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Cronache

“Sono un soldato di Allah”, arrestato a Napoli un terrorista legato all’Isis

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«Sono un soldato di Allah, lo sai, non devi temere per me». Intercettato al telefono mentre parla con la moglie, così, Osman Sillah, il gambiano arrestato a Napoli con l’accusa di essere un terrorista legato al sedicente Stato islamico dell’Isis, provava a rassicurare la moglie rimasta in Africa. La telefonata intercettata è una delle prove che inchiodano Osman Sillah alle sue responsabilità di essere un membro di Daesh; uno dei tanti soldati a disposizione del macellaio dell’Isis, Abu Bakr Al Bagdadi,. L’indagine, alla quale ha contribuito in modo importante anche l’Aise (l’Agenzia per la sicurezza esterna), ha consentito di acquisire elementi di indagine che finora non erano mai stati riscontrati, almeno nel nostro paese. A partire dall’arresto il 20 aprile scorso di Touray Alagie, il 21enne bloccato davanti alla moschea di Licola: il giovane – dicono gli investigatori – ha messo in atto tutto le tattiche consigliate dall’Isis ai jihadisti che vengono arrestati. Prima si è mostrato disperato, poi ha cercato di entrare in sintonia con gli investigatori, infine ha cominciato a fare piccole ammissioni e solo su elementi insignificanti.

La notizia dell’arresto di Algie qualche mese fa non passò sotto silenzio negli ambienti del radicalismo islamico. Per la prima volta, un organo ufficiale dello Stato islamico ha commentato l’operazione dei carabinieri del Ros e della Digos a Napoli: lo ha fatto il magazine Al-Nabah – la rivista dello stato maggiore del califfato – nel numero on line del 5 maggio. In quell’occasione si faceva menzione del fermo di Alagie, definendolo “un fratello”. Alagie e Sillah, spiegano ancora gli investigatori, facevano parte di un gruppo di una settantina di persone che si sono addestrate in nord Africa. Un addestramento completo che andava dall’utilizzo del kalashnikov a quello delle mitragliatrici pesanti fino alla realizzazione e all’occultamento di ordigni esplosivi. Alcuni di loro sono morti, altri sono riusciti a partire per l’Europa. Ed è per questo che l’indagine è tutt’altro che conclusa. Si cercano in Italia e in Europa gli altri foreign fighters che dopo la capitolazione di Daesh in Siria e Iraq sono tornati nei paesi europei dai quali sono partiti per ridiventare cellule dormienti.

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Cronache

Sequestrati a Tim 250 milioni per truffa nella telefonia

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Con un maxi sequestro da circa 322 milioni di euro viene alla luce un altro filone dell’inchiesta già nota della Procura di Milano su una presunta truffa sui servizi di telefonia, che in passato aveva coinvolto WindTre e che ora tira in ballo Tim spa, la quale, come l’altra compagnia, non è indagata, ma si è vista congelare quasi 250 milioni. E ciò per una presunta frode informatica datata, che sarebbe stata commessa, infatti, tra il 2017 e il 2020. In quei quattro anni, e “anche in fase di lockdown Covid”, come si legge nel decreto di sequestro preventivo firmato dal gip Patrizia Nobile, ignari clienti Tim si sarebbero ritrovati abbonati, senza averlo richiesto, ai cosiddetti servizi aggiuntivi “Vas”, come giochi, suonerie, oroscopi e meteo, che prevedevano “il pagamento di un canone settimanale o mensile”.

E sarebbero caduti nel tranello nascosto anche solo visitando pagine web o consultando “un app con il proprio cellulare, talvolta con l’inganno di fraudolenti banner pubblicitari e, senza far nulla”, ossia col sistema del cosiddetto “0-Click”. Con questo metodo gli intestatari delle sim si vedevano portare via, attraverso gli “addebiti”, pochi centesimi a volta ciascuno, fino a qualche euro a settimana, ma con decine di migliaia di attivazioni di servizi si sarebbe creato un presunto profitto illecito per la compagnia telefonica da circa 250 milioni di euro, oggetto del sequestro. Tim spiega di aver appreso con “sorpresa dagli organi di stampa” del provvedimento, che “interviene a oltre cinque anni dai fatti”.

La società confida che “ogni aspetto della presente vicenda sarà chiarito nei tempi più brevi”. Il meccanismo contestato, in pratica, è lo stesso che portò al sequestro, dopo l’inchiesta aperta nel 2018, di oltre 23 milioni di euro a carico di WindTre per una presunta truffa da circa 99 milioni. Su questo primo fronte c’è già un processo di primo grado in corso anche a carico di ex dipendenti, oltre a sette patteggiamenti già incamerati e ad una restituzione di 18,5 milioni. Nella nuova tranche figurano 23 indagati (alcuni comuni ai due filoni), tra cui alcuni dipendenti dell’epoca di Tim, ma anche i responsabili di altre cinque società, tra cui Reply spa (indagati i vertici Mario e Tatiana Rizzante) e anche un’azienda spagnola, per quanto riguarda il settore dei Content service provider e degli hub tecnologici che si sono occupati di quei servizi “premium”. A queste società sono stati sequestrati gli altri più di 70 milioni di euro. Nel decreto, tra l’altro, si fa riferimento alla “consapevolezza di Tim del sistema di attivazione fraudolenta”.

