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Meloni-Berlusconi, c’eravamo tanto armati

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L’obiettivo è spegnere l’incendio per ripartire. Nel centrodestra è l’ora dei pontieri fra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni: lavorano sull’asse creato da Gianni Letta e il nuovo presidente del Senato Ignazio La Russa, impegnati in un’operazione diplomatica tutt’altro che semplice. Si punta innanzitutto a ricucire il rapporto umano fra i due leader, per poter riavviare il confronto politico necessario alla nascita del nuovo governo. In queste ore delicate gioca un ruolo non secondario Matteo Salvini – è a Roma, con Meloni si è sentito più volte in giornata – che, fra due fuochi, sembra uscire anche rinforzato: la Lega ha incassato la presidenza della Camera ed è destinata ad avere cinque o sei ministeri, fra cui potrebbe finire anche quello dell’Economia, con Giancarlo Giorgetti. Alcune fonti di maggioranza tuttavia non escludono un ritorno in auge della soluzione ‘tecnica’ con Fabio Panetta. Se alla fine dovesse sfilarsi il prefetto Matteo Piantedosi, la Lega potrebbe incassare anche il Viminale, con Nicola Molteni fra i papabili. Berlusconi è rientrato ad Arcore dopo la due giorni di fuoco a Roma, in cui è arrivato all’apice lo scontro con Meloni, per gli appunti sul suo banco al Senato catturati dai fotografi, pieni di aggettivi tutt’altro che graditi alla premier in pectore. Il Cavaliere viene descritto sempre più irritato dopo aver visto in televisione la replica della leader di FdI (“Mancava un punto, cioè ‘non ricattabile'”) e dopo aver letto le ricostruzioni dei giornali. Berlusconi, si ragiona in ambienti azzurri, resta convinto che si debba fare un governo insieme, sa che c’è ancora una settimana di tempo e ritiene che spetti a Meloni l’onere di una proposta, dopo quella di giovedì andata di traverso al presidente di Forza Italia. L’idea è fare decantare la situazione nel fine settimana, e creare subito dopo le condizioni per riprendere a dialogare. Una visione che al momento non pare allineata con quella dei vertici di Fratelli d’Italia. Dopo lo strappo di FI al Senato e l’incidente con Berlusconi, secondo quanto si racconta in ambienti di FdI Meloni – ancora molto contrariata – non sembra intenzionata a nuove concessioni, dopo aver proposto quattro ministeri agli azzurri, fra cui gli Esteri per Antonio Tajani, e la Pubblica amministrazione per Elisabetta Casellati. In una situazione di tale caos, c’è chi arriva a non escludere scenari drastici, come un governo senza Forza Italia. In quest’ottica, il lavoro di Noi moderati di costituire i gruppi alle Camere (serve una deroga mancando i numeri minimi necessari delle componenti) viene anche letto come un’operazione per fornire una quarta gamba stabile all’esecutivo se ce ne dovesse essere bisogno. I più, nella maggioranza, sono però convinti che alla fine prevarrà la realpolitik. Un leghista navigato confida nel “pressing dei governisti su Berlusconi. Anche perché non c’è altra scelta”. Nel centrodestra viene liquidata ogni suggestione di un approccio con il Terzo polo. “L’unico governo possibile è quello di una coalizione di centrodestra”, per dirla con Raffaele Fitto (probabile ministro per gli Affari europei in quota FdI). Non a caso, il forzista ed ex An Maurizio Gasparri, appellandosi al senso di responsabilità di tutti in una “coalizione con equilibri scolpiti dagli elettori”, ha sottolineato che la settimana prossima c’è l’elezione dei vicepresidenti delle Camere “e quindi bisogna parlarsi”. Se si riusciranno a evitare altri incidenti “di rodaggio”, come ha definito Fitto quello del Senato, potrebbe rientrare il rischio, prospettato da fonti di FI nei giorni scorsi, che il centrodestra non partecipi unito alle consultazioni. In un sabato di accesi scambi di accuse con le opposizioni sulla scelta di affidare le presidenze delle Camere a La Russa e Lorenzo Fontana, gli esponenti di FdI in pubblico hanno evitato ogni accenno polemico nei confronti di Berlusconi. “La squadra di governo – ha assicurato Fabio Rampelli – terrà conto della rappresentatività dei partiti alleati”. Si annuncia limitato il numero dei tecnici: fra questi, uno potrebbe essere scelto per la Salute (si parla di Francesco Rocca, presidente della Croce rossa italiana), mentre per il Lavoro l’ipotesi concreta è Marina Calderone, presidente dell’Ordine dei consulenti del Lavoro.

