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Antonio D’Amato e Nino Di Matteo sono i nuovi consiglieri del Csm

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I pm Antonio D’Amato e Nino Di Matteo sono i nuovi consiglieri del Csm. D’Amato e’ stato il magistrato piu’ votato. E’ di Magistratura Indipendente, la corrente piu’ coinvolta nella bufera che ha investito il Csm per la vicenda delle nomine, legata all’inchiesta di Perugia sul pm Luca Palamara. D’Amato, che e’ procuratore aggiunto a santa Maria Capua Vetere, ha ottenuto 1460 voti. Sono stati invece 1184 i voti di Di Matteo, candidato da Autonomia e Indipendenza, e in servizio alla Direzione nazionale antimafia, dopo una lunga esperienza alla procura di Palermo.

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Il calcio sogna di ripartire, “modulo Juve” per ridurre gli stipendi

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– A tre settimane da quel Juventus-Inter che verra’ ricordata non come un big match scudetto ma come lo spartiacque tra un mondo e un altro, padroni e attori del calcio tricolore si affacciano su un futuro pieno di incognite e preoccupazioni. La speranza di ripartire con i campionati in tempi accettabili si fa sempre piu’ flebile, in attesa che domani il governo e il ministro Vincenzo Spadafora proroghino i termini dello stop generalizzato. Niente da fare per il 3 maggio, ha preannunciato lo stesso Spadafora, che proporra’ di bloccare tutta l’attivita’ sportiva, allenamenti compresi, fino al 30 aprile. In questo vuoto totale rischiano di precipitare le societa’, che da un lato chiedono aiuto all’esecutivo e dall’altro cercano tagliare le spese intervenendo sulla voce piu’ consistente, gli stipendi dei giocatori. La partita avra’ domani un suo momento importante con l’incontro (ovviamente in conference call) tra la Lega serie A e l’Associazione italiana calciatori, che ascoltera’ e valutera’ le risposte dei club. Intanto pero’ a dare una traccia forte e’ stata la Juventus, che ha agito in contropiede rispetto alle altre trovando un sostanzioso accordo con i suoi campioni e staff per circa 90 milioni di risparmi. Un modulo di gioco che e’ piaciuto al presidente della Figc, Gabriele Gravina, che lo ha definito “un esempio per tutto il sistema” e ha ringraziato giocatori e tecnico che “hanno posto l’interesse generale al centro della della loro interlocuzione con il club”. “L’unita’ e la solidarieta’ – ha continuato – sono la prima grande risposta all’emergenza, che rischia di essere ancor piu’ grave se non si dovesse tornare a giocare. Solo il contributo di tutti i protagonisti, ognuno per la sua parte, rendera’ il calcio piu’ forte”. La partita di domani non si preannuncia comunque facile e rischia di essere poco piu’ di un calcio di inizio, perche’ il modulo Juventus non piace a tutti i club e nemmeno all’Aic, che deve tutelare interessi molto diversi, e trovare una auspicata soluzione comune rischia di richiedere molto tempo e pazienza. “Il calcio puo’ uscire dalla crisi se si prendono misure nell’interesse di tutti”, dice Cosimmo Sibilia, vicepresidente vicario della Figc e presidente dei Dilettanti, la base della piramide calcio. Da Spadafora, per tutto lo sport dilettantistico, e’ arrivata la promessa di 400 milioni di aiuti, e Sibilia “prende atto con soddisfazione, in attesa dei gesti concreti” Altri attori, come gli arbitri, stanno alla finestra, ma prima di ripartire vogliono avere delle garanzie, visto che l’ipotesi di giocare le partite a porte chiuse li esporrebbe comunque a dei rischi, si veda appunto Juve-Inter. “Nella drammaticita’ del momento continuiamo a lavorare sulla ripartenza, ma il quando non dipende da noi – ha dichiarato il loro presidente, Marcello Nicchi -. Siamo pronti a riaccendere il motore ma certo non possiamo mandare gli arbitri allo sbaraglio a rischiare la vita. Servono garanzie per tutti, anche per noi”. Ha piu’ fretta di riprendere la stagione e la sua corsa verso la serie A Pippo Inzaghi, allenatore del Benevento dominatore della serie B. “Quando tutto finira’ vogliamo ricominciare a giocare: sarebbe la cosa piu’ giusta – ha dichiarato -. Vogliamo finire quello che abbiamo iniziato otto mesi fa, i campionati vanno terminati. Sarebbe la soluzione migliore per evitare equivoci ed evitare che qualcuno subisca danni”

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Lettera-denuncia dei sindaci dell’isola d’Ischia a De Luca: da 7 giorni in attesa degli esiti di 40 tamponi rinofarignei, così si aiuta il contagio

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Tamponi pochi. Contagiati su un’isola piccola 23. Risultati di 40 test covid 19 effettuati nei sei comuni isolani  attesi oramai da più di una settimana. Che cosa vuole dire? Che, potenzialmente, sull’isola d’Ischia ci sono una 40ina di persone che in attesa dell’esito dei tamponi rinofaringei potrebbero aver contagiato o potrebbero contagiare loro congiunti o persone con cui vengono in contatto. In queste ore è arrivata sul tavolo del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, del prefetto di Napoli Marco Valentini e i vertici della Sanità della Campania una lettera firmata da cinque sindaci dell’isola e dal commissario prefettizio che guida il comune di Lacco Ameno.  I toni della lettera sono ovviamente garbati, ma fermi.

