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Oltre la soglia, Paolo Ranzani in mostra a Matera 2019 racconta il laboratorio teatrale nel carcere di Saluzzo

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Paolo Ranzani, “fotografo di persone, non di moltitudini: di individui” come lo definisce Vittorio Fallettiè tra gli autori di “Coscienza dell’Uomo”,allestimenti esposti al MAT19su progetto di Francesco Mazza e Maurizio Rebuzzini, che esulano dai parametri consueti di “opera d’autore” e provano invece con tensione e a diverse latitudini a riconnettere le opportunità dei grandi eventi culturali secondo coordinate di parametri nobili, puntando verso un corale racconto sull’interpretazioni della vita, contributi “meridiani” in forma fotografica mai astratti, asettici o sterili. Ranzani interpreta il senso globale dei due ideatori  osservare, piuttosto di giudicare, pensare, invece di credere. “Oltre la Soglia” il suo lavoro fotografico pubblicato in un libro   sarà in mostra dal 8 al 25 novembre a Matera. Il progetto di Paolo Ranzani si anima in carcere, grazie ad un Laboratorio di teatro e allo sforzo collettivo di quanti lavorano ogni giorno con professionalità all’interno della struttura, la Direttrice della casa Circondariale di Saluzzo, in provincia di Torino, Marta Costantino e Grazia Isoardi responsabile del Laboratorio Teatro in carcere, Koji Miyazaki e Fabio Ferrero, coreografi e insegnanti di danza che hanno lavorato al copione e alla regia. Poi ci sono loro, i 17 detenuti per reati cosiddetti ordinari che offrono all’obiettivo di Ranzani il senso di una sua personale liberazione, anche dagli stereotipi dell’estetica di quelli “fuori”, di lui Vittorio Falletti stigmatizza con ironia: “Ci vuole coraggio a passare dalle modelle e dai V.I.P. al carcere”. Ciò che forse ha rapito Ranzani, come accade a quasi tutti quelli che lavorano con coscienza in attività all’interno e per gli istituti di reclusione è il totale stravolgimento dellostill life, dimensione artistica che pur non amata da Ranzani, si ritrova invece a scovare nella quotidianità del carcere nel riprendere corpi e vite in movimento. Un “tumulto espressivo”, come ha scritto Luigi Lo Cascio nella prefazione al volume che nasce dal lavoro fotografico di Ranzani, “La Soglia”. Il risultato finale è un teatro della “necessità”, perché non superfluo, né superficiale. Un teatro della carne, non della chiacchiera, in grado di mettere in discussione l’attore quanto lo spettatore. Luigi Lo Cascio ha posto nel suo scritto pieno di suggestioni l’accento sul “Noi “di fuori”, sul senso delle rappresentazioni teatrali in generale mediamente “recluse” nello spazio ordinario di una cerimonia vuota, l’ossimoro a cui fa riferimento Lo Cascio è che invece nel testo nato dal lavoro fotografico partecipante di Ranzani, i detenuti, a partire dalla loro condizione di segregazione, ritrovano l’essenza dell’atto teatrale, che è la gioia del corpo che eccede le forme. Riconsegnando all’arte la sua implicita virtù rivoluzionaria. Il teatro dei detenuti ma anche delle guardie carcerarie curiose ed attente nel loro ruolo “personificato” non vuole essere un terreno di dimostrazione di abilità, ma un luogo dove le persone sono riuscite a narrare una relazione, mettendo in gioco le emozioni e il bisogno urgente in ognuno di esprimerle. La prigionia mortifica la dimensione dei corpi, anestetizza la tentazione e un laboratorio di teatro risorge come movimento a recuperare e riconoscere tutte le parti di sé, recluse ed immaginate.  “Spesso si è portati a pensare che dentro un carcere la vita somigli a quella che si svolge fuori – ci spiega Paolo Ranzani – ma la realtà è molto diversa. Non solo per l’enorme numero di regole che inevitabilmente governano l’istituto, dal mangiare al passeggiare, al fare una doccia, fino all’incontro con le persone a cui si vuol bene, tutto è scandito da orari e riti molto precisi, quanto – prosegue –  per un altro tipo di limitazione, più intensa e più pervasiva che è la costrizione dei gesti, dei movimenti, delle parole, una costrizione che permea fino all’ultimo secondo della quotidianità e che spesso finisce per trasformarsi in una forma di auto-censura. In carcere non si può gridare, non si può litigare, si discute senza alzare la voce, non ci si può lasciare andare. Indossare una maschera, recitare una parte è spesso l’unico modo di sopravvivere e di gestire i rapporti con i propri compagni e con l’istituzione nella staticità dei movimenti e nella rigidità dei corpi”. Il Laboratorio Teatrale, si coglie dalle parole e dalle immagini di Ranzani, è stato sicuramente occasione di forte rottura rispetto a questa staticità. “Per molti dei detenuti, conclude il fotografo, ha rappresentato una spinta straordinaria nello sviluppare forme autentiche di comunicazione e di espressione.” Sono tutti arrivati alla fine del loro percorso di pena, tante storie forti, tra loroBakkary Berte, presente nella foto di copertina, che sarà presente al Mat19 a Matera con l’autore, oggi è sposato e padre lavora ancora in Italia, adottato da Amnesty, si è aggrappato a quella seconda possibilità che faticosamente cerca di ri-intercettare ogni atto di riconoscimento e di vero lavoro sull’individuo. Questo libro vuole rappresentare una testimonianza di questa scommessa, insieme al tentativo di mostrare, per quanto possibile, lo sforzo collettivo di quanti, lavorano ogni giorno e in silenzio con professionalità,passione e intelligenza a questa ricerca di autenticità.

