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Cultura

Schola Armaturarum, riapre a sette anni dal crollo la palestra dei gladiatori. E c’è il saluto di congedo del Direttore Massimo Osanna

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In quello che forse verrà ricordato come il Giovedì dei record, per il numero dei visitatori, per i gradi centigradi ed il vento di stile siberiano, oggi e stata riaperta al pubblico La Schola Armaturarum  luogo simbolo della rinascita di Pompei, tragicamente collassato nella parte superiore il 6 novembre 2010, le visite sono accompagnate dai restauratori attivi nel recupero, che illustreranno il minuzioso intervento di restauro sugli affreschi, e gli ambienti retrostanti oggetto dell’ultima campagna di scavo che ha contribuito a chiarire la funzione di questo edificio.

«Sono contento di chiudere il mio mandato con l’apertura della Schola Armaturarum» la conferenza stampa sulla riapertura è stata anche l’occasione per Massimo Osanna, Direttore Generale del Parco archeologico di Pompei, di salutare i giornalisti allo scadere del suo mandato e di illustrare oltre al restauro della Schola, anche gli strepitosi traguardi e numeri da record che il Parco archeologico di Pompei hanno raggiunto nel corso di questi anni congedandosi con un augurio di continuità sulla stessa rotta per il futuro: “Da metafora dell’incapacità italiana di prendersi cura di un luogo prezioso che appartiene all’intera umanità, la riapertura della Schola Armaturarum rappresenta un simbolo di riscatto per i risultati raggiunti a Pompei con il Grande Progetto, e più in generale un segnale di speranza per il futuro del nostro patrimonio culturale. Da quel crollo avvenuto nel novembre del 2010, la cui risonanza mediatica determinò un coro d’indignazione internazionale, si è affermata una nuova consapevolezza della fragilità di Pompei e la necessità di avviare un percorso di conservazione, fatto non solo d’interventi straordinari ed episodici, ma soprattutto di cure e di attenzioni quotidiane.”

Le visite saranno possibili ogni giovedì negli orari di apertura del sito, per gruppi contingentati di visitatori.

E’ il primo passo verso un più articolato progetto di fruizione e di musealizzazione, esteso anche ai vani retrostanti, che consentirà di vedere i dipinti e gli oggetti nel loro luogo di rinvenimento.

Scavata da Vittorio Spinazzola tra il 1915 e il 1916, la Schola Armaturarum era probabilmente un edificio di rappresentanza di un’associazione militare, come si può dedurre dalle decorazioni e dal rinvenimento di armi custodite al suo interno. Gli ultimi scavi eseguiti per la messa in sicurezza delle strutture, sembrano rafforzare questa ipotesi. Sul retro dell’edificio sono infatti venuti alla luce ambienti di servizio dove si custodivano anfore contenenti olio, vino pregiato e salse di pesce provenienti dal Mediterraneo (Creta, Africa, Sicilia, Spagna), prodotti di qualità da servire in occasioni conviviali o di rappresentanza.

Quello del 2010 non fu l’unico crollo dell’edificio. Durante i bombardamenti alleati del ’43, la struttura venne semidistrutta e andarono perduti in maniera irreparabile gran parte degli elevati e degli apparati decorativi .Nei successivi restauri condotti da Amedeo Maiuri tra il 1944 e il 1946, si procedette a una ricostruzione integrale delle pareti laterali fino a 9 m di altezza e alla realizzazione di una copertura piana in cemento armato. Come avvenne per molti restauri dell’epoca, l’intervento ricostruttivo, finalizzato a riproporre i volumi originari dell’edificio, fu eseguito con materiali impropri (ferro e cemento) rispetto alle tecnologia costruttiva antica 

Gli interventi di recupero hanno avuto inizio nel 2016 con il supporto tecnico di Ales, la struttura interna del Mibac che si occupa da più di tre anni della manutenzione programmata di Pompei. Realizzata una copertura temporanea che consentisse l’avvio dei lavori, si è proceduto inizialmente alla messa in sicurezza delle strutture e degli apparati decorativi, per evitare l’ulteriore perdita di porzioni originali. E’ stato cioè necessario in una prima fase ripristinare la stabilità delle murature e degli intonaci superstiti, fortemente compromessa dalle sollecitazioni dovute al crollo della copertura e delle pareti laterali. Successivamente si è intervenuti sulle superfici dipinte agendo in parallelo, sulle pareti conservate all’interno dell’edificio e ricomponendo in laboratorio i frammenti recuperati dopo il crollo. Si è scelto di ripristinare la leggibilità figurativa attraverso un’attenta pulitura e un’accurata presentazione estetica, pur garantendo la riconoscibilità dell’intervento. In particolare il trattamento delle lacune presenti sulle pareti dipinte è stato oggetto di un’approfondita riflessione critica. Si è scelto di adottare il ‘tratteggio’, una tecnica messa a punto dall’Istituto Centrale del Restauro negli anni ’40, che consiste nell’accostamento di leggerissimi tratteggi verticali ravvicinati che ripropongono la policromia originale e consentono di ripristinare l’unità dell’immagine perduta, garantendo tuttavia la possibilità di distinguere da vicino l’intervento di restauro .

