducia a Conte: 169 sì, 133 no, 5 astenuti ++

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Il Senato ha votato la fiducia al governo guidato dal premier Giuseppe Conte con 169 si’, 133 no e 5 astenuti. Un applauso dei senatori della maggioranza e un abbraccio con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, seduto accanto a lui: cosi’ il premier Giuseppe Conte ha accolto il voto di fiducia al suo governo, subito dopo la proclamazione dell’esito da parte della presidente Casellati. In Aula in quel momento non c’era il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che precedentemente era seduto vicino al premier.

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Conte imposta la verifica, con “sangue freddo” fino a 2023

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Riavviare l’azione del governo su basi piu’ solide. Sterilizzare le intemerate di Matteo Renzi e governare le fibrillazioni M5s. E’ la scommessa che attende Giuseppe Conte. Chiudono le urne delle regionali in Emilia Romagna e Calabria, si apre una difficile verifica di governo. Al tavolo del cronoprogramma, che il Pd chiede di convocare al piu’ presto per affrontare i nodi finora rinviati, gli alleati devono definire come andare avanti. E farlo, e’ l’obiettivo di Conte, in maniera il piu’ possibile compatta. Il premier, che trascorre la giornata in famiglia a Roma e con la famiglia segue lo spoglio, vuole superare l’impasse generata dalle regionali dando all’azione del governo – a prescindere dal risultato di un voto che ha sempre definito “locale” – un orizzonte di legislatura, che porti al 2023 passando per l’elezione del presidente della Repubblica prevista nel 2022. Per farlo, spiega Conte, serve “sangue freddo”: per questo chiamera’ subito a confrontarsi governo e leader di maggioranza. Nicola Zingaretti, che ha gia’ anticipato l’avvio di un percorso congressuale, annuncia che il Pd sara’ “esigente”. Renzi, che indichera’ le strategie future il prossimo fine settimana nella prima assemblea nazionale di Iv, gia’ ha chiarito che continuera’ a essere il “pungolo” di Conte e del governo.

Il M5s attraversa la sua fase piu’ complicata: dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da capo politico, martedi’ si dovrebbe scegliere il nuovo capo delegazione al governo – in “ballottaggio” ci sarebbero Alfonso Bonafede e Stefano Patuanelli – in una riunione dei membri del governo cui seguira’ un’assemblea congiunta dei parlamentari del Movimento. Fare sintesi e superare le fibrillazioni, per trovare davvero un rilancio, non e’ affatto scontato. Su un dato sono quasi tutti d’accordo in maggioranza: comunque vada nei prossimi giorni, e’ difficile che ci sia da parte di qualcuno una spinta alle elezioni invocate da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Tra i Dem c’e’ chi – a dire il vero da mesi – non le esclude come antidoto alla palude. Ma deputati e senatori (tutti, tranne forse quelli di Lega e Fdi) non hanno nessuna voglia di tornare al voto, sapendo che la prossima volta si eleggeranno non piu’ 945 parlamentari ma 600. In piu’, gia’ questa settimana il governo dovrebbe provare a chiudere le finestre elettorali del 2020 convocando in una domenica compresa tra la fine di marzo e il 19 aprile il referendum per il taglio dei parlamentari. Dopo, ci saranno fino a due mesi per disegnare i collegi e si arrivera’ all’estate: da li’ all’autunno e a una nuova sessione di bilancio – dicono gli oppositori del ritorno voto – e’ un attimo. E’ alla verifica dunque che lavora Conte, nonostante ci sia chi, come il centrista Maurizio Lupi e l’ex ministro M5s Lorenzo Fioramonti, invoca un nuovo governo, magari con un nuovo premier e una maggioranza più larga. I Dem sono gia’ pronti a chiedere che Conte acceleri e che in pochi giorni convochi il tavolo per definire il nuovo cronoprogramma, a partire da temi come riforma del fisco, modifica dei decreti sicurezza, ambiente.

A puntellare l’azione di Conte ci sono anche Leu e la parte “riformista” e governista dei Cinque stelle. Ma Renzi promette battaglia su temi come la prescrizione e le concessioni autostradali che lo vedono lontano anni luce dal M5s. I rumors che alla vigilia del voto davano come possibile la richiesta di un cambio di premier, vengono negati dai renziani. Di certo c’e’ pero’ che Iv non intende deporre le armi, nemmeno in nome della stabilita’: “Noi non vogliamo andare a elezioni, ma ancor meno lo vogliono Pd e M5s”, dice un esponente di Iv. A complicare le cose c’e’ il dato che il Movimento e’ in piena riorganizzazione e solcato da forti tensioni, nel confronto tra chi vuole l’alleanza col Pd e chi invece segue la purezza delle origini.