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Cultura

Ápeiron, la possente onda fotografica di Dimitra Dede, ci avvolge alla galleria Spot Home Gallery

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Si entra in un’onda e ci si lascia trasportare, roteando, inabissandosi, emergendo, trattenendo il respiro per poi inspirare continuando a volteggiare sospinti dall’onda che sempre di più ci avvolge e ci accompagna nella visione di queste foto che ci soffermiamo a decifrare, a tentare di capire, a decodificare e che all’improvviso si svelano con i corpi e parti di essi che ben conosciamo, e allora ci si tranquillizza, per poi riprendere a bordeggiare sull’onda  cercando di interpretare un particolare che non si svela subito. Un ghiacciaio? Una roccia? Un albero? Un corpo?  Oppure Nuvole? Come afferma Christian Caujolle: questi elementi sono “Pretesti per formare immagini, per provocarle, per generarle e Dimitra Dede le tratta come materia prima che lei lavora, graffia, trasforma, muta e stravolge per raggiungere un mondo che esiste solo nell’immagine, un mondo fluttuante ancorato ad un reale già dissolto.” Non si può che essere d’accordo con queste parole, Dimitra Dede, fotografa/artista, in mostra da Giovedì 28 ottobre 2021 alla Spot home gallery in Via Toledo 66 a Napoli con la sua mostra Ápeiron, ci fa trasportare dall’onda che lei genera con le sue foto che  sembrano affiorare da un altrove indefinito, nel tempo e nello spazio, e dissolversi davanti ai nostri occhi. Sono intime e al contempo universali perché evocano interrogativi profondi sul senso della vita, sull’effimero, sulla morte. Ápeiron (dal greco antico à, assenza e peras, confine) inteso come il principio, infinito ed eterno, da dove tutte le cose hanno origine e ove si dissolvono, è un concetto intorno al quale ruota l’intera produzione artistica di Dimitra Dede, ben riflesso nella frase dello scrittore greco Nikos Kazantzakis: “Veniamo da un abisso oscuro; ritorniamo in un abisso oscuro. Lo spazio luminoso che intercorre tra di loro lo chiamiamo vita”. La mostra racchiude immagini della sua prima monografia Mayflies, largamente apprezzata dalla critica, e altre opere inedite, tra le quali la serie Dragon House, racconto poetico di un impervio cammino verso “casa”, in un luogo arcaico, denso di miti e di ricordi da custodire e tramandare. Di una espressività potente, le opere di Dimitra, affondano le radici nella iconografia classica, nella pittura del XIX secolo, nella fotografia contemporanea, spaziano dai classici alle immagini futuribili in un continuo susseguirsi e rincorrersi, frutto di una vivacità intellettuale che l’autrice trasmette immediatamente mentre ci parla di lei, della sua vita. La sua opera è determinata anche dal violento e tormentato processo creativo di manipolazione e alterazione delle immagini. L’artista attacca i negativi con bruciature chimiche, cera, fuoco, solarizzazione, vernice, usa tutto ciò che può per imprimervi i segni delle sue sofferenze In un processo di trasmutazione della materia che diviene un percorso catartico che consente all’artista di elaborare il dolore e di raggiungere l’armonia ricomponendo i pezzi frammentati della sua esistenza di donna, figlia e madre.