Sindaci isolani. Da sinistra Castagna, Ferrandino, de Magistris (sindaco della città Metropolitana), Del Deo, Gaudioso, Caruso

I sindaci “ribadiscono che solo la rapida conoscenza degli esiti dei tamponi permetterebbe di isolare con rapidità i casi positivi, predisporre le collocazioni nelle strutture  dedicate e  di interrompere  la catena del contagio abbassando il numero dei nuovi positivi al Covid-19”. Come dire, dopo una settimana, dovete dirci chi è positivo ai tamponi, perchè queste persone hanno diritto ad essere curate subito, così come la comunità ha diritto ad essere preservata dal contagio. E i sindaci sono prima autorità sanitaria sul territorio. É loro dovere fare ogni sforzo per difendere i loro concittadini dal pericolo contagio.

Nella foto di archivio il sindaco di Ischia Enzo Ferrandino assieme al presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca che fanno da ciceroni al Capo dello Stato Sergio Mattarella in visita sull’isola

Tutti i sindaci hanno peraltro più volte “avuto modo di porre in evidenza” che l’isola è piccola e che “l’Ospedale “Anna Rizzoli” di Lacco Ameno, unica struttura ospedaliera sull’intera isola di Ischia, che allo stato ospita diversi pazienti ricoverati con diagnosi di positività al virus, presenta innumerevoli criticità legate, tra l’altro, al numero limitato di  posti letto in terapia intensiva, alla carenza di D.P.I. FFP3 per il personale  e di cateteri a circuito chiuso per i pazienti, con la conseguenza che risulti di fondamentale importanza, per la gestione dell’emergenza, conoscere con rapidità gli esiti dei tamponi effettuati, mentre emergono gravi disfunzioni relative alle comunicazioni di tali esiti definiti a distanza di diversi giorni dalla effettuazione”.

Ambulanza. Mezzo dotato di barella attrezzata con lettiga e biocontenimento che a Ischia non c’è ancora

Insomma la situazione è molto difficile e questi ritardi non fanno altro che renderla ancora più complicata. Ora  i primi cittadini reclamano attenzione e pretendono risposte sui tamponi effettuati. Una settimana di attesa per conoscere gli esiti, oggettivamente sono troppi e i rischi di perpetuare la catena del contagio sono responsabilità enormi che ora i sindaci in maniera decisa e ferma imputano a chi gestisce l’organizzazione, l’effettuazione e i risultati dei tamponi rino-faringei. Non solo. I sindaci reclamano anche “la possibilità di svolgere test per verificare la positività anche attraverso presidi sanitari mobili, come sta già avvenendo in alcuni territori ricompresi nella gestione dell’Asl Na 1”.

E sollecitano “per l’intera isola di Ischia, una campagna di tamponi che tenga conto della densità di popolazione e dell’assenza di continuità territoriale con il continente, in una fase nella quale i collegamenti per le vie del mare risultano drasticamente ridotti a causa dell’emergenza”. Una richiesta che tiene conto del fatto che “i trasferimenti con elicottero di pazienti gravi, ove mai si esaurissero i posti presso l’unica struttura ospedaliera, sarebbe problematica in quanto secondo i protocolli, si dovrebbe attivare successivamente al trasporto, la procedura di igienizzazione di tali velivoli. Peraltro il trasferimento dei pazienti in continente dovrebbe avvenire attraverso barelle per il trasporto ad alto biocontenimento, allo stato non rinvenibili sull’isola, con ulteriori elementi di criticità non superabili”.

Lettera dei sindaci dell’isola di Ischia di Barano d’Ischia (Dionigi Gaudioso), Casamicciola Terme (Giovan Battista Castagna), Forio (Francesco Del Deo), Ischia (Vincenzo Ferrandino), Lacco Ameno (Commissario Prefettizio Simonetta Calcaterra), Serrara Fontana (Rosario Caruso) che pretendono risposta immediata.

