Cultura
‘Ndocciata Agnone Patrimonio Unesco, il Governo ci crede | Fotogallery di Mario Laporta
La ‘Ndocciata di Agnone (Isernia) ha incantato il Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e il sottosegretario Vittorio Sgarbi, entrambi ieri hanno assistito all’antico rito del fuoco impegnandosi a sostenere la proposta del comune, della Proloco e dell’Unimol affinché esso sia riconosciuto come patrimonio immateriale dell’Unesco.
“Una bella proposta – ha detto ieri Sangiuliano – sulla quale possiamo ragionare e, insieme, disegnare un percorso, ma si può fare anche molto di più per il Molise, per Agnone, per questo territorio, ma soprattutto per coloro i quali vengono da qui perché questo è un luogo di cultura, questo è un luogo che ha grandi tradizioni che meritano di essere valorizzate”. Poi è intervenuto Sgarbi con un post: “Il fascino della ‘Ndocciata di Agnone, in Molise. Cittadini sfilano, in una sorta di rito propiziatorio, con le fiaccole. Il bagliore dei fuochi squarcia il buio della notte e anima i vicoli. Tradizione che merita il riconoscimento dell’Unesco”. La ‘Ndocciata è già riconosciuta, dal 2011, Patrimonio d’Italia per la tradizione dal Ministero del Turismo. L’evento attira, infatti, migliaia di turisti e ieri, secondo i dati forniti dagli organizzatori, erano oltre 10mila nonostante il maltempo. Per le strade principali di Agnone hanno sfilato 1200 ‘ndocce portate in corteo da ‘ndocciatori e figuranti, circa 320 persone.
La preparazione delle grandi torce comincia nel mese di marzo, con la ‘martellata’, ovvero quando i carabinieri Forestali segnano gli abeti bianchi da abbattere: essi, dopo l’essiccazione, diventano parte della ‘ndoccia assieme ai rami di ginestra. Il rituale, pagano e cristiano, è sempre lo stesso dal 1956: i bambini aprono il corteo portando le fiaccole più piccole e poi è un crescendo, fino ad arrivare alle ‘ndocce a ventaglio alte fino a tre metri. Gli ‘ndocciatori arrivano dalle Contrade del paese: Sant’Onofrio, Guastra, Colle Sente, San Quirico e dai quartieri agnonesi Capammonde e Capaballe e indossano un mantello a ruota di panno nero. Durante il percorso sono incitati dai turisti, che si affollano ai lati delle strade, e loro regalano momenti di folklore. Il rito si conclude in Piazza Plebiscito con il grande falò della Fratellanza: ciò che resta delle ‘ndocce viene lasciato bruciare per cancellare tutte le cose negative dell’anno che sta per concludersi e accogliere la positività del solstizio. Si replica il 24 dicembre con la ‘Ndocciata ai cui partecipano tutti gli agnonesi prima del cenone della Vigilia.
La fotogalleria che ci propone Mario Laporta, ci traccia alcuni momenti della ‘Ndocciata un evento tradizionale che si svolge ad Agnone, comune dell’Alto Molise in provincia di Isernia noto per la sua millenaria produzione di campane, La ‘Ndocciata è la “tradizione natalizia legata al fuoco” più imponente che si conosca al mondo, una suggestiva processione di fiamme e scintille, che parla di una lunga, eterna emozione che si deve vivere, per poterla capire e apprezzare nel suo senso più profondo. Come recita anche il sito ufficiale della manifestazione “L’origine della tradizione del fuoco che “infiamma” la Vigilia di Natale ad Agnone si perde nella notte dei tempi.
Da principio la ‘Ndoccia (fonema dialettale che sta per ”grande torcia”) faceva parte certamente della ritualità pagana legata alla scadenza solstiziale del 21 dicembre. E’ noto infatti l’antico legame che l’uomo ha con il fuoco, ritenuto sin dall’alba della sua comparsa come fonte primaria di vita, elemento fecondatore e purificatore della natura; al pari sono noti agli studiosi i fuochi rituali che dalla Persia alla Normandia, dalla Russia al Galles, gli antichi abitatori dell’Europa e del vicino Oriente accendevano in onore del Dio Sole durante la notte più lunga dell’anno. Anche gli antenati degli attuali abitanti di Agnone, gli Osci e i temibili Sanniti che per secoli contesero a Roma il dominio dell’Italia centro meridionale, erano legati al fuoco, ai suoi significati e alle sue suggestioni. E’ da questo legame che deriva certamente la tradizione ultra millenaria del fuoco solstiziale che in Agnone, nel cuore dell’Appennino abruzzese-molisano, si è evoluta nella “‘Ndocciata”.