 

Fotogiornalista da 35 anni, collabora con i maggiori quotidiani e periodici italiani. Ha raccontato con le immagini la caduta del muro di Berlino, Albania, Nicaragua, Palestina, Iraq, Libano, Israele, Afghanistan e Kosovo e tutti i maggiori eventi sul suolo nazionale lavorando per agenzie prestigiose come la Reuters e l’ Agence France Presse, Fondatore nel 1991 della agenzia Controluce, oggi è socio fondatore di KONTROLAB Service, una delle piu’ accreditate associazioni fotografi professionisti del panorama editoriale nazionale e internazionale, attiva in tutto il Sud Italia e presente sulla piattaforma GETTY IMAGES. Docente a contratto presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli., ha corsi anche presso la Scuola di Giornalismo dell’ Università Suor Orsola Benincasa e presso l’Istituto ILAS di Napoli. Attualmente oltre alle curatele di mostre fotografiche e l’organizzazione di convegni sulla fotografia è attivo nelle riprese fotografiche inerenti i backstage di importanti mostre d’arte tra le quali gli “Ospiti illustri” di Gallerie d’Italia/Palazzo Zevallos, Leonardo, Picasso, Antonello da Messina, Robert Mapplethorpe “Coreografia per una mostra” al Museo Madre di Napoli, Diario Persiano e Evidence, documentate per l’Istituto Garuzzo per le Arti Visive, rispettivamente alla Castiglia di Saluzzo e Castel Sant’Elmo a Napoli. Cura le rubriche Galleria e Pixel del quotidiano on-line Juorno.it E’ stato tra i vincitori del Nikon Photo Contest International. Ha pubblicato su tutti i maggiori quotidiani e magazines del mondo, ha all’attivo diverse pubblicazioni editoriali collettive e due libri personali, “Chetor Asti? “, dove racconta il desiderio di normalità delle popolazioni afghane in balia delle guerre e “IMMAGINI RITUALI. Penitenza e Passioni: scorci del sud Italia” che esplora le tradizioni della settimana Santa, primo volume di una ricerca sui riti tradizionali dell’Italia meridionale e insulare.

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Cronache

Mobilitazione per “Vico Pazzariello” e “Perzechella”, le associazioni che salvano i ragazzi di strada col teatro sono sotto sfratto

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Hanno fatto il giro del mondo le immagini del panaro solidale, emblema della generosità del popolo napoletano. Eravamo in piena pandemia quando Angelo Picone e Pina Andelora – abitanti del centro storico e artisti di strada – calarono il primo panaro in via Santa Chiara. Conteneva un piatto di pasta per un loro amico senza fissa dimora. La voce si sparse e altre persone in difficoltà iniziarono a radunarsi sotto il balcone di Angelo e Pina. I due tentarono allora un esperimento per allargare la rete della solidarietà. Lasciarono il paniere sospeso a mezz’aria e vi apposero un cartello con la celebre frase di San Giuseppe Moscati: “Chi può metta, chi non può prenda”. Il sistema funzionò e si espanse poi in altre zone della città; ben presto le televisioni di mezzo mondo vennero a raccontare questo piccolo miracolo di solidarietà. 

Ma Angelo e Pina erano noti agli abitanti del centro storico da ben prima del panaro. Sono i presidenti di due associazioni culturali, “Vico Pazzariello” e “Perzechella”, con cui salvano i ragazzini dalla strada e tutelano le tradizioni culturali napoletane, dal teatro all’arte di strada. Angelo è noto in città per aver dato nuova vita al personaggio del Pazzariello, immortalato da Totò ne “L’oro di Napoli”. Il Pazzariello era un imbonitore vestito da soldato che con le sue “sparate” pubblicizzava i prodotti di vinai e macellai. Un testimonial ante litteram, di certo più esuberante e divertente di quelli di oggi. Angelo ha riportato in vita questo personaggio della tradizione e ha trasmesso la sua passione per l’arte di strada a tanti ragazzini che lo seguono nelle sue sfilate. Pina gestisce invece il Teatrino di Perzechella, che prima era una fabbrica di cioccolata e adesso ospita spettacoli teatrali anticipati da una tipica “marenna” napoletana.