 

 

 

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Carceri allo sbando, l’altra drammatica emergenza nazionale: subito soggetti capaci con i poteri necessari, altrimenti salta tutto

Catello Maresca

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Oggi anche il Santo Padre ha chiesto di intervenire sulla questione delle carceri.
Si sono già espressi magistrati, avvocati, sindacati della polizia penitenziaria, garanti e associazioni di varia natura ed estrazione.  Negli ultimi giorni abbiamo assistito a rivolte in tutte le carceri d’Italia. Abbiamo contato 14 detenuti morti nei tumulti. Assistito a fughe di massa di detenuti e alla devastazione di penitenziari con danni accertati per milioni di euro. Visto in tv agenti della polizia penitenziaria feriti o sequestrati da delinquenti che poi sono evasi. Appreso di detenuti positivi al covid 19 lasciati nelle celle come se nulla fosse, agenti infettati e in qualche caso deceduti per effetto del contagio.

Carceri polveriere. Momenti delle rivolte delle settimane scorse

Che cosa si sta aspettando?
Non c’è bisogno di avere capacità politiche, cultura, lungimiranza e sapienza (ingredienti indispensabili del buon politico, come ben detto in un articolo del Riformista dal titolo “A rischio rovina/ Il dramma di avere un Paese in mano agli sconosciuti di Piero Sansonetti, per capire che si deve intervenire “ieri”, perché oggi già è troppo tardi.
Mi sembra davvero assurdo che a distanza di due mesi dalla dichiarazione dell’emergenza sanitaria non esista ancora un piano strategico sulla questione carceraria.
Bisogna nominare subito un comitato tecnico o un commissario per l’emergenza.  Ma soprattutto si devono prevedere poteri speciali di intervento. Non c’è bisogno di indulti o di amnistie, ma di un po’ di buon senso e di lungimiranza.
Le misure previste dagli artt. 83 e 123 del D.l. del 18 marzo (il cosiddetto “Cura Italia”), aldilà del titolo, non curano proprio niente.
Le misure non hanno avuto l’impatto “sperato” come molti di noi prevedevano.
Pochi detenuti stanno uscendo dal carcere, peraltro, senza un ordine o una strategia chiara. Dal penitenziario di Milano Opera è stato liberato il primo ex detenuto al 41 bis. E molti anche ergastolani aspirano alla detenzione domiciliare. Ma il problema del sovraffollamento resta. Chi conosce l’ambito carcerario sa che anche scarcerando 20 mila detenuti le condizioni sostanzialmente non muterebbero.
E noi rischiamo di fare la fine della Colombia.
Bisogna agire subito, con un piano straordinario per le carceri, su alcuni profili tecnici.
Me ne vengono subito in mente alcuni che riguardano:


Ambito organizzativo/sanitario
1. Prioritaria è la tutela delle vite umane ( personale della polizia penitenziaria e platea dei reclusi) attraverso presidi sanitari idonei; tra questi la necessità di avviare immediatamente un piano di test massivi con tamponi su tutta la popolazione carceraria, anche ricorrendo a laboratori privati esterni (che hanno già in più Regioni dichiarato la propria disponibilità);
2. Si devono prevedere misure organizzative generali, con piani di rimodulazione della dislocazione dei detenuti su tutto il territorio nazionale; verificando anche la possibilità di riutilizzare Istituti dismessi come Pianosa o l’Asinara; nell’ambito di tale intervento bisogna prevedere specifiche misure per i detenuti in regime di 41 bis ed alta sicurezza;
3. Bisogna poi prevedere misure organizzative interne con presidi medici adeguati ( i cosiddetti Centri Diagnostici Terapeutici o CDT) e sezioni detentive dove poter trasportare e curare i detenuti dichiarati positivi al virus, nonché strutture idonee alla quarantena con isolamento per i casi asintomatici.  Analoga previsione deve valere per il personale della polizia penitenziaria.

Il carcere di Poggioreale. Uno dei tanti corridoi della struttura di reclusione napoletana in una foto di archivio di Mario Laporta

Fronte di ordine pubblico
1. Sul piano, invece, della necessità di ripristinare e di garantire l’ordine pubblico, occorre riportare la disciplina nelle carceri attraverso la previsione di specifici delitti di danneggiamento e sommossa, e la previsione di aggravanti speciali per i reati (resistenza, lesioni, etc.) se commessi ai danni della polizia penitenziaria e all’interno di Istituti di detenzione e pena;
2. Bisogna individuare specifici protocolli di sicurezza distinti per tipologia di detenuti;
3. Si devono prevedere incentivi e premi (già previsti nel settore) per il personale di polizia penitenziaria per l’attuazione di specifici protocolli di gestione dell’ordine interno alle strutture carcerarie.

Amministrazione penitenziaria. Il ministro Guardasigilli Bonafede con il capo del Dap Basentini e un poliziotto della penitenziaria

La storia ci insegna che il carcere è spia del disagio sociale e spesso ciò che accade in carcere anticipa gli eventi esterni. Questo dovrebbe spingere ad intervenire con ancora maggiore tempestività ed efficacia.Vi prego, ve lo chiedo da uomo di diritto, individuate soggetti tecnicamente attrezzati e date loro i poteri necessari per intervenire prima che sia troppo tardi.

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