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Economia

Rapporto Svimez, giovani in fuga dal sud abbandonato dallo Stato che cresce grazie a risorse private

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Ritardi infrastrutturali. Investimenti pubblici col lumicino, in proporzione assai inferiori rispetto a quelli fatti in centro e nord Italia. Istruzione, formazione e mondo del lavoro fattori non di crescita ma di deperimento, impoverimento e spopolamento. La deindustrializzazione che avanza come il deserto nell’indifferenza della classe dirigente. Servizi sanitari e servizi pubblici in genere da terzo mondo.  C’è una questione meridionale che pesa come un macigno non già e non solo sul futuro del Sud ma sui destini dell’Italia. Il Sud è certamente messo male ma è una risorsa inesplorata, mal sfruttata che da volano di ripresa dell’Italia può diventare il cappio al collo. Nel rapporto Svimez  2018 quello che i media fanno emergere con costanza sono le negatività su fronti importanti ma si dimenticano anche quegli aspetti positivi che andrebbero incoraggiati. Il Sud cresce senza soldi pubblici.

La crescita dell’economia meridionale nel triennio 2015-2017, ad esempio, ha solo parzialmente recuperato il patrimonio economico e anche sociale disperso dalla crisi nel Sud. La ripresa è stata trainata in massima parte dagli investimenti privati. È mancato il contributo della spesa pubblica. Un contributo che sarebbe stato essenziale nell’accelerare la ripresa. Non tutto il Sud va forte e contribuisce alla ripresa economica del Paese in assenza o con scarsi interventi di finanza pubblica. C’è infatti forte disomogeneità tra le regioni del Mezzogiorno: nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania registrano il più alto tasso di sviluppo. Più occupazione ma debole e precaria. L’ampliamento del disagio sociale, tra famiglie in povertà assoluta e lavoratori poveri. Nuovo dualismo demografico: meno giovani, meno Sud. La limitazione dei diritti di cittadinanza, il divario nei servizi pubblici.

Il Mezzogiorno è uscito dalla “lunga recessione”, nel 2016 ha consolidato la ripresa, facendo registrare una performance ancora superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese, proprio come l’anno precedente, che avevamo giudicato per molti versi “eccezionale”. La ripresa si consolida, un risultato dunque per nulla scontato, confermato dalle nostre previsioni, in cui il Mezzogiorno tiene sostanzialmente il ritmo della ripresa nazionale (nel 2017 +1,3%, l’Italia va al +1,5%).

I risultati raggiunti dal Sud nel 2015-2016 sono certo il frutto di fattori che hanno, da una parte, origine nella profondità della crisi in quest’area, e dall’altra, da eventi per molti versi particolari e soggetti a fluttuazioni climatiche, geopolitiche e legate ai cicli della programmazione comunitaria, ma anche da una serie di strumenti messi in campo dal Governo, che negli ultimi mesi – grazie all’approvazione dei due “decreti Mezzogiorno” – sembrano ricondursi ad una certa coerenza.

Rapporto Svimez. La ministra del Sud Barbara Lezzi alla conferenza stampa

Certo, il ritmo dello sviluppo delle regioni del Mezzogiorno, così come quello dell’Italia, resta tuttora distante dalla media europea (secondo il FMI, nel 2017 +2,3% nell’UE e +2,1% nell’Eurozona), e non è ancora sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività e bassa competitività, creando sostanzialmente ridotta accumulazione e minore benessere. Tuttavia, rispetto alle previsioni di luglio, le nostre stime aggiornate (ottobre) per il biennio 2017-2018 fanno registrare una significativa accelerazione del tasso di crescita di due-tre decimi di punto in entrambe le macroaree. Proseguendo a questi ritmi, il Sud recupererebbe livelli pre- crisi nel 2025, tre anni prima rispetto alle previsioni di luglio. Si tratta una prospettiva certo non rosea, che non scongiura il rischio di una certa permanenza delle gravi conseguenze economiche, sociali e demografiche prodotte dalla crisi e dalla stagnazione che l’aveva preceduta. Tuttavia, il dato conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che il Mezzogiorno non è una causa persa, e che calibrando l’intensità e la natura degli interventi nell’area si può mettere in campo una politica economica complessiva che miri precipuamente all’accelerazione del tasso di crescita, nell’ambito del rilancio di una generale strategia di sviluppo per l’Italia, in cui le regioni meridionali possano svolgere un ruolo essenziale, mettendo a sistema i loro diversi vantaggi competitivi.