Oggi questi due avamposti della cultura napoletana rischiano di scomparire. Agli artisti sono stati infatti recapitati due avvisi di sgombero. Per scongiurare la chiusura delle associazioni, il 23 giugno hanno lanciato una mobilitazione collettiva che andrà avanti sino al prossimo 12 luglio. 

Per Angelo Picone – conosciuto in città come ‘o capitano – gli sfratti sono una conseguenza diretta della gentrification innescata dagli ingenti flussi turistici degli ultimi anni. “Ci vuole un turismo sostenibile, rispettoso degli abitanti e delle tradizioni culturali della città. Stiamo assistendo ad una desertificazione culturale ed artistica – denuncia Angelo -. Se dal centro storico scompare il popolo, Napoli non sarà più la stessa”.

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Cultura

L’India di Ghandi tradita dalla politica nel mondo post-covid tra immense povertà, nazionalismo, autoritarismo e giochi di guerra

Angelo Turco

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Possiamo far finta di niente, ma l’India ci riguarda. Molto da vicino. Certo, certo. L’attenzione è puntata sui due scenari maggiori che si disputano l’ordine del mondo post-covid: la salute pubblica e l’economia. Si capisce fin troppo bene il perché. Eppure, un terzo scenario va imponendo la sua pregnanza in questa crisi già così complessa. Si tratta della geopolitica, ossia l’insieme delle condizioni in cui avranno corso le relazioni internazionali nei prossimi mesi, con molteplici conseguenze a lungo termine, non sempre prevedibili. 

Per questo vale la pena continuare nella presentazione delle “schede” che tentano di inquadrare le prospettive in cui gli attori principali andranno a muoversi, cercando di trarre il massimo vantaggio dalle condizioni di gioco. E ciò, non solo in rapporto agli “interessi nazionali”, ma altresì in rapporto agli interessi dei guppi dirigenti: singole personalità, partiti politici, istituzioni di controllo, gruppi di pressione, conglomerati economici. Queste costellazioni di potere evidentemente intendono rafforzarsi, rendere sempre più stabile e prolungare la propria permanenza nelle posizioni di comando.

          Dopo la Russia e la Cina, gettiamo così uno sguardo all’India. Stiamo parlando del 3° Paese al mondo per numero di contagiati e ricoverati per coronavirus, 5° per numero di morti. E, sull’altro versante, stiamo parlando del 5° produttore di ricchezza nazionale annua, a ridosso della Germania, tuttavia con diseguaglianze sociali spaventose, che lo pongono ben al 152 posto per reddito pro-capite. E portatore di un capitalismo globalitario particolarmente spregiudicato, come mostra qui da noi ArcelorMittal, con la questione dell’Ilva: altro che “invasione mite” come sostenne una decina d’anni fa la scrittrice americana di origini indiane Mira Kamdar, con qualche venatura di fin troppo facile romanticismo.

Con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, è lo Stato più densamente popolato al mondo dopo la Cina. Questi due Paesi, culle di due tra le civiltà più antiche, sofisticate e affascinanti del mondo, sono confinanti ma non coltivano affatto rapporti di buon vicinato. Su antiche ruggini si innestano nuovi contenziosi, per impulso dell’ideologia nazionalista che ha portato a Delhi l’attuale premier Narendra Modi, leader del Partito del Popolo Indiano, a sua volta punta di lancia della destra nel sub-continente.