E agli atti dell’inchiesta, coordinata dall’aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Francesco Cajani e condotta dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf di Milano, con i colleghi del Nucleo speciale tutela privacy e frodi di Roma, c’è anche una testimonianza, del settembre 2021, di un ingegnere che si occupava della security di Tim. Ha ammesso di aver “riscontrato, dal punto di vista del sistema informatico, anomalie che avevano consentito le attivazioni illecite”. Ha messo a verbale che “al momento delle verifiche ci rendemmo conto che le numerazioni attive con servizi premium su apparato M2m erano più di 100mila”. Il “business”, spiegano gli inquirenti che si sono avvalsi di perquisizioni, ispezioni informatiche e “innovative tecniche di analisi”, infatti, sarebbe cresciuto pure con le attivazioni “dei servizi Vas sulle connessioni mobili usate tra macchine per lo scambio di dati, senza intervento umano (le cosiddette ‘machine to machine’, M2m, ossia, ad esempio, gli impianti di allarme, domotica)”.

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Cronache

Assalto alla Polizia a Torino per liberare un cittadino marocchino, il video

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Nel cuore di Torino, assaltata una volante mentre una pattuglia della Polizia di Stato stava trasferendo un uomo di origini marocchine a un centro di rimpatrio in Lombardia. L’aggressione è avvenuta davanti agli uffici della Questura, con un gruppo di autonomi e anarchici che hanno circondato l’auto della polizia, cercando di liberare l’uomo e ferendo un poliziotto nel tentativo.

L’incidente si è verificato in seguito all’arresto dello straniero, fermato in precedenza per aver imbrattato con scritte ingiuriose le pareti del sottopasso di corso Grosseto. Le tensioni si sono acuite quando un gruppo di antagonisti ha fatto irruzione nei locali del centro medico dell’Asl, prima di concentrare la loro protesta di fronte alla Questura.

Il tentativo di liberare il detenuto è stato frenato dall’intervento degli agenti, che sono riusciti a bloccare quattro aggressori, mentre altri manifestanti sono stati allontanati. Tuttavia, la protesta non si è esaurita qui: i manifestanti hanno danneggiato alcune auto in transito e hanno continuato a esprimere il loro dissenso di fronte alla stazione ferroviaria di Porta Susa.

Le reazioni alle proteste non si sono fatte attendere. L’assessore regionale alla Sicurezza, Fabrizio Ricca, ha espresso solidarietà all’agente ferito e ha condannato il comportamento dei manifestanti, definendolo una sfida alla convivenza civile. Allo stesso tempo, ha respinto qualsiasi forma di dialogo con i centri sociali antagonisti, evidenziando la futilità di tali tentativi.

Anche l’assessore della Regione Piemonte Maurizio Marrone e la vicecapogruppo del partito alla Camera Augusta Montaruli hanno condannato l’assalto, sottolineando il clima di impunità che, secondo loro, si è creato a Torino, alimentando le strategie della tensione degli antagonisti.

Le reazioni sindacali non sono state meno ferme. Il sindacato Siulp provinciale ha definito l’azione come eversiva e al di fuori di ogni limite tollerabile, mentre il sindacato di polizia Sap ha sottolineato le conseguenze delle prese di posizione politiche che, secondo loro, hanno alimentato l’azione degli anarchici. Le indagini proseguono per individuare i responsabili.

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In casa con madre morta, non ho soldi per esequie

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Una storia di disagio e di solitudine, venuta alla luce perchè i vicini id casa si sono allarmati per via del forte odore che proveniva da quel disadorno appartamento in un palazzone come ce ne sono tanti in via Creta, periferia sud ovest di Milano, tra le zone di degrado lontane dal centro del capoluogo lombardo. In passato la zona era balzata agli onori della cronaca per forti contrasti tra gruppi che gestiscono lo spaccio.

Domenica sono stati chiamati i carabinieri della stazione San Cristoforo che, una volta raggiunto l’appartamento si sono trovati davanti a un uomo di 61 che anni aveva nascosto in casa, sul letto, il corpo della madre di 93 anni, morta da una ventina di giorni. L’uomo, che vive di lavoretti saltuari, per anni era andato avanti con richieste di aiuto ad amici e conoscenti, qualche volta anche agli sconosciuti. L’ultimo lavoro con una parvenza di stabilità risaliva a prima della pandemia. Ha raccontato di non aver detto niente a nessuno perchè non aveva a disposizione il denaro sufficiente per celebrare il funerale.

“Sul conto ho solo 4 euro – ha detto ai militari – come faccio a pagare le esequie?”. L’anziana era malata da tempo e la pensione di reversibilità era l’unica fonte di reddito per lei e il figlio. Dopo la morte, che risale al 6 febbraio, il 61enne – incensurato – non avrebbe tentato di incassare l’assegno della donna o comunque non ne ha avuto il tempo e alla fine i militari lo hanno denunciato solo per occultamento di cadavere. Il figlio ha detto di non sapere nemmeno che per gli indigenti è il Comune ad occuparsi delle spese per le esequie. Quando la 93enne è morta ha fatto i conti e ha deciso di non comunicarlo a nessuno.

Ha raccontato anche che quando la madre il 6 febbraio ha iniziato a peggiorare, ha chiamato il 118 rendendosi però subito dopo conto durante la telefonata che ormai non c’era più niente da fare e per questo ha interrotto la comunicazione con gli operatorio. Una circostanza che secondo gli accertamenti effettuati dai carabinieri collima con i dati delle chiamate arrivate alla sala di emergenza quel giorno. Alle domande dei vicini di casa aveva risposto sostenendo che quell’odore proveniva dal cibo che era andato a male a causa del frigorifero rotto. Falsità che non ha retto anche perché nel condominio da giorni nessuno aveva più avuto notizie della 93enne.

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