La dinamica di questi anni ci parla di un Mezzogiorno “reattivo”, che non è un vuoto a perdere, e che nel biennio scorso ha contributo alla crescita del PIL nazionale per circa un terzo, una quota ben superiore al suo attuale “peso” produttivo (meno di un quarto). È una verità da ribadire in un momento in cui, dopo i referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia, si è riaperta la polemica sulla “dipendenza” patologica del Sud, intorno al tema del c.d. residuo fiscale. Ma il residuo fiscale, stimabile in circa 50 miliardi annui a vantaggio del Mezzogiorno, è ineliminabile a meno di non ledere del tutto i principi fondamentali della Costituzione, la tutela di servizi e livelli essenziali di prestazioni a tutti i cittadini ovunque residenti, che peraltro al Sud sono carenti anche per un’insufficiente dotazione di risorse delle Amministrazioni. Il residuo fiscale non è altro che lo specchio dei divari economici, sociali e territoriali esistenti in Italia. Non ci sfugge il tema decisivo, che però riguarda tutto il Paese, dell’efficienza della spesa della P.A., e riteniamo anzi giunto il momento di riprendere seriamente il percorso di attuazione di un vero e responsabile “federalismo fiscale”.

Inoltre, sarebbe più corretto parlare di integrazione e interdipendenza. La visione che identifica semplicisticamente i residui fiscali negativi delle regioni

meridionali con lo spreco di risorse pubbliche indebitamente sottratte al Nord, infatti, non solo non è dimostrata dalle evidenze empiriche ma è parziale. L’interdipendenza tra le economie del Nord e del Sud implica anche corposi vantaggi al Nord nella forma di flussi commerciali, essendo ancora il Mezzogiorno un importante mercato di sbocco della produzione settentrionale: la domanda interna del Sud, data dalla somma di consumi e investimenti, attiva circa il 14% del PIL del Centro-Nord. Secondo le nostre stime, per ogni 10 euro che dal Centro-Nord affluiscono al Sud come residui fiscali, 4 fanno il percorso inverso immediatamente sotto forma di domanda di beni e servizi. Gli altri contribuiscono comunque a sostenere un’area di produzione e di consumo ancora rilevante per l’economia dell’intero Paese e di cui dunque beneficia anche il Nord.

D’altronde, la ripresa della crescita ha rivelato diversi elementi positivi nell’economia meridionale, che ne mostrano la resilienza alla crisi e che vanno sottolineati: la crescita delle esportazioni anche in un periodo di rallentamento del commercio internazionale, segnale di produzioni competitive e di qualità; la ripresa sostenuta dalla ripartenza della domanda interna, rispetto alla quale il Mezzogiorno appare particolarmente reattivo.

Tale resilienza non è stata omogenea in tutte le regioni meridionali e in tutti i comparti dell’economia. Il 2016, a differenza dell’anno precedente, si caratterizza per una forte divergenza di andamento tra le singole regioni del Sud (con performance positive che si concentrano soprattutto in Campania e Basilicata).

Per quanto riguarda i settori, l’elemento maggiormente positivo del 2016 è senza dubbio la ripartenza del settore industriale meridionale: del resto, pensare di affidare la ripresa di un processo di sviluppo del Sud, come avvenuto nel 2015, all’agricoltura e al turismo – che pure presentano nell’area, specialmente in una “logica industriale”, ancora ampie potenzialità inespresse – è alquanto illusorio. L’industria manifatturiera del Mezzogiorno nel biennio è cresciuta cumulativamente al Sud di oltre il 7%, con una dinamica più che doppia di quella registrata nel resto del Paese (3%). Insomma, l’industria meridionale rimasta dopo la crisi sembra essere in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale, come dimostra anche l’andamento delle esportazioni, sebbene rimanga il rischio che, per le sue dimensioni ormai ridotte (il peso del settore sul prodotto dell’area passa dal 10,5% del 2001 all’8% del 2016), se non adeguatamente accompagnata dalle politiche, non riesca a sostenere in maniera durevole la ripartenza dell’intera economia meridionale.

Nella fase più recente, il Governo è intervenuto in misura più decisa a favore delle imprese meridionali, mettendo in campo alcuni importanti interventi che configurano una “politica industriale regionale” (dal credito d’imposta per gli investimenti, al prolungamento degli esoneri contributivi per le nuove assunzioni, al sostegno alla nuova imprenditorialità giovanile e all’istituzione delle ZES), confermando l’importante ruolo dei “contratti di sviluppo”, strumento cardine per l’agevolazione dei grandi progetti di investimento sia nazionali che esteri, che possono consolidare la ripartenza dell’industria del Mezzogiorno. Resta una difficoltà delle imprese meridionali ad accedere agli strumenti di “politica industriale nazionale”, in parte connessa alla loro struttura dimensionale: un’idea opportuna, al vaglio del Ministero per la Coesione Territoriale, può essere l’istituzione di un Fondo specifico per la crescita delle imprese del Mezzogiorno. Tale difficoltà è confermata, secondo le nostre stime, per gli interventi, che rivestono un’importanza particolare, previsti dal Piano “Industria 4.0”. Nel Sud, dove pure l’effetto degli strumenti previsti nel Piano è relativamente maggiore sul processo di accumulazione (perché le agevolazioni consentono di contrastare gli effetti depressivi sugli investimenti derivanti dal maggiore razionamento del credito bancario), il minore impatto di “Industria 4.0” sul PIL e sulla produttività del Mezzogiorno sta ad indicare che la principale leva nazionale della politica industriale è da sola insufficiente per sostenere l’ammodernamento del sistema produttivo, al Sud ancora troppo limitato. Occorre pertanto adottare una strategia generale che può partire, come diremo in conclusione, dal dotarsi di una leva di forte attrazione di investimenti esterni (come ad esempio le Zone Economiche Speciali) e dall’agire sul contesto, attraverso il rilancio degli investimenti pubblici nell’area, il cui declino non si arresta, soprattutto per il venir meno di quelli ordinari e il conseguente effetto sostitutivo di quelli finanziati coi Fondi europei, che andrebbero per lo meno ricondotti complessivamente ai livelli pre crisi.