Narendra Modi. Primo Ministro e leader del Partito del Popolo Indiano 

          Di fatto l’India si sente in guerra con la Cina: un conflitto aperto e totale. Intanto una guerra d’armi che ha il suo epicentro nei remoti spazi himalayani dove, a 4.200 m di altitudine, si fronteggiano le due armate. L’odio che i contendenti accumulano reciprocamente dal lontano 1962, termine di un’altra guerra, è esploso da ultimo il 15 giugno scorso. E, pensate un po’, per rispettare alla lettera il “cessate il fuoco” imposto dai trattati internazionali, i soldati si sono affrontati a mani nude, senza sparare un colpo. Risultato: 20 morti da parte indiana, un numero imprecisato perché non dichiarato, da parte cinese. Modi si è subito recato sui luoghi, si capisce, per dare quella testimonianza di patriottismo che i suoi sostenitori anti-musulmani, anti-cinesi e anti-tutti si aspettano da lui, come fosse l’unica faccenda che veramente conti: altro che miseria e covid! C’è andato naturalmente accompagnato dal suo braccio esecutivo, il generale Bipin Rawat, capo di stato maggiore delle armate indiane. Il militare sembra dettare la linea al governo col suo linguaggio bellicista e, per di più,  iper-sovranista: è lui che parla addirittura di un “vaccino indiano” che darà al Paese l’orgoglio di aver sconfitto il coronavirus in nome e a vantaggio del mondo intero. Sì avete capito bene: la geopolitica ridotta a una farsa, che l’assenza di politiche pubbliche idonee a fronteggiare l’epidemia rende prospettiva unica possibile per Nuova Delhi. Nel frattempo, Rawat coordina le forze di terra, di mare e dell’aria -come si diceva un tempo e come quelli che giocano alla guerra ancora dicono riempiendosi la bocca- per lanciarle all’attacco del nemico cinese, pronto a discendere lo Stretto di Malacca attraverso cui si accede dall’Oceano Indiano al Mar di Cina. 

          Ma la guerra è globale, abbiamo detto. La scorsa settimana Delhi ha vietato ben 59 app cinesi, tra cui le popolarissime Weibo, WeChat e, soprattutto, TikTok: 120 milioni di utenti, il più grande mercato del mondo. Del resto, i 2/3 del mercato indiano dei telefonini è coperto da cellulari cinesi. Il linguaggio delle autorità è dei più espliciti: “la nostra decisione intende assicurare la sicurezza e la sovranità del cyberspazio indiano…giacché queste applicazioni portano pregiudizio all’integrità dell’India, alla sua difesa, alla sicurezza dello Stato e all’ordine pubblico”.  Miele acustico per le orecchie di Trump: un asse Nuova Delhi-Washington in funzione anti-Pekino si va profilando con una nettezza  e un’aggressività sempre più marcata. 

        Questa guerra commerciale, del resto, investe anche i preparati di base che l’India importa dalla Cina per fabbricare i medicinali efficaci e a basso costo per i quali la sua industria farmaceutica primeggia sui mercati mondiali. Temendo che la Cina possa bloccare o in qualche modo rallentare i rifornimenti per questa che è considerata un’industria strategica, Delhi vuole provare a produrseli da sola. 

          Frattanto, il confinamento drastico e generalizzato dei mesi scorsi ha inchiodato milioni di migranti nelle grandi megalopoli dove a getto continuo si riversano per vivere dei piccoli mestieri, alla giornata. Niente più lavoro, nessuna alternativa al giaciglio di strada, niente da mangiare. La carità arriva dove può, le organizzazioni internazionali di aiuto e di soccorso sono allo stremo. Lo Stato, soddisfatto della sua arroganza populista, è assente. Questa gente riprende la via di casa con disperazione, a piedi perché gli autobus e i treni sono fermi. Migliaia di Km verso i loro Stati d’origine: Uttar Pradesh, Bihar, i più poveri dell’India. Lo spirito di Gandhi è qui, e non si rassegna: ma la politica tradisce…

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Ben'essere

RestiAMO al Sud, andiamo a Capri: il sogno ad occhi aperti

Giovanni Mastroianni

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Già da quando ti lasci la terraferma alle spalle, senti di essere proiettato verso una dimensione fantastica ed il beccheggio dell’aliscafo sembra annuire al pensiero carico di emozione, perché Capri ti entra dentro non appena la sua sagoma sinuosa riempie gli occhi anche da lontano. 

Poi il porto di Marina Grande all’improvviso prende viva forma e le case bianche immerse nel verde, agghindate con i loro mille fiori, regalano un luminoso benvenuto. L’acqua è più azzurra dell’azzurro ed il calore di questa perla del Sud arriva dritto al cuore. Guardando Napoli, sempre   bellissima come tutto il Golfo che la circonda, anche se vicina poche miglia nautiche sembra più lontana di un ricordo.

