Esteri
Trump e Rouhani giocano alla guerra su Twitter, negli Usa e in Iran alta tensione per le reciproche minacce
L’escalation di minacce tra capi di Stato di Usa e Iran si può legger via twitter. Donald Trump ci ha abituato ad una politica estera piuttosto aggressiva via social network. Era già successo con la Corea del Nord. Vento di tempesta che rimbalzano da una capitale all’altra. Comincia il presidente Trump, che attacca il suo omologo iraniano, Hassan Rouhani. “Non minacciare mai più gli Stati Uniti – scrive Trump su Twitter – o ne pagherete le conseguenze, come pochi nella storia ne hanno sofferte prima. Non siamo un Paese che tollererà più le vostre stupide parole di violenza e morte. Fate attenzione”. Il tweet dell’inquilino della Casa Bianca è la risposta al presidente iraniano che aveva definito un eventuale conflitto degli Stati Uniti contro la Repubblica islamica “la madre di tutte le guerre”. 

Trump e Rouhani. Presidenti alla guerra dei social
Passano poche ore e il Consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, ribadisce quanto minacciato da Trump. “Il presidente mi ha detto che se l’Iran farà qualcosa di negativo pagherà un prezzo che solo pochi Paesi hanno pagato finora”.
La replica da Teheran arriva immediata. Ogni mossa illogica e poco saggia degli Usa “porterà a una risposta indimenticabile dell’Iran che rimarrà nella storia”. Questa colta le parole sono del capo della Giustizia iraniana, Sadegh Amoli Larijani. Che ha aggiunto: le affermazioni di Donald Trump “sono state fatte da una persona incapace e stupida come lui, ma deve sapere che nella storia tutti i Faraoni hanno avuto questo illogico orgoglio, aspettandosi di essere idolatrati da tutti”.
Esteri
Cacciamine italiani verso Hormuz: come funzionano le navi anti-mine della Marina
L’Italia pronta a inviare cacciamine nello Stretto di Hormuz: ecco come operano le navi anti-mine e perché sono cruciali.
Esteri
Iran-Usa, piano in tre pagine per la pace: negoziati su nucleare e uranio
Prosegue il negoziato tra Usa e Iran: un memorandum in tre pagine affronta uranio, nucleare e sicurezza. Trattativa ancora aperta.
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Trump, la geopolitica dell’improvvisazione: alleanze incrinate, guerre aperte e promesse senza verifica
Analisi geopolitica della politica estera di Donald Trump tra promesse disattese, tensioni con alleati e crisi internazionali irrisolte.
La politica estera di Donald Trump si muove lungo una linea difficile da decifrare, segnata da dichiarazioni spesso contraddittorie e da risultati che, nei principali dossier internazionali, restano lontani dagli obiettivi annunciati.
Promesse di pace e realtà dei conflitti
Nel corso della sua azione politica, Trump ha più volte sostenuto di poter porre fine rapidamente ai principali conflitti globali. Il riferimento più evidente riguarda la guerra tra Russia e Ucraina, per la quale aveva ipotizzato soluzioni rapide. A distanza di tempo, il conflitto prosegue senza segnali concreti di una risoluzione imminente.
Il bilancio resta pesante: centinaia di migliaia di vittime e una stabilizzazione militare che non si è tradotta in un percorso negoziale solido. Le iniziative diplomatiche, pur presenti, non hanno modificato in modo decisivo l’equilibrio sul terreno.
Anche sul fronte mediorientale, la linea appare incerta. La tensione con Iran non si è tradotta in un accordo strutturale sul nucleare. Le dichiarazioni ottimistiche su possibili rinunce iraniane non trovano conferme ufficiali da parte di Teheran, mentre il confronto resta congelato in una tregua fragile.
L’erosione del sistema delle alleanze
Uno degli elementi più rilevanti riguarda il rapporto con gli alleati storici. Le posizioni espresse sulla Groenlandia, territorio legato alla Danimarca, hanno segnato un passaggio simbolico: per la prima volta, un alleato NATO è stato coinvolto in una proposta percepita come ostile.
Le relazioni con la Gran Bretagna hanno attraversato fasi di tensione, con frizioni pubbliche che hanno inciso sulla tradizionale “special relationship”. Analogamente, i rapporti con la Spagna hanno registrato momenti di forte irrigidimento politico e diplomatico.
In questo contesto, anche l’Italia è stata oggetto di critiche, segno di una comunicazione politica che tende a mettere in discussione, in modo diretto, partner consolidati.
La NATO e la ridefinizione degli equilibri
La NATO è stata più volte definita da Trump come inefficace o superata. Una posizione che contrasta con il rafforzamento operativo dell’Alleanza dopo l’invasione russa dell’Ucraina e con il ruolo centrale che continua a svolgere nella sicurezza euro-atlantica.
Queste dichiarazioni hanno alimentato dubbi sulla affidabilità strategica degli Stati Uniti, soprattutto tra i Paesi europei che fondano sulla NATO una parte significativa della propria sicurezza.
Dazi, economia e isolamento progressivo
Sul piano economico, la politica dei dazi ha rappresentato un altro elemento di frizione. Le misure protezionistiche hanno contribuito a irrigidire i rapporti commerciali con partner e concorrenti, generando reazioni a catena nei mercati globali.
Il risultato complessivo è un sistema internazionale in cui gli Stati Uniti appaiono più isolati rispetto al passato, con una leadership meno prevedibile e più esposta a oscillazioni comunicative.
Una linea strategica ancora indefinita
Il tratto distintivo resta l’assenza di una linea coerente e riconoscibile nel medio periodo. Le dichiarazioni pubbliche, spesso non accompagnate da atti concreti o da risultati verificabili, rendono difficile valutare la reale direzione della politica estera americana.
Non si tratta di giudizi personali, ma di un dato politico: la distanza tra annunci e risultati è oggi uno degli elementi più evidenti dell’azione internazionale degli Stati Uniti.
In uno scenario globale già segnato da conflitti e tensioni, questa incertezza contribuisce ad aumentare la volatilità degli equilibri e a rendere più complessa ogni prospettiva di stabilizzazione.