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Duello in tv Meloni-Schlein, le opposizioni e Fi contro la par condicio

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Il M5s ha gettato sul tavolo il carico, alzando un muro davanti al confronto tv fra la presidente del consiglio Giorgia Meloni e la segretaria Pd Elly Schlein. In campo è scesa l’esponente Cinque stelle in prima fila per le questioni Rai, la presidente della commissione di Vigilanza Barbara Floridia, che ha inviato una lettera al presidente di AgCom e ai vertici del tv pubblica: bisogna garantire parità di condizioni e di trattamento a tutti – è il senso del richiamo – ed evitare di avvantaggiare alcune forze politiche rispetto ad altre. “Mi aspetto di fare il confronto – ha confessato Meloni – ma vedo molti movimenti contro questa iniziativa, vedo molta critica, ci sono cose che si stanno muovendo, magari con l’idea che questo confronto non si faccia: penso che sarebbe un errore”.

In chi si oppone, oltre alla preoccupazione per il rispetto delle regole, c’è anche quella per una polarizzazione dello scontro tra la leader di FdI e quella del Pd che, alla vigilia delle europee, finirebbe per mettere in ombra gli altri contendenti. Contro il duello tv si sono schierati non solo altri leader di opposizione – da Verdi-Sinistra ad Azione a più Europa – ma anche il vicepremier e segretario di Fi Antonio Tajani. In attesa della riunione dell’AgCom di domani, sia Meloni sia Schlein hanno fatto capire di non aver intenzione di dare sponde ai critici: “Il confronto mi piace – ha detto la premier – penso sia il sale della democrazia, in particolare in campagna elettorale. Mi fa molto sorridere il dibattito che sta generando l’aver dato disponibilità al confronto: denunce, lamentele… Penso sia normale, particolarmente in una campagna elettorale come quella in cui siamo, in rapporto all’Unione europea, per raccontare agli italiani che ci sono due modelli: la proposta socialista e conservatori. Mettere a confronto ricette e visioni è un modo di aiutare cittadini nella scelta, è la cosa più naturale del mondo”.

In un’intervista al Qn anche Schlein ha difeso il faccia a faccia in programma a Porta a Porta il 23 maggio: “Il confronto con la presidente del Consiglio potrebbe rappresentare un momento di chiarezza per le persone. Si vedranno in modo ancora più evidente due visioni agli antipodi dell’Italia e dell’Europa”. E la deputata Debora Serracchiani, della segreteria Pd, ha rincarato: “il duello è opportuno ed è anche bello perché è la politica che si confronta nel merito”. Tajani ha ribadito cosa si aspetta dalla Rai: al confronto tv da Vespa “bisogna che tutte le forze politiche partecipino – ha spiegato – perché qua non siamo in un sistema maggioritario ma proporzionale. Si faccia un confronto con tutti i leader assieme come si fa negli Stati Uniti. La par condicio deve essere tale: il confronto si fa con chi si vuole, non è che deve essere imposto. È una violazione, non è giusto”. Un’ipotesi in campo è quella di un faccia a faccia con Matteo Renzi: “Ho già risposto di no”, ha tagliato corto Tajani. Offrendo il fianco all’ironia del leader Iv: “Bruno Vespa mi ha chiesto di partecipare a un faccia a faccia con Antonio Tajani. Ho accettato. Tajani no. Chissà perché… Forza Italia scappa dal confronto, peccato”. Le prossime ore portebbero essere decisive. La riunione dell’AgCom – sulla carta convocata per il consueto monitoraggio settimanale sulla par condicio nelle emittenti televisive -potrebbe essere l’occasione per chiarezza sul confronto Meloni-Schlein e il rispetto delle regole.