Se il consolidamento della ripresa del Sud suggerisce che la crisi non abbia minato la capacità delle regioni meridionali di rimanere agganciate allo sviluppo del resto del Paese e dell’Europa, tuttavia, il ritmo della congiuntura appare del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area, che restano allarmanti.

Napoli vista da Posillipo con il Vesuvio alle spalle

L’occupazione è ripartita, con ritmi anche superiori al resto del Paese, ma mentre il Centro-Nord ha già superato i livelli pre crisi, il Mezzogiorno che pure torna sopra la soglia “simbolica” dei 6 milioni di occupati, resta di circa 380 mila sotto il livello del 2008, con un tasso di occupazione che è il peggiore d’Europa (di quasi 35 punti percentuali inferiore alla media UE a 28). Gli andamenti dell’ultimo biennio, in cui a crescere sono soprattutto gli occupati anziani e il lavoro a tempo parziale, non riescono tuttavia a invertire la preoccupante ridefinizione della struttura e della qualità dell’occupazione che si è determinata con la crisi. Il dato più eclatante è il formarsi e consolidarsi di un drammatico dualismo generazionale. Il biennio di ripresa occupazionale non ha sostanzialmente inciso su questo quadro: nella media del 2016 a livello nazionale si registrano ancora oltre 1 milione e 900 mila giovani occupati in meno rispetto al 2008. L’estromissione dei giovani dal lavoro è diffusa a livello territoriale: la flessione dell’occupazione giovanile risulta un po’ più accentuata nel Mezzogiorno mentre l’incremento per le classi da 35 anni in su è sensibilmente più accentuato nel Centro-Nord. Con riguardo alla posizione professionale, la riflessione più preoccupante riguarda il regime d’orario: gli occupati a tempo parziale “esplodono” nella crisi e continuano ad aumentare più marcatamente nella ripresa, complessivamente un milione in più rispetto al 2008, con andamenti sostanzialmente simili a livello territoriale.

L’aumento del part time non deriva dalla libera scelta individuale degli occupati di conciliazione dei tempi di vita, né tanto meno da una strategia di politica del lavoro orientata alla redistribuzione dell’orario. Esso è interamente ascrivibile al part time “involontario”, cioè all’accettazione di contratti a tempo parziale in carenza di posti lavoro a tempo pieno, che ha consentito ad una quota sempre maggiore di occupati di mantenere nella crisi e/o di trovare nella ripresa un’occupazione.

La riduzione dell’orario di lavoro, deprimendo i redditi complessivi, ha contribuito alla crescita dell’incidenza dei lavoratori a bassa retribuzione: la quota dei lavoratori a bassa retribuzione è rapidamente salita nel corso della fase recessiva dal 30% a circa il 35%, con andamenti territoriali diversificati (le retribuzioni reali, rispetto al 2008, fanno registrare il -4,5% nel Mezzogiorno contro il +2,5% del Centro-Nord). L’incremento del lavoro a bassa retribuzione al Sud è una delle ragioni principali per cui, anche nella fase di ripresa, i miglioramenti congiunturali in termini di prodotto e occupazione non hanno avuto un significativo impatto sull’emergenza sociale che nelle regioni meridionali rimane altissima.

La povertà, infatti, resta sui livelli più alti di sempre e il livello di disuguaglianza interno all’area deprime la ripresa dei consumi. Le politiche di austerità hanno determinato il deterioramento della capacità del welfare pubblico di controbilanciare le crescenti disuguaglianze indotte dal mercato, in presenza di un welfare privato del tutto insufficiente al Sud (si pensi alla minore diffusione del Terzo Settore o, ad esempio, al ruolo irrisorio, rispetto al resto del Paese, che vi giocano le Fondazioni di matrice bancaria nel finanziamento di iniziative sociali).

La natura, la gravità e la persistenza della situazione sociale inducono a ritenere che solo un consistente e permanente aumento di capitale produttivo sia la risposta necessaria da dare per il superamento della condizione di difficoltà economica e sociale in cui ancora versa il Mezzogiorno e per assicurare ai cittadini un accettabile livello di reddito e di prestazioni sociali. Al tempo stesso, misure universalistiche di contrasto alla povertà, che abbiