Politica
Cybersicurezza, Frattasi: manca la piena consapevolezza dei rischi
– L’Acn ”ha operato a tutela degli interessi nazionali nel campo della CYBERSICUREZZA, in costante collaborazione con le altre Amministrazioni che compongono l’architettura nazionale, nella ferma convinzione che la sicurezza e la resilienza nello spazio cibernetico si costruisce tramite uno sforzo condiviso e in una logica di sistema”. Lo afferma il direttore generale dell’Agenzia per la CYBERSICUREZZA nazionale (Acn) Bruno Frattasi nella prefazione alla Relazione annuale al parlamento 2022 dell’Agenzia per la CYBERSICUREZZA nazionale (Acn). ”Nel suo ruolo di Autorità nazionale di CYBERSICUREZZA, l’Acn ha condotto una vasta azione di coordinamento, incoraggiando la creazione di una rete di collaborazione e favorendo la concentrazione delle capacità nazionali in materia – continua Frattasi – In tale ottica, il confronto supera l’ambito istituzionale e viene anche arricchito da un processo di consultazione continua e bidirezionale con il settore privato e il mondo dell’accademia e della ricerca”.
”Solo un partenariato efficace con gli operatori strategici può consentire di rafforzare i presidi normativi posti a tutela delle infrastrutture critiche del Paese – prosegue – Solo un dialogo costruttivo con le università e le istituzioni scolastiche può favorire lo sviluppo di una workforce nazionale con competenze specialistiche. Solo il potenziamento della ricerca e il supporto alla nuova imprenditorialità innovativa può garantire l’autonomia tecnologica nel settore della CYBERSICUREZZA”. ”Lungo una direttrice diversa, l’Agenzia, animata da uguale convinzione, lavora al fianco di omologhe organizzazioni europee, partner internazionali e Paesi like-minded. Attesa l’intrinseca natura internazionale della CYBERSICUREZZA, lo scambio informativo e la cooperazione – tanto a livello strategico, quanto in ambito tecnico – diventano strumenti utili a far fronte alla complessità del panorama della minaccia e alla sua sofisticatezza – osserva Frattasi – L’evoluzione del contesto geopolitico, in cui l’accesso alle tecnologie, specie quelle emergenti, contribuisce a determinare la gerarchia internazionale, e il ciclico riacutizzarsi di tensioni e conflitti nelle oramai numerose aree di crisi, continueranno a condizionare la sicurezza delle catene di approvvigionamento e influenzare i livelli di rischio cibernetico”.
Politica
Camporini: «Su una pace duratura ci siamo illusi, Hormuz è ormai una leva nelle mani dell’Iran»
Il generale Vincenzo Camporini giudica fragili le prospettive di una pace duratura tra Stati Uniti e Iran. Il controllo dello Stretto di Hormuz sarebbe diventato una potente leva economica e politica nelle mani di Teheran.
Su una pace e su un cessate il fuoco duraturo in Medio Oriente «forse ci siamo illusi». È il giudizio di Vincenzo Camporini, già capo di Stato Maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, sulla ripresa delle ostilità e sul ruolo assunto dallo Stretto di Hormuz nel confronto tra Stati Uniti e Iran.
Secondo il generale, sarebbe stato sufficiente «leggere le quattro righe del memorandum per capire che gli spazi erano minimi». Le distanze tra le parti non riguarderebbero dettagli negoziabili, ma questioni strategiche profonde.
Il nodo del programma nucleare iraniano
«Gli argomenti di disaccordo tra i vari attori in campo sono sostanziali, non sono sfumature», osserva Camporini, indicando nel programma nucleare iraniano uno dei principali ostacoli a un’intesa stabile.
«L’Iran non ha mai mollato e ciò è dimostrato dalle enormi difficoltà che in passato l’Agenzia internazionale ha dovuto affrontare per effettuare i controlli sul loro territorio. Possiamo dire che in questo ambito la politica di Teheran è ormai consolidata».
Un altro scenario che l’ex capo di Stato Maggiore considera impraticabile è quello di un cambio di regime imposto dall’esterno: «È un’opzione al di fuori di qualsiasi possibilità».
Hormuz come strumento di pressione economica
Il centro della crisi resta lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale e per il trasporto delle risorse energetiche.
Secondo Camporini, la gestione dello Stretto «è diventata uno straordinario strumento in mano al regime iraniano per strangolare l’economia, una leva che prima non esisteva ma che ora non gli toglieremo più».
L’Unione europea ha accusato la Marina dei Guardiani della rivoluzione iraniana di compromettere la libertà di navigazione attraverso pedaggi, minacce e attacchi contro le navi commerciali.
Per il generale, «la libertà di navigazione in quell’area ormai è un capitolo archiviato» e quanto accaduto rappresenterebbe «un terrificante precedente» per gli equilibri commerciali internazionali.
Il paragone con lo Stretto di Gibilterra
Camporini propone quindi un’ipotesi provocatoria per evidenziare le possibili conseguenze della crisi: «In futuro potrebbe capitare che Spagna e Marocco chiedano un pedaggio per Gibilterra».
Una scelta del genere, osserva, modificherebbe definitivamente le regole sulle quali si fonda il commercio internazionale, aprendo la strada a rivendicazioni analoghe in altri passaggi marittimi strategici.
Lo scenario di una guerra a bassa intensità
Diversi analisti ipotizzano che il conflitto possa proseguire a bassa intensità per un periodo indefinito. Camporini si mostra però scettico: sarebbe «un’eventualità che nessuno in questo momento può permettersi, neanche gli Stati Uniti».
Il rischio, tuttavia, è che l’assenza di un accordo politico produca nuove fasi di escalation alternate a tregue fragili, senza arrivare a una soluzione delle questioni centrali.
Le divisioni tra le Petromonarchie
Un altro elemento da osservare sarà l’evoluzione delle posizioni dei Paesi del Golfo. Camporini segnala differenze crescenti tra quelle che vengono comunemente definite Petromonarchie.
In particolare, l’Oman avrebbe assunto sul dossier Hormuz «una posizione dubbia, alla luce di un possibile guadagno economico». Una linea non perfettamente coincidente con quelle di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Questa mancanza di omogeneità, conclude il generale, non contribuisce a stabilizzare la regione e potrebbe rendere ancora più complessa la ricerca di un’intesa capace di garantire sicurezza, libertà di navigazione e una pace duratura.
Politica
Polizia, 3mila nuovi agenti in servizio da agosto: Fontana attacca il Viminale, «Lombardia penalizzata»
Oltre 3mila nuovi poliziotti entreranno in servizio ad agosto in questure e commissariati. Alla Lombardia saranno assegnati circa 180 agenti, ma il governatore Attilio Fontana contesta la distribuzione. Critiche anche dal Silp Cgil.
Oltre 3mila nuovi poliziotti entreranno in servizio nel mese di agosto per rafforzare gli organici delle questure e dei commissariati italiani. L’annuncio arriva dal sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, che ha presentato il piano nazionale di potenziamento voluto dal Viminale e dal governo.
In Lombardia saranno assegnati più di 180 agenti provenienti dal 233º corso allievi. Personale giovane e appena formato, destinato alle attività di controllo del territorio, al contrasto dell’immigrazione irregolare, dello spaccio, della criminalità predatoria e dei fenomeni giovanili che generano allarme sociale.
Fontana contesta la ripartizione
L’annuncio ha provocato una reazione inattesa da parte del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha giudicato penalizzante il numero degli agenti destinati al territorio regionale.
I 180 poliziotti rappresentano infatti circa il 6 per cento dei tremila nuovi ingressi complessivi. Fontana ha sottolineato che in Lombardia vive circa il 17 per cento della popolazione italiana e viene prodotto il 23 per cento del Pil nazionale.
Secondo il governatore, la distribuzione non risponderebbe adeguatamente alle esigenze di sicurezza della regione e, in particolare, di Milano.
«Non si può fare finta di nulla di fronte a questa sottovalutazione», ha affermato Fontana, pur riconoscendo che alla base delle assegnazioni potrebbero esserci valutazioni tecniche compiute dal ministero dell’Interno.
«Una logica che non legge il territorio»
La critica del presidente lombardo assume anche un significato politico.
Per Fontana, l’attribuzione alla Lombardia di una quota di agenti nettamente inferiore al peso demografico ed economico della regione rappresenterebbe «un segno ulteriore di sottovalutazione delle necessità del Nord produttivo».
Il rischio, secondo il governatore, è che il rafforzamento annunciato non sia sufficiente a rispondere alle crescenti richieste di sicurezza provenienti da un territorio caratterizzato da una forte concentrazione di abitanti, imprese, infrastrutture e flussi di persone.
Il piano del Viminale
Molteni ha invece rivendicato l’importanza del piano, che consentirà di incrementare la presenza della Polizia di Stato su tutto il territorio nazionale.
I nuovi agenti saranno destinati alle sedi individuate in base alle esigenze operative e alle carenze di organico registrate nei diversi uffici. Il rafforzamento dovrebbe riguardare sia le grandi città sia le realtà provinciali nelle quali questure e commissariati da tempo segnalano difficoltà nella gestione dei servizi.
Il sottosegretario ha indicato tra le priorità il controllo delle strade, il contrasto alle attività criminali e la prevenzione di fenomeni come baby gang, gruppi giovanili violenti, spaccio e reati predatori.
Il Silp Cgil parla di propaganda
Critiche sono arrivate anche dal Silp Cgil, il sindacato dei lavoratori di Polizia, che ha contestato non soltanto i numeri, ma anche il modo in cui sono stati comunicati.
Il segretario generale Pietro Colapietro ha definito l’operazione «pura propaganda», sostenendo che i dati sulle assegnazioni sarebbero stati diffusi da esponenti politici della maggioranza prima ancora della comunicazione ufficiale dell’amministrazione.
Secondo il sindacato, i numeri sarebbero stati utilizzati per rivendicare localmente meriti politici, mentre resterebbe ancora da dimostrare l’effettiva capacità del piano di colmare le carenze strutturali negli organici.