Rito dedicato al sole ed al suo ciclo annuale fatto proprio dal cristianesimo e divenuto per questo fuoco in onore al Dio che nasce, al Cristo Luce e Salvatore del mondo. Da documenti scritti si hanno testimonianze di questa tradizione magico-rituale fin dai primi anni dell’ ‘800. I padri-protagonisti di questa tradizione erano i contadini, un rito agreste dunque colmo di significati simbolici, parte del linguaggio della semplicità contadina. Ad esempio: “Mentre la ‘Ndoccia ardeva” si traevano auspici: se soffiava la “borea” si prevedeva una buona annata, al contrario se tirava il “vento” .
Se schioppettava andava bene, altrettanto se la fiamma era consistente: spari e fuochi, come ci insegna la storia delle tradizioni popolare, sono contro le streghe, considerate un vero e proprio male della società rurale. Anticamente, come oggi, la ‘Ndocciata di Agnone si svolgeva nella tarda serata del 24 Dicembre. Le maestose fiaccole, infatti, servivano con molta probabilità anche ad illuminare il cammino dei contadini che dalle zone rurali si portavano sino al paese per assistere alla messa natalizia di mezzanotte. Ma in che modo nei tempi più recenti si è arrivati a quello che è oggi la ‘Ndocciata?
Negli anni trenta del novecento ancora i contadini solevano sfilare spontaneamente per le vie del centro cittadino con in spalla ognuno la grande torcia fatta spesso con le proprie mani. Ma il secondo conflitto mondiale portò anche alla fine – o meglio ad una sospensione che rischiava di preannunciarla – di questa antica abitudine. La tradizione fu felicemente ripristinata nei primi anni cinquanta dalla Pro Loco di Agnone che, per incentivare la partecipazione all’iniziativa, organizzò una gara con premi. Da allora possiamo dire che per la ‘Ndocciata fu un crescendo continuo in imponenza del rito e attaccamento degli Agnonesi ad esso. Oggi il 24 Dicembre è un giorno simbolo della tradizione Agnonese e un appuntamento irrinunciabile per migliaia di turisti che provengono da ogni dove.”
- Inhabitants of Agnone, a little village in the center of Italy, dressed like ancient farmers, prepare enourmous wood torch called N’DOCCIA before the festival N’Docciata at Agnone
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- Inhabitants of Agnone, a little village in the center of Italy, dressed like ancient farmers, give the fire at enourmous wood torches called N’DOCCIA before the festival N’Docciata at Agnone
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- Inhabitants of Agnone, a little village in the center of Italy, dressed like ancient farmers, carry enourmous wood torches called N’DOCCIA during the festival N’Docciata at Agnone
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- Inhabitants of Agnone, a little village in the center of Italy, dressed like ancient farmers, escort one of the several enourmous wood torches called N’DOCCIA before the festival N’Docciata at Agnone
Cultura
Perù, scoperta a Chan Chan una tomba Chimú intatta da 600 anni con 38 corpi
Gli archeologi hanno scoperto a Chan Chan una piattaforma funeraria Chimú di oltre 600 anni fa, con almeno 38 corpi e numerosi reperti preziosi. La camera principale, rimasta sigillata per secoli, custodiva un personaggio di alto rango.
Una piattaforma funeraria risalente a oltre 600 anni fa, con i resti di almeno 38 individui appartenenti all’élite del regno Chimú, è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, in Perù. La struttura è rimasta quasi completamente intatta, conservando armi, ornamenti preziosi e raffinati oggetti cerimoniali sfuggiti per secoli ai saccheggiatori.
Le autorità peruviane hanno definito il ritrovamento eccezionale, mentre gli studiosi lo considerano già «la scoperta dell’anno».
La sepoltura si trova nell’area monumentale di Utzh An, un tempo conosciuta come Palazzo Gran Chimú, la più estesa del complesso archeologico di Chan Chan, nella regione di La Libertad, circa 500 chilometri a nord di Lima.
La camera rimasta sigillata per sei secoli
«La piattaforma è stata progettata per una figura dell’élite, la cui camera principale è rimasta sigillata per quasi 600 anni», ha spiegato Jorge Meneses, responsabile della squadra di archeologi.
La struttura comprende una camera centrale e due laterali. A quella principale, larga 1,2 metri e profonda cinque, si accede attraverso una scalinata che scende per circa 2,5 metri.
All’interno è stato trovato il corpo di un personaggio dell’aristocrazia Chimú, accompagnato da ornamenti in conchiglia e metallo. Il defunto era disteso, una posizione insolita rispetto alle sepolture flesse o sedute tipiche di questa civiltà.
Secondo il ministro della Cultura peruviano Alberto Beingolea, si trattava certamente di una persona di rango elevato, anche se le prime valutazioni non consentono di identificarla con uno dei grandi sovrani del regno.
Armi, gioielli e oggetti cerimoniali
Le due camere laterali misurano circa 1,5 metri di larghezza, otto di lunghezza e 3,5 di profondità. In una sono state trovate armi ed emblemi metallici, ma nessun resto umano. Nell’altra sono emersi gli scheletri di diversi individui.
Intorno ai corpi erano disposti dischi auricolari, collane, copricapi metallici, scatole di legno decorate con conchiglie e perle di quarzo. Sono state individuate anche tracce di cinabro, un pigmento considerato sacro e utilizzato nelle sepolture più importanti.
Tra i reperti figurano circa 60 oggetti in ceramica, tra bottiglie e vasi, alcuni dei quali presentano influenze stilistiche incaiche. Un elemento che conferma i contatti e le contaminazioni culturali tra le due civiltà.
Particolare attenzione è stata riservata a una scatola di legno contenente tessuti molto pregiati, a un oggetto allungato insolito per il repertorio Chimú e ad alcune ceramiche rosse, differenti dalla tradizionale produzione nera di quella cultura.
La capitale di un grande regno pre-incaico
Chan Chan fu la capitale di Chimor, lo Stato della civiltà Chimú, tra il 900 e il 1470 dopo Cristo. Il suo dominio si estendeva per circa mille chilometri lungo la costa del Pacifico, dall’attuale confine con l’Ecuador fino alla zona di Lima, prima dell’annessione da parte dell’Impero inca.
Considerata la più grande città costruita in argilla dell’America preispanica, Chan Chan è riconosciuta come Patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Il sito ha però subito secoli di saccheggi, circostanza che rende ancora più preziosa la scoperta di un contesto funerario sostanzialmente integro.
Gli scavi proseguono
Prima di rimuovere i resti, gli archeologi utilizzeranno tecniche di fotogrammetria ad alta precisione per documentare la disposizione dei corpi e degli oggetti.
Le ricerche dovranno chiarire anche il rapporto tra il personaggio sepolto nella camera centrale e gli altri defunti. Gli studiosi cercheranno di stabilire se alcune morti siano legate a riti sacrificali oppure riflettano la rigida gerarchia sociale del regno Chimú.
Cultura
“Pietra Viva” guarda a Brera: Villa Campolieto proroga la mostra fino al 30 settembre
La Fondazione Ente Ville Vesuviane proroga fino al 30 settembre “Pietra Viva”, personale di Antonio Carotenuto curata da Paolo Chiariello. La mostra è dedicata alla memoria di Mariella Stanziano e anticipa un nuovo progetto a Brera.
La pietra continua a raccontare. E il viaggio artistico cominciato alle pendici del Vesuvio sembra destinato a raggiungere presto uno dei luoghi simbolo dell’arte italiana.
La Fondazione Ente Ville Vesuviane ha prorogato fino al 30 settembre 2026 la mostra “Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”, personale di Antonio Carotenuto, curata dal giornalista e scrittore Paolo Chiariello e ospitata negli spazi monumentali di Villa Campolieto, a Ercolano.