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Exit poll elezioni regionali, l’Emilia resterebbe a Bonaccini mentre in Calabria vince la Santelli

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Stefano Bonaccini è in testa su Lucia Borgonzoni nella corsa per la presidenza dell’Emilia Romagna. I primi gli exit poll diffusi dalla Rai alla chiusura dei seggi per le regionali parlano di 2 o 3 punti di vantaggio di Bionaccini sulla Borgnzoni. Una forchetta che profila un lungo testa a testa tra i due candidati. In una sfida carica di significati politici il governatore Pd uscente, sostenuto dal centrosinistra, oscillerebbe tra il 47 e il 51 per cento dei voti, mentre la rivale leghista appoggiata dal centrodestra sarebbe fra il 44 e il 48%. Fermo tra il 2 e il 5 per cento il candidato M5S Simone Benini. In attesa delle proiezioni su schede scrutinate, Bonaccini resterebbe alla guida della Regione e Matteo Salvini – arrivato in serata al comitato di Borgonzoni – avrebbe fallito l’assalto al fortino rosso e la spallata al governo. Ma saranno le proiezioni notturne a confermare o meno il quadro. In Calabria invece non ci sarebbe storia tra Jole Santelli del centrodestra (50-51%) e Pippo Callipo del centrosinistra (28-29%), con la deputata di Forza Italia avanti di circa 20 punti, sempre secondo gli exit poll della Rai. Spicca in Emilia Romagna il dato dell’affluenza al 59,29%, quasi raddoppiata rispetto al 2014 (31,13%). Un’inversione di tendenza significativa, originata verosimilmente dalla posta in gioco e dalla polarizzazione della sfida con riflessi nazionali. Un boom di partecipazione che andra’ interpretato nei trend dopo i risultati, tra l’ipotetico effetto Sardine e l’effetto Salvini, ma che di certo pesa. Da valutare l’incidenza del voto disgiunto, con la possibilita’ che gli elettori votino un candidato governatore e la lista di un altro schieramento. Un discorso che potrebbe valere per M5S, ma anche per molti moderati di centrodestra.

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C’è l’intesa Pd-Iv, Gualtieri corre a suppletive Roma: Federica Angeli deve fare ancora la giornalista

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Roberto Gualtieri candidato unitario del centrosinistra alle elezioni suppletive del primo marzo per un seggio da deputato a Roma. La decisione arriva dopo giorni di trattative assai turbolente, sull’orlo dello strappo: il ministro dell’Economia correra’ per lo scranno lasciato libero dal neo commissario europeo Paolo Gentiloni, con il sostegno dei Dem, Italia viva, Sinistra italiana, Psi, Articolo 1. L’annuncio arriva tra i mugugni dei renziani, che sosterranno Gualtieri a cui riconoscono “stima e amicizia” ma dichiarano che non e’ la scelta migliore possibile. Matteo Renzi proponeva infatti, con Azione di Carlo Calenda e +Europa di Emma Bonino, il nome della giornalista Federica Angeli, in alternativa a quello di Gianni Cuperlo, che Nicola Zingaretti aveva indicato per il Pd. La convergenza arriva su un nome terzo, cui i renziani non possono dire no (alle prime battute, erano stati loro stessi a ipotizzarlo). Ma la presidenza di Iv rivendica che quella di “Angeli sarebbe stata la migliore candidatura possibile” e definisce “il veto del Pd inspiegabile”. Tace Calenda, ma da Azione c’e’ chi spiega che a questo punto e’ probabile una sorta di “desistenza”: non spendersi in campagna elettorale per Gualtieri, ma aiutarlo non remando contro. Il Pd sottolinea che attorno al ministro dell’Economia si puo’ ricostituire una larga convergenza delle forze di centrosinistra: e’ “la scelta piu’ autorevole, unitaria e di apertura” possibile, twitta Dario Franceschini, che e’ capo delegazione dei Dem al governo. Anche il centrodestra sta lavorando a una candidatura unitaria mentre il Movimento 5 stelle ha gia’ annunciato un suo candidato: salvo sorprese e convergenze ad ora imprevedibili, sara’ Rossella Rendina il nome pentastellato che avra’ l’ingrato compito di sfidare il ministro dell’Economia del suo stesso governo.

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