La sicurezza diventa terreno di scontro
Il potenziamento della Polizia, presentato dal governo come un investimento sulla sicurezza, apre così uno scontro anche all’interno del centrodestra.
Da una parte il Viminale rivendica l’arrivo di migliaia di nuovi agenti; dall’altra il governatore lombardo chiede criteri di distribuzione maggiormente legati al peso demografico, economico e sociale dei territori.
Il confronto proseguirà ora sui dati dettagliati delle singole assegnazioni. Solo quando i nuovi poliziotti prenderanno effettivamente servizio sarà possibile valutare se il piano riuscirà a rafforzare in modo significativo gli uffici più esposti e a ridurre le carenze denunciate da amministratori locali e organizzazioni sindacali.
Cultura
Padiglione russo alla Biennale, l’Ue chiede lo stop a 2 milioni di finanziamenti
La Commissione europea ha raccomandato all’Eacea di interrompere il finanziamento da 2 milioni di euro destinato alla Biennale di Venezia dopo il caso del padiglione russo. La Lega protesta e chiede al governo di compensare le risorse.
La Commissione europea ha raccomandato ufficialmente all’Eacea, l’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura, di interrompere il finanziamento da 2 milioni di euro destinato alla Fondazione Biennale di Venezia.
La decisione arriva al termine del lungo confronto sulla presenza del padiglione russo alla 61ª Esposizione internazionale d’arte, inaugurata il 9 maggio. La raccomandazione non rappresenta ancora la revoca formale del contributo, che spetta all’agenzia competente, ma appare destinata a tradursi nello stop alle risorse europee.
La decisione annunciata da Virkkunen
Ad annunciare la posizione della Commissione è stata la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen.
«La cultura in Europa, finanziata con il denaro dei contribuenti, dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici. Tali valori non vengono rispettati nella Russia odierna», ha scritto la commissaria finlandese.
La raccomandazione è stata formulata dopo una valutazione delle risposte fornite dalla Biennale per giustificare la riapertura e la presenza del padiglione della Federazione Russa.
Il confronto tra Bruxelles e la Biennale
Il caso era esploso in primavera. Il governo italiano, attraverso il ministro della Cultura Alessandro Giuli, aveva espresso la propria contrarietà alla partecipazione ufficiale della Russia, precisando che la decisione era stata assunta in autonomia dalla Fondazione.
La Commissione europea e l’Eacea avevano quindi avviato un carteggio con la Biennale, chiedendo chiarimenti sulla compatibilità della partecipazione russa con le sanzioni europee e con le condizioni previste per l’assegnazione dei finanziamenti comunitari.
Bruxelles aveva avvertito che la prosecuzione dell’iniziativa avrebbe potuto determinare la sospensione o la cessazione del contributo. La Biennale ha tuttavia inaugurato l’esposizione il 9 maggio, mantenendo il padiglione russo nel programma, pur sostenendo di non avere violato le misure restrittive dell’Unione.
Un finanziamento previsto per tre anni
Il contributo contestato ammonta complessivamente a 2 milioni di euro ed è collegato a un programma europeo pluriennale.
La gestione operativa delle risorse spetta all’Eacea, chiamata ora a valutare e formalizzare la raccomandazione della Commissione. La Biennale potrà eventualmente attivare gli strumenti amministrativi e giudiziari previsti per contestare il provvedimento definitivo.
La Fondazione ha fatto sapere di avere appreso la notizia attraverso il messaggio pubblicato sui social e ha definito marginale l’incidenza del contributo rispetto al proprio bilancio complessivo, annunciando la volontà di tutelare le proprie ragioni.
La reazione della Lega
La decisione europea ha provocato una dura reazione della Lega, che ha difeso l’autonomia culturale della manifestazione veneziana.
«La Biennale è storia, cultura, arte, innovazione e libertà. Se qualche burocrate di Bruxelles non riesce a capirlo, ce ne faremo una ragione», ha affermato il partito di Matteo Salvini.
La Lega ha annunciato che chiederà al governo italiano di integrare le somme eventualmente revocate dall’Unione europea, sostenendo che «la cultura non si piega ai diktat di Bruxelles».
La linea europea sulla Russia
La controversia si inserisce nella più ampia politica europea di isolamento della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
Nelle conclusioni del Consiglio europeo di giugno è stato ribadito che, fino al raggiungimento di una pace giusta e duratura, non dovrebbe esserci una normalizzazione della partecipazione russa agli eventi culturali e sportivi internazionali.
La stessa posizione è stata richiamata nel confronto sulla possibile riammissione degli atleti russi nelle competizioni internazionali e alle Paralimpiadi di Milano-Cortina.
Il caso della Biennale apre così uno scontro che va oltre il valore economico dei fondi: da una parte Bruxelles rivendica il diritto di subordinare le proprie risorse al rispetto dei valori e delle politiche dell’Unione; dall’altra viene invocata l’autonomia delle istituzioni culturali e la libertà dell’arte rispetto alle contrapposizioni geopolitiche.