L’esposizione, inizialmente programmata fino al 18 luglio e già prolungata all’8 settembre, resterà dunque aperta per altre tre settimane. Una decisione che riconosce l’interesse suscitato tra visitatori, appassionati e operatori culturali da un progetto nel quale arte contemporanea, memoria e identità vesuviana diventano parti dello stesso racconto.

Chiariello: «Dal Vesuvio a Brera, un nuovo capitolo»
«Questa ulteriore proroga conferma che “Pietra Viva” è riuscita a stabilire un rapporto autentico con il pubblico», dichiara il curatore Paolo Chiariello. «Antonio Carotenuto non utilizza la pietra lavica come un semplice materiale, ma come una pagina sulla quale incidere la storia, le ferite e la bellezza della nostra comunità. Il progetto di Brera non sarà una replica della mostra di Villa Campolieto, ma un nuovo capitolo di un percorso artistico che, partendo dal Vesuvio, vuole confrontarsi con una platea nazionale».
La mostra ha ottenuto il patrocinio dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, della Città Metropolitana di Napoli e del Comune di Boscoreale. È stata inoltre sostenuta e accompagnata dall’Associazione forense In Oltre, che ha condiviso fin dall’inizio il valore culturale e territoriale dell’iniziativa.

Chianese: «Villa Campolieto è un luogo vivo»
La cornice della villa vanvitelliana ha contribuito in maniera decisiva alla forza dell’esposizione. Le forme scolpite da Carotenuto dialogano con le architetture settecentesche, costruendo un confronto tra la solidità della materia vulcanica e l’eleganza degli spazi monumentali.
«Villa Campolieto deve essere un luogo vivo, capace di accogliere i linguaggi contemporanei e di metterli in relazione con la storia delle Ville Vesuviane», afferma il direttore della Fondazione Ente Ville Vesuviane, Roberto Chianese. «La risposta del pubblico ci ha convinti a concedere una nuova proroga. La Fondazione è lieta di avere accompagnato un progetto che valorizza un artista del territorio e, nello stesso tempo, restituisce centralità culturale a un patrimonio straordinario».

Carotenuto: «L’arte è un elisir per vivere con gli occhi nella bellezza»
Per Antonio Carotenuto il successo ottenuto a Villa Campolieto rappresenta il riconoscimento di una ricerca che nasce dal rapporto fisico e spirituale con la terra vesuviana.
«Il successo ottenuto a Villa Campolieto mi emoziona profondamente, perché queste opere sono nate dalla mia terra e qui hanno trovato una casa capace di accoglierle e di amplificarne il significato», dichiara l’artista. «Vedere tante persone fermarsi davanti a una scultura, seguirne con lo sguardo le fratture e riconoscervi qualcosa della propria storia è stata la soddisfazione più grande».
Carotenuto ringrazia quanti hanno contribuito alla realizzazione del progetto: «Sono grato alla Fondazione Ente Ville Vesuviane per aver creduto nella mostra e per averne disposto una nuova proroga, al curatore Paolo Chiariello per aver costruito intorno alle opere un racconto autentico e a tutte le istituzioni e le persone che hanno accompagnato questo viaggio».

Lo sguardo dell’artista è già rivolto verso la nuova tappa milanese.
«Sto lavorando intensamente alla prossima personale di Milano, nel quartiere di Brera. Non sarà una semplice prosecuzione di “Pietra Viva”, ma una nuova fase della mia ricerca, con opere e suggestioni pensate per confrontarsi con un luogo simbolico dell’arte italiana. Porterò con me il Vesuvio, la sua pietra, la sua luce e le infinite sfumature di una terra straordinaria».
Per Carotenuto l’arte conserva anche una funzione essenziale nella vita dell’uomo: «Credo che l’arte sia un elisir che aiuta a vivere tenendo gli occhi immersi nella bellezza, anche quando intorno emergono ferite, difficoltà e contraddizioni. Non cancella il dolore, ma ci insegna a guardarlo diversamente e a trasformarlo in memoria, energia e speranza. È questo che provo a fare scolpendo e dipingendo: restituire almeno una parte della bellezza che il mio territorio mi ha donato».

La pietra lavica diventa racconto
Carotenuto non si limita a lavorare la pietra lavica. La incide, la scava e la leviga, seguendone le fratture e le asperità fino a far emergere forme, volti e suggestioni.
