Esteri
Algeria, uomo rapito da un vicino di casa ritrovato dopo 30 anni
Le autorità giudiziarie di Djelfa, 300 km a sud di Algeri, capitale dell’Algeria, hanno arrestato oggi un uomo accusato di aver sequestrato per circa trent’anni un vicino di casa, trovato ieri sera sano e salvo, seppure in stato di grave abbandono, in una buca coperta di fieno in un allevamento di pecore. Lo riferisce il tribunale di Djelfa in una nota. La Procura ha ricevuto due giorni fa, il 12 maggio 2024, tramite la divisione regionale della gendarmeria nazionale di El Guedid, una denuncia contro uno sconosciuto secondo cui il fratello del denunciante, Omar Ben Amrane, scomparso da circa 30 anni, si trovava nella casa di un loro vicino, all’interno di un recinto per le pecore”.
https://x.com/Belhassine_Bey/status/1790483411179601969
“In seguito a questa segnalazione, il pubblico ministero del tribunale di Idrissia (provincia di Djelfa) ha ordinato alla gendarmeria nazionale di aprire un’indagine approfondita e gli ufficiali di giustizia si sono recati nella casa in questione. La persona scomparsa (B.A.) è stata ritrovata e il sospetto, di 61 anni, proprietario della casa, è stato arrestato”, aggiunge la nota. “La Procura ha ordinato un trattamento medico e psicologico per la vittima e il sospetto sarà portato davanti alla Procura non appena l’indagine sarà completata”, ha precisato il tribunale.
La nota conclude sottolineando che “l’autore di questo efferato crimine sarà perseguito con tutta la severità richiesta dalle leggi della Repubblica”. Sui social algerini è diventato virale il video del ritrovamento dell’uomo, ritrovato in uno stato pietoso, con abiti trasandati e una lunga barba. Secondo quanto riportato dai media locali algerini, la famiglia della vittima riteneva in precedenza che fosse stata rapita e uccisa da gruppi terroristici islamici armati attivi in Algeria negli anni ’90, quando aveva solo 16 anni.
Esteri
Hormuz, l’Iran sfida Trump: «Non si conquista con un tweet né con una portaerei»
Il viceministro iraniano Kazem Gharibabadi risponde a Donald Trump, che vuole dichiarare lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti: «Non si conquista con un tweet o una portaerei».
«Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet». È la risposta del viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha annunciato l’intenzione di dichiarare il passaggio marittimo territorio americano dopo la sconfitta dell’Iran.
«Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet, né con una portaerei, né emanando un ordine, né con un discorso elettorale. L’Iran non teme le minacce e non si lascia intimidire dalle dimostrazioni di forza», ha scritto Gharibabadi su X.
Il viceministro ha poi rivendicato il controllo iraniano sul passaggio strategico: «Lo Stretto di Hormuz è stato iraniano, è iraniano e rimarrà iraniano. Sarà chiuso o aperto soltanto sotto il comando dell’Iran».
Teheran, ha aggiunto, continuerà a imporre il blocco finché Washington non riconoscerà quella che il governo iraniano definisce una propria sconfitta strategica e non abbandonerà le sue «fantasie deliranti».
Le dichiarazioni segnano una nuova escalation nello scontro tra Washington e Teheran. Lo Stretto di Hormuz si trova tra Iran e Oman e nessuno Stato esercita la sovranità sull’intero passaggio, regolato dalle norme internazionali sulla navigazione. Non basterebbe quindi una dichiarazione unilaterale né americana né iraniana per modificarne lo status giuridico.
Esteri
La Lincoln verso casa dopo 260 giorni: equipaggio al limite, la Marina respinge le accuse
La portaerei USS Abraham Lincoln si prepara al rientro dopo oltre 260 giorni di missione. La Marina americana riconosce difficoltà nei rifornimenti e casi di disagio psicologico, ma respinge le accuse sulle condizioni critiche dell’equipaggio.
La portaerei USS Abraham Lincoln si prepara a lasciare il Medio Oriente e a tornare negli Stati Uniti dopo oltre 260 giorni di missione, prolungata per rispondere alle esigenze operative nell’area. Un impiego eccezionalmente lungo, che avrebbe spinto marinai e Marines «al limite delle loro possibilità».
Il segretario ad interim della Marina statunitense, Hung Cao, ha riconosciuto problemi nei rifornimenti e casi di disagio psicologico, ma ha respinto l’immagine di un equipaggio allo stremo e abbandonato dai vertici militari.
Secondo Cao, i casi di salute mentale trattati sarebbero stati «esigui» e non avrebbero provocato vittime. I piani alimentari sarebbero stati modificati quando mancavano prodotti freschi, senza però saltare alcun pasto. Anche le comunicazioni con le famiglie sarebbero state limitate soltanto nei momenti di maggiore rischio operativo.
Le denunce sulle condizioni a bordo
Le precisazioni arrivano dopo le notizie diffuse dai media americani su cibo insufficiente o deteriorato, docce con muffa, servizi igienici fuori uso, carenza di prodotti per l’igiene e un crescente disagio psicologico tra i circa cinquemila militari imbarcati.
Alcuni parlamentari democratici hanno chiesto un’indagine sulle condizioni della nave. La Marina ha confermato che un marinaio è finito in mare all’inizio di agosto ed è stato recuperato, curato e successivamente trasferito, senza però chiarire le circostanze dell’episodio.
Cao ha accusato i media di voler trasformare i militari in vittime, distogliendo l’attenzione dalla minaccia affrontata durante la missione. Ha comunque ribadito che sicurezza, benessere del personale e successo operativo devono restare sullo stesso piano.
Diecimila missioni di volo
Il Comando centrale statunitense ha difeso i risultati ottenuti dalla Lincoln: oltre 10mila missioni di volo e circa 1,5 milioni di libbre di ordigni impiegati, equivalenti a quasi 680 tonnellate.
La portaerei sarà sostituita nell’area dalla USS George Washington. La rotazione chiuderà una missione celebrata dai vertici militari, ma destinata a lasciare aperti gli interrogativi sulle condizioni affrontate dall’equipaggio e sulla sostenibilità di permanenze così lunghe in mare.
Esteri
Trump: «Hormuz diventerà territorio Usa». Nuova sfida all’Iran
Trump rivendica il controllo americano dello Stretto di Hormuz e aumenta la pressione sull’Iran. In arrivo nuove sanzioni mentre resta incerto il futuro della tregua.
Donald Trump alza ulteriormente il livello dello scontro con Teheran e annuncia l’intenzione di dichiarare lo Stretto di Hormuz «territorio degli Stati Uniti».
Parlando all’accademia di polizia di Garden City, nello Stato di New York, il presidente americano ha descritto l’Iran come un Paese «pesantemente sconfitto» e rivendicato il controllo statunitense sul passaggio marittimo: «Abbiamo imposto il blocco. Nessuna nave passa se non lo vogliamo noi».
Trump non ha spiegato attraverso quali strumenti giuridici o diplomatici intenderebbe procedere. Lo Stretto di Hormuz si trova tra Iran e Oman ed è disciplinato dalle norme internazionali sul transito negli stretti utilizzati per la navigazione. Una dichiarazione unilaterale di Washington non sarebbe quindi sufficiente a modificarne la sovranità.
Minacce militari e nuove sanzioni
Il presidente ha minacciato una risposta «cento volte superiore» nel caso di un attacco iraniano e ha definito la guerra contro Teheran un servizio reso alla comunità internazionale, ribadendo che Washington non consentirà all’Iran di dotarsi di armi nucleari.
Alla pressione militare si aggiungerà quella economica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato per la prossima settimana misure di isolamento finanziario «mai viste prima». Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha invece sostenuto che il blocco navale dei porti iraniani potrà proseguire a tempo indeterminato attraverso la rotazione delle unità statunitensi.
La portaerei USS George Washington è diretta verso la regione per sostituire la USS Abraham Lincoln, impegnata da oltre 250 giorni. Trump ha respinto le preoccupazioni sulle difficili condizioni dell’equipaggio, sostenendo che il dispiegamento non sia stato eccessivamente lungo.
La tregua in scadenza
Le dichiarazioni arrivano alla vigilia della scadenza della finestra di 60 giorni prevista dal memorandum di Islamabad, fissata per il 17 agosto. Fonti governative pakistane hanno parlato di un’intesa per una proroga, ma Teheran ha negato che siano in corso trattative formali sull’estensione.
I rapporti tra Stati Uniti e Iran restano bloccati sui principali punti del negoziato: riapertura dello Stretto, sospensione del blocco navale, sanzioni, beni iraniani congelati e futuro del programma nucleare.
Petrolio e voto di novembre
La crisi energetica pesa anche sulla politica interna statunitense. Il vicepresidente JD Vance ha indicato nella riduzione dei prezzi di petrolio e benzina la priorità immediata dell’amministrazione, seguita dall’obiettivo di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.
Prima del conflitto attraverso Hormuz transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Le forti limitazioni alla navigazione hanno ridotto drasticamente i flussi, mantenendo elevati i prezzi dell’energia.
Alla Casa Bianca cresce la preoccupazione per le elezioni di metà mandato di novembre. I repubblicani temono che una guerra prolungata e il caro-carburanti possano compromettere il controllo del Congresso. L’annuncio di Trump appare così rivolto contemporaneamente a Teheran, ai mercati e all’elettorato americano.