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Risiko Ue, l’Italia punta a un commissario di peso

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L’Italia punta a un commissario europeo di peso, e nei piani di Giorgia Meloni potrebbe non essere un ministro del suo governo. La premier ha escluso di pensare a un rimpasto dopo le Europee, “a maggior ragione non per fare il commissario europeo”. Finora si era parlato molto di Raffaele Fitto e Giancarlo Giorgetti, ma dietro la postilla della leader di FdI, secondo ragionamenti che in ambienti di maggioranza vengono accostati alle sue strategie, ci sarebbero non solo l’ambizione di chiudere il quinquennio con la stessa squadra, e l’obiettivo di non toccare gli equilibri interni dopo le elezioni. Ma soprattutto l’intenzione di puntare su una delega importante come quella economica, oggi divisa fra Paolo Gentiloni e Valdis Dombrovskis, o la concorrenza, mirando su un profilo che a Bruxelles non avrebbe problemi a far pesare la proprio autorevolezza.

Sono ragionamenti preventivi, manca ancora parecchio tempo, il risiko della governance europea è decisamente articolato e imprevedibile, ma già qualche nome circola. Fra questi, viene sussurrato con cautela anche quello di Daniele Franco, a cui la premier aveva pensato anche come ministro dell’Economia e che il governo ha poi sostenuto per la poltrona di presidente della Banca europea per gli investimenti, corsa in cui alla fine l’ha spuntata la spagnola Nadia Calvino. È una partita complessa, gli incastri dipenderanno anche dal destino di Mario Draghi, considerato in più cancellerie un papabile per la guida della Commissione europea ma anche per il Consiglio Ue.

Il risultato di questo gioco di incastri potrebbe arrivare mentre a Roma si entrerà in sessione di bilancio. Una missione che si annuncia delicata più che in altri anni. In primo luogo perché bisogna fare i conti con il nuovo Patto di stabilità, un compromesso da “migliorare”, si legge nel programma di FdI per le Europee, “nell’ottica di una maggiore flessibilità, tenendo conto delle esigenze finanziarie degli Stati membri”. Le preoccupazioni sorgono già nella stessa maggioranza anche alla luce del braccio di ferro ad alta tensione andato in scena in questi giorni sulla stretta al superbonus e sul nodo sugar tax, con il blitz per inserire un nuovo componente in commissione Finanze al Senato, dove il voto rischiava di essere pericolosamente in bilico. La manovra “sarà un inferno”, prevede un membro del governo che ne ha viste tante in Parlamento. Servirà massima attenzione per evitare cortocircuiti, quando si tratterà di impostare una legge di bilancio con risorse tutt’altro che abbondanti. E con equilibri di forza che potrebbero variare dopo le Europee.

Molte delle fibrillazioni primaverili sono direttamente riconducibili alle strategie elettorali diverse di FdI, FI e Lega. Meloni assicura di non temere questa campagna elettorale “divisiva”, ma i suoi fedelissimi non fanno mistero dell’irritazione con cui ha seguito la rivolta degli azzurri, guidati da Antonio Tajani, contro l’emendamento messo a punto da Giorgetti, con le norme retroattive sul superbonus. Una soluzione pensata dal Mef per frenare quello che Meloni ha più volte definito “dramma” o “macigno” per le casse dello Stato. E nella battaglia contro questo macigno, a tutela dei conti pubblici, bisognerebbe stare uniti, sarebbe il pensiero della premier, come raccontato nei capannelli dei meloniani in Transatlantico. Non a caso, in questi giorni lei e gli esponenti del suo partito, pubblicamente, si sono tenuti alla larga dalla disputa, probabilmente allineati con la stretta messa nero su bianco dal ministro dell’Economia. Nelle prossime settimane, nei prossimi mesi, ed è un altro dei ragionamenti che rimbalzano fra i parlamentari di maggioranza, si capirà quanto effettivamente la pazienza del ministro dell’Economia sia messa a dura prova dagli alleati.