La materia generata dal Vesuvio perde così la sua apparente immobilità e diventa il racconto di una comunità: delle sue radici, delle sue ferite, della sua energia e della sua bellezza.
Accanto alla scultura emerge la ricerca pittorica. Segno, materia e colore costruiscono un linguaggio complementare nel quale il paesaggio vesuviano non viene semplicemente rappresentato, ma interiorizzato e restituito attraverso una visione personale.
Ne deriva il ritratto di un artista a tutto tondo, capace di attraversare tecniche e materiali differenti conservando una riconoscibile unità espressiva.
Il catalogo con Bignardi e de Giovanni
Ad accompagnare la mostra è un catalogo che amplia e approfondisce il percorso espositivo. Non una semplice raccolta di immagini, ma uno strumento per entrare nell’universo creativo di Carotenuto.
Il volume, edito da Ebone Edizioni, curato da Paolo Chiariello, con foto di Paolo Vitale, è impreziosito dai contributi del critico e storico dell’arte Massimo Bignardi e dello scrittore Maurizio de Giovanni. Due sguardi arguti e differenti che si incontrano nella riflessione sulla pietra, sulla memoria e sul rapporto profondo tra l’artista e il territorio.

Catalogo
La dedica a Mariella Stanziano
La nuova proroga assume anche un significato umano particolare. L’Associazione In Oltre ha deciso di dedicare “Pietra Viva” alla memoria dell’avvocato Mariella Stanziano, fondatrice e prima presidente dell’associazione, prematuramente scomparsa.
Donna, madre e professionista profondamente legata alla propria comunità, Mariella Stanziano ha contribuito a costruire l’identità di In Oltre attorno ai valori dell’impegno civile, della cultura, della solidarietà e dell’amore per il territorio.

Associazione In Oltre. A sinistra la fondatrice dell’associazione Mariella Stanziano, prematuramente scomparsa, a destra, Anna Brancaccio, amica e attuale presidente di In Oltre
«Ringraziamo la Fondazione Ente Ville Vesuviane per la disponibilità e il sostegno assicurati in ogni fase del progetto», dichiara la presidente di In Oltre, l’avvocato Anna Brancaccio. «Abbiamo voluto dedicare questa mostra a Mariella perché la pietra custodisce la memoria proprio come fanno le comunità. Mariella ha lasciato un vuoto incolmabile, ma anche un patrimonio di valori, impegno e affetti che continuerà a orientare il cammino della nostra associazione. “Pietra Viva” ci è sembrata il luogo più autentico nel quale affidare il suo ricordo».
Dedicare a Mariella Stanziano una mostra che parla di materia, memoria, radici e appartenenza significa riconoscere la traccia indelebile lasciata nella storia umana e associativa di In Oltre. Come la pietra conserva i segni del tempo, così una comunità custodisce la memoria delle persone che hanno contribuito a costruirla.

Una delle opere iconiche della mostra. L’Ercole vesuviano
A novembre una nuova personale a Brera
La proroga di Villa Campolieto non chiude il percorso. Nel mese di novembre, infatti, Antonio Carotenuto sarà protagonista di una nuova mostra personale a Brera, ancora una volta con la curatela di Paolo Chiariello.
La sede, i contenuti e i dettagli del progetto saranno annunciati prossimamente. L’appuntamento milanese rappresenterà una nuova tappa della ricerca dell’artista: la pietra nata dal fuoco del Vesuvio si prepara a entrare in uno dei luoghi più rappresentativi della cultura artistica italiana.
Prima di scoprire ciò che accadrà a Brera, resta ancora tempo per attraversare il mondo di “Pietra Viva” nelle sale di Villa Campolieto.

Villa Campolieto
“Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”
Artista: Antonio Carotenuto
Curatore: Paolo Chiariello
Sede: Villa Campolieto, Ercolano
Prorogata fino al 30 settembre 2026
Con il patrocinio dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, della Città Metropolitana di Napoli e del Comune di Boscoreale. Con il sostegno dell’Associazione forense In Oltre. Mostra dedicata alla memoria dell’avvocato Mariella Stanziano, fondatrice e prima presidente dell’associazione.
Cultura
L’Ulisse di Nolan: l’Occidente ha paura di vincere?