La mostra, nata da un’idea di Cristina Ferraiuolo che ne ha curato la realizzazione insieme a Michael Ackerman, presenta 63 opere ed è visitabile da: SPOT HOME GALLERY di Cristina Ferraiuolo dal 28 ottobre 2021 al 28 gennaio 2022. Opening 28 ottobre 2021  dalle ore 12 alle ore 20. PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA sul sito www.spothomegallery.com

 

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Cultura

Lo splendore della cella che fu di San Tommaso D’Aquino è ora visitabile nel complesso di San Domenico Maggiore a Napoli

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La bolla papale di Papa Pio V con la proclamazione a Dottore della Chiesa del 12 Aprile 1567, un dipinto di Francesco Solimena che lo raffigura, l’altare in una cappella realizzata postuma al passaggio del Santo nella splendida chiesa di San Domenico Maggiore, i soffitti finemente decorati, un testo redatto dal Santo e una sacra reliquia di una  parte dell’omero sinistro, tutto è visitabile da Domenica 17 Ottobre nello   splendore della la Cella di San Tommaso d’Aquino al Complesso di San Domenico Maggiore di Napoli, grazie al progetto di restauro e valorizzazione promosso dall’Associazione Friends of Naples Onlus insieme a Giuseppe, Giulia e Gabriella d’Aquino di Caramanico e al Museo Cappella Sansevero con la collaborazione dei Frati del Convento di San Domenico Maggiore e del Comune di Napoli. I visitatori, da  potranno ammirare la rinnovata bellezza della piccola cella all’interno della Basilica dove San Tommaso d’Aquino abitò per circa due anni, e dove sono attualmente conservati i cimeli e le reliquie del Santo. I lavori, con un’attenta analisi e valutazione e sotto l’Alta Vigilanza della Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli i Beni Storici ed Artistici di Napoli, hanno donato all’ambiente una nuova luce e fruizione: dall’ammodernamento dell’impianto di illuminazione, al restauro del portone di ingresso  e ancora il recupero delle antiche cornici dorate e delle parti lignee e la realizzazione dei nuovi pannelli espositivi, insieme ad una accogliente  musica scritta e composta dallo stesso San Tommaso. A presentare il progetto alla conferenza stampa a San Domenico Maggiore, venerdì 15 ottobre, sono intervenuti: fr. Francesco Maria Ricci, O.P. Priore provinciale dei Frati Predicatori Italia Meridionale, dott.ssa Barbara Balbi, Funzionaria Restauratrice SABAP per il Comune di Napoli, dott.ssa Rosa Romano, Responsabile Ufficio Stampa SABAP per il Comune di Napoli e storica dell’arte, insieme all’ing. Giuseppe d’Aquino di Caramanico e all’arch. Alberto Sifola Presidente Friends of Naples Onlus. Con le  parole di Alberto Sifola, presidente di Friends of Naples si entra nello spirito che ha animato il restauro me le restituzione alla città di questo importante pezzo di storia della città  “La Cella di San Tommaso d’Aquino è un microcosmo che ha richiesto un raffinato intervento, curato nei minimi dettagli da studiosi ed artigiani esperti ed incredibilmente numerosi: un folto gruppo di marmisti, doratori, intagliatori, falegnami, fabbri, tappezzieri, muratori, tecnici dell’illuminazione, restauratori di tele e finto legno hanno collaborato alternandosi in uno spazio molto speciale ma ridottissimo”.