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Superbonus: soccorso di Iv, passa emendamento governo con astensione di Fi

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Un tentato blitz in commissione per aumentare i numeri a favore della maggioranza. E’ la mossa a sorpresa con cui Fratelli d’Italia prova a blindare il voto in commissione sul decreto superbonus messo in discussione da Forza Italia contraria alla nuova stretta voluta dal Mef. Una mossa che alla fine della giornata diventa anche superflua con il soccorso a sorpresa di Italia Viva a favore dell’emendamento proposto dal governo. FI spiazzata dalla mossa inattesa di Iv preferisce astenersi piuttosto che votare contro. Anche se rimane la posizione contraria sull’argomento retroattività. Ma dal Mef la linea non cambia: bisogna mettere un punto definitivo all’emorragia della spesa legata dall’agevolazione. E alla fine la mediazione arriva. Presente in commissione per quasi tutta la giornata il ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. I numeri in commissione si ricompongono e c’è l’accordo anche sulla sugar tax, che viene rinviata a luglio 2025. La giornata ad alta tensione si consuma al Senato.

La commissione inizia di buon mattino, i lavori vanno avanti a singhiozzo e si trascinano fino a sera, in attesa dei pareri del Mef sui subemendamenti alle modifiche proposte dal governo. Un’attesa che tiene in scacco le proposte di Forza Italia contro la retroattività dello spalma-detrazioni e l’introduzione della sugar tax da luglio previsti dall’emendamento del governo. Il pressing degli azzurri, dopo un week end di scontri diretti tra Tajani e Giorgetti, è ancora alto. Se non sarà modificato il decreto “voteremo contro”, avvertiva il segretario azzurro: “Se si trovano soluzioni positive – diceva ancora – sono sempre pronto ai compromessi. I nostri senatori sono pronti a confrontarsi da stamattina”. E infatti Lotito è schierato: seguiamo la linea politica del segretario. Giorgetti, però, non abbassava la guardia.

Da Milano stigmatizzava il superbonus con un nuovo paragone ad effetto: è come una “droga economica” da cui dobbiamo uscire. E ricordava il suo dovere di ministro dell’economia, “mettere in chiaro la situazione”: “La disintossicazione purtroppo è dolorosa però qualcuno la deve fare, qualcuno deve ordinarla tenendo conto che chi ne è più interessato e ne trae vantaggi non è d’accordo”. Anche perché, avvertiva, già “nei prossimi quattro anni avremo allo stato attuale un impatto all’incirca di 30 miliardi ogni anno per i prossimi quattro anni”. Intanto Fratelli d’Italia decideva di cooptare un nuovo senatore in commissione, in modo da blindare il voto della maggioranza. Arriva Salvatore Sallemi dalla commissione Giustizia, annuncia il capogruppo Lucio Malan in una lettera inviata al presidente del Senato. Una “forzatura”, insorgono le opposizioni. Ad evitare lo scontro è la mossa del presidente Ignazio La Russa, che in Aula annuncia l’avvenuta modifica, ma frena: la nuova composizione entra in vigore solo dopo 24 ore, e non da subito.

A conti fatti, del resto, i numeri sono più favorevoli per la maggioranza anche se non blindati del tutto. Forza Italia, presente con un solo senatore, Claudio Lotito, resterebbe l’ago della bilancia anche con la nuova composizione a 20 membri. Per oggi però si procede a 19. E per qualche votazione, in assenza di Lotito e Patton (Autonomie), la maggioranza procede anche con il voto del presidente, il leghista Massimo Garavaglia, che per prassi non vota.

Alla fine l’aiuto arriva proprio da Patton: in serata, quando restano da votare solo gli emendamenti del governo e del relatore e i relativi sub, il senatore non è già più in commissione, dopo l’ok ad un suo emendamento. In serata arriva anche anche l’accordo sullo slittamento della sugar tax al luglio 2025. Ci sono dunque le risorse, circa 139 milioni, per coprire un altro anno di slittamento. L’emendamento del governo l’avrebbe fatta scattare da luglio. Ma almeno su questo Forza Italia porta a casa un successo: “E’ una nostra vittoria”, commenta il capogruppo di FI al Senato Maurizio Gasparri. Il tutto viene poi blindato a favore del governo dalla via libera del partito di Renzi.

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