Christopher Nolan trasforma l’Ulisse di Omero, celebrato per astuzia e vittoria, in un eroe moderno segnato dalla guerra e dal rimorso. Una rilettura che interroga l’Occidente: la coscienza morale può convivere con il coraggio necessario per sconfiggere il male?
«Prima degli ebrei c’era l’Odissea». Lo slogan scelto da un cinema dell’Oregon per promuovere il film di Christopher Nolan ha provocato proteste ed è stato successivamente sostituito con un gioco di parole su Waze, l’applicazione di navigazione nata in Israele.
La frase era storicamente sbagliata. I poemi omerici furono composti secoli dopo la nascita delle comunità israelitiche nel Mediterraneo orientale. Ma contiene involontariamente un’ironia più profonda: l’Ulisse portato sullo schermo da Nolan non appartiene soltanto al mondo di Omero. È un eroe modellato dalla coscienza morale dell’Occidente moderno.
Dall’astuzia al rimorso
L’Ulisse omerico è l’uomo della mètis, l’intelligenza astuta che gli consente di ingannare nemici, mostri e divinità. Il cavallo di Troia non rappresenta una colpa da espiare, ma il capolavoro che gli consegna la vittoria.
Il suo limite è la hybris: l’orgoglio che lo induce a rivelare il proprio nome al Ciclope, provocando l’ira di Poseidone. Ulisse non soffre perché ha vinto ricorrendo all’inganno. Paga per essersi vantato troppo.
Nolan costruisce un personaggio diverso. Il suo protagonista è segnato dalla guerra, tormentato dalle conseguenze delle proprie decisioni e incapace di considerare la vittoria come una gloria priva di ombre. Il ritorno a Itaca diventa così anche un percorso di ricomposizione psicologica.
L’eroe che avverte il nemico
Nel film, prima di scoccare una freccia, Ulisse fa vibrare rumorosamente la corda dell’arco, quasi volesse concedere all’avversario la possibilità di reagire. È un gesto estraneo alla logica omerica, ma perfettamente comprensibile allo spettatore contemporaneo.
L’eroe moderno deve mostrare forza e, nello stesso tempo, disagio verso quella forza. Deve vincere senza apparire compiaciuto, combattere senza smarrire la propria umanità, portare sul corpo e nella mente le cicatrici della violenza esercitata.
È un’evoluzione morale preziosa. Ma pone una domanda: siamo ancora capaci di riconoscere un eroe che agisce con decisione contro il male senza dover prima chiedere scusa per averlo sconfitto?
L’ospitalità trasformata in morale universale
Nell’Odissea la xenia, la sacra ospitalità protetta da Zeus, regola i rapporti tra chi accoglie e chi viene accolto. Il Ciclope la viola divorando i propri ospiti; i Proci la calpestano occupando la casa di Ulisse.
Nolan amplia questo principio fino a trasformarlo in un’etica universale della fiducia. In questa prospettiva, il cavallo di Troia non è soltanto un espediente militare, ma il tradimento originario che incrina la convivenza tra gli uomini.
È però una reinterpretazione moderna. Per Omero, Troia era una città nemica, non una casa ospitale: la xenia non impediva di combattere, ingannare e vincere una guerra.
Coscienza e coraggio
La cultura biblica, la filosofia e soprattutto le tragedie del Novecento hanno insegnato all’Occidente a diffidare della forza senza limiti. Anche re, generali e vincitori devono rispondere moralmente delle proprie azioni.
È una conquista della civiltà. Tuttavia, la difesa della libertà non può fondarsi soltanto sull’empatia. Può richiedere anche la capacità di sconfiggere chi vuole distruggerla.
La guerra giusta impone allora due obblighi inseparabili: ridurre le sofferenze non necessarie e conseguire un risultato capace di rendere possibile la pace. La vittoria senza coscienza conduce alla barbarie; la coscienza senza coraggio rischia invece di lasciare la civiltà indifesa.
L’Ulisse di Omero non dubitava del diritto di vincere. Quello di Nolan dubita persino della propria grandezza. In questa distanza si trovano insieme la fragilità e la forza dell’Occidente contemporaneo.



