 

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Cultura

“A Message for You” 70 scatti del fotografo Guy Bourdin alla galleria Al Blu di Prussia di Napoli per presentarci la moda dei fine anni ’70

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Guy Louis Banarès, nato a Parigi nel ’28 dove si è spento all’età di 63 anni, forse, negli anni della sua infanzia, abbandonato dalla madre ad appena un anno e adottato da  Maurice Désiré Bourdin dalla quale prese il cognome e probabilmente gli interessi per le arti, mai avrebbe pensato di essere uno dei più influenti, per i colleghi che gli succederanno, ispiratori della nuova onda della fotografia di moda. Guy Bourdin, a detta di tanti, non aveva un carattere semplice, anzi, era considerato un burbero, un fotografo che trattava senza educazione e molti scrivono che tante erano le scenate delle quali erano oggetto le sue modelle. Si può pensare che questo atteggiamento fosse figlio dell’abbandono da parte della madre, certamente un atteggiamento non giustificabile, ma che aveva di contraltare una spietata  e incredibile reputazione di perfezionismo per   meticolosità, accuratezza, scrupolosità e attenzione che poneva nel suo lavoro, che esigeva enormi sacrifici   e privazioni personali. Il soldato Guy Bourdin apprende i primi rudimenti sulla fotografia  proprio durante il servizio militare a Dakar nelle forze aeree francesi. Una volta tornato in patria, il cadetto è metaforicamente adottato dal grande Man Ray, che lo instrada nell’arte fotografica e dalla quale il giovane Bourdin impara, leggendo, studiando foto e quadri di famosi artisti visivi, che molte volte ha anche conosciuto come  Weston, Magritte, Balthus, Buñuel, Bacon, Turner, Dalì, Delacroix, Ingres, Manet, Hitchcock dai quali si fa ispirare e diventa fonte di ispirazione per gran parte dei maggiori fotografi oggi contemporanei  Mert Alas e Marcus Piggot,   Jean Baptiste Mondino, Nick Knight e  David La Chapelle. Guy Bourdin è stato uno dei più celebri fotografi di moda e  pubblicità della seconda metà del ventesimo secolo Condividendo  con Helmut Newton l’appetito per la provocazione e la messa in scena, per la costruzione dell’immagine e la precisione nel realizzarla e proporla, Bourdin ha in più l’audacia formale e la forza narrativa che oltrepassa la  fotografia pubblicitaria convenzionale incentrata esclusivamente sul capo, ma ci presenta in quasi tutte le sue opere, il contesto. Il capo d’abbigliamento, la donna, sono inseriti in forma compositiva in uno scenario ampio, sia esso naturale o architettonico.     Bourdin ha lavorato  per Vogue ed Harper’s Bazar e curato le campagne promozionali di Chanel, Issey Miyake,  Emanuel Ungaro, Gianni Versace, Loewe, Pentax e Blomingdale’s. Il grande fotografo, non amava le mostre e la promozione di se stesso, non conservava le proprie opere, ne fece nulla per preservarle. Disse no a  diverse offerte di mostre, rifiutando, addirittura, allettanti proposte per la pubblicazione  di libri, fermamente convinto che le sue opere fossero distrutte dopo la sua morte, non vi è riuscito, solo per il fatto che non mantenne quasi nulla del proprio lavoro per sé stesso, per cui la maggior parte è stata salvata  Il primo libro celebrativo su di lui fu Exhibit A, pubblicato dieci anni dopo la sua morte. Oggi una mostra ne celebra la figura  GUY BOURDIN  “A Message for you” a cura di Maria Savarese,  presso la galleria Al Blu di Prussia in via Filangieri a Napoli fino al 29 Gennaio, che  illustra un aspetto del fotografo  scrivendo nella sua presentazione: “Con l’occhio di un pittore, Bourdin ha creato fotografie, con cui, raccontando affascinanti storie narranti, ha dimostrato quanto la dimensione del racconto fosse più importante del prodotto pubblicizzato, riducendolo ad un semplice “pretesto” per