Il clima è festoso ma mai chiassoso e tutto sembra essere al posto giusto. Il sogno continua, l’isola è splendida e si arrampica verso il cielo fino a toccarlo. L’aria è più pura e i polmoni cercano di catturarla tutta e di più, come a non voler perdere neanche un soffio di brezza che aleggia sull’isola delle isole. Ogni attimo regala un’emozione e gli occhi faticano a sorreggere la vista di tanta bellezza. La funicolare ci porta lentamente verso l’alto regalandoci un’altra prospettiva d’incanto, dove la visione del mare e dell’orizzonte dipingono un quadro meraviglioso. Così coccolati raggiungiamo la famosissima “piazzetta”, sempre elegantissima con i suoi negozi, che sono veri e propri atelier, ed i locali ormai storici che hanno conquistato le personalità più in vista del pianeta. 

Non distante, nell’allegria della taverna “Anema e Core”, teatro delle notti capresi più trendy, anche durante la serata più eccentrica mai nulla sfugge al garbo del vero savoir vivre. Perché il fascino chic dell’isola azzurra impregna tutto e rende superfluo ogni forzato eccesso. Qui basta farsi trasportare dalla vita e concedere la mano alle emozioni, poi tutto viene da sé.

Così Capri non poteva non diventare moda, mondanità, cultura, sempre nel segno dell’eleganza.

 

Dall’amatissima piazza Umberto I partono sentieri per passeggiate ed escursioni che lasciano un segno indelebile nel profondo dell’’anima, in qualsiasi direzione si vada, come incamminandosi per via Krupp che dalla certosa di San Giacomo e dai Giardini di Augusto, un paradiso nel paradiso, conduce a Marina Piccola con un paesaggio mozzafiato, oppure arrampicandosi fino alla villa dell’imperatore Tiberio, che dalla bellezza di quest’isola unica nello spazio e nel tempo, rimase stregato fino a preferirla alla Roma capitale di tutti gli sterminati territori di cui si aveva conoscenza, incurante delle ire dei suoi nemici e, peggio ancora, dei suoi “amici”. Questa super dimora dalla beltà millenaria sorge ancora maestosa sul promontorio opposto ad Anacapri, e da qui ancora tutto sembra controllare fino a dove il mar Tirreno si mescola con il cielo. Così il battito del cuore accelera e ci proietta verso l’immenso, mentre guardiamo vele bianche che solcano il mare come i gabbiani sfidano l’aria, rendendo sempre tutto sospeso tra sogno e realtà.

Giunti a Marina Piccola ad attenderci da sempre troviamo i Faraglioni, due giganti buoni che si lasciano attraversare mansueti dagli avventurieri della navigazione. Qui “La Canzone del Mare”, struttura balneare e recettizia famosa in tutto il mondo, sembra affacciarsi direttamente sull’Eden. Stelle marine, ricci di mare, crostacei e polpi popolano il regno marino sottostante, immersi in un universo blu che scivola veloce verso profondità ambitissime dai sommozzatori.

Proseguendo il magico viaggio ci avventuriamo sul pendio del Monte Solaro per giungere ad Anacapri dove è d’obbligo la visita alla Villa San Michele, sorta sulle rovine di una cappella del decimo secolo dedicata al Santo, oggi museo che custodisce preziosità delle civiltà più antiche, con una vista spettacolare sul Golfo incantato di Napoli. La struttura che giunge intatta ai giorni nostri nasce tra gli ultimi anni del XIX secolo ed inizio del novecento per  volontà dell’apprezzatissimo  medico e scrittore svedese Axel Munthe, che qui voleva costruire una casa per l’anima. Impresa questa nella quale è riuscito benissimo.

Discendendo dal lato opposto del monte che ci regala una splendida panoramica su Ischia ed il Golfo di Pozzuoli, giungiamo fin sulla costa per salire a bordo di una delle tante piccole imbarcazioni che ci portano lentamente verso un piccolo foro che spunta nella roccia, così basso da dover attraversare abbassandosi nello scafo. Dopo un attimo di buio quello che si staglia di fronte alla nostra vista è un qualcosa che non può essere descritto, perché ciò che accade nella Grotta Azzurra è un vero miracolo della natura. I riflessi del sole si riflettono nell’acqua purissima del mare dando vita ad uno spettacolo di luci e colori che mandano in estasi i nostri sensi. Dondolati in questo luogo non si riesce a far altro che restare ammaliati da un’esperienza straordinaria e quando riemergiamo nel mondo esterno comprendiamo di aver vissuto qualcosa di più di un sogno. Così Capri ci resterà sempre nella parte più profonda del cuore, dove anche solo il suo ricordo rappresenterà sempre un baluardo di serenità nella nostra esistenza.

Giovanni Mastroianni

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