concentrare la sua attenzione altrove, infrangendo radicalmente le convenzioni della fotografia commerciale grazie ad un perfezionismo implacabile e un umorismo tagliente con cui metteva in scena drammi insoliti che si svolgevano in scene apparentemente quotidiane o in incontri ordinari che stimolavano l’immaginazione, sviluppando una tecnica innovativa basata sulla saturazione del colore, sull’iperrealismo e su composizioni ritagliate, su giochi di luci e ombre, e sul trucco particolare dei modelli. Niente era casuale, perfino l’utilizzo nel modo più fantasioso del formato della rivista a doppia diffusione, adattando le sue composizioni ai vincoli della pagina stampata sia concettualmente che graficamente:As always, he had the layout of his photos in mind and used the double-page spread of the magazine as yet another intriguing device; the reader opened or closed my legs with the turn of a page” . Bourdin ha spazzato via irriverentemente tutti gli standard di bellezza, la morale convenzionale e le rappresentazioni dei prodotti in un colpo solo. Intorno al corpo femminile ha costruito interruzioni visive, l’oltraggioso, l’orribile, l’indiscreto, il brutto, il condannato, il frammentario, l’assente e la morte, tutto ciò che sta al di là dell’estetica e della morale. In esposizione oltre 70 scatti, da ammirare anche perché stampe da diapositive, che oramai nell’era digitale,   difficilmente si può rivedere, anche perché  si è perso  quel tipo di profondità e colore, che può apparire e sarà di sicuro anche vintage, ma è la storia della fotografia, dove per ottenere uno scatto, si doveva avere sotto controllo ogni parametro tecnico e non affidarsi alla postproduzione per correggere errori una volta irrecuperabili. Gli scatti della mostra sono  selezionati tra quelli eseguiti nel periodo 1977-1980, per un excursus fra quelli realizzati per Charles Jourdan, quelli per “Vogue France”, altri per il calendario Pentax e Versace, ed infine un gruppo inedito selezionato dal suo archivio apposta per questo progetto. A completamento, una proiezione video pensata proprio per la sala cinema della galleria, costituita da undici film di moda unici, Compulsive Viewing: The Films Of Guy Bourdin, tratti da un film d’archivio registrato dal fotografo durante gli shooting nei suoi trentacinque anni di carriera, montati e presentati per la prima volta in occasione della grande retrospettiva al Victoria and Albert Museum di Londra del 2003; insieme ad altri cinque inediti, di cui uno collocabile fra il 1967 e 1981, girato per la campagna pubblicitaria per Charles Jourdan, un secondo, datato 1974, in Normandia per “Vogue France”, e altri tre, realizzati per strada a New York fra il 1957 e il 1966. A Message for You approda a Napoli,  Al Blu di Prussia, su impulso della Fondazione Mannajuolo, ed alla collaborazione della Guy Bourdin Estate, dopo aver attraversato alcune fra le sedi espositive più importanti del mondo in diverse città fra New York, Pechino, Cannes, Dusseldorf, Parigi, Venezia, fino alle due più recenti italiane: nel 2009 alla Galleria Carla Sozzani di Milano, e nel 2013 a Firenze, al Museo Nazionale Alinari della Fotografia. Il progetto nato nel 2006 come una ricerca di Nicolle Meyer, sua modella e musa ispiratrice dal 1977 al 1981 e della curatrice Shelly Verthime, è divenuto in un secondo momento una pubblicazione ed una mostra.

Guy Bourdin A Message for you A cura di Maria Savarese Dal 23 settembre 2021 al 29 gennaio 2022 Orari: martedì-venerdì 10.30-13/16-20; sabato 10.30-13          Ingresso libero contingentato in osservanza delle misure di prevenzione e controllo dell’epidemia da Covid 19 al fine di evitare gli assembramenti.

La fotogallery della mostra è realizzata con smartphone.

 

 

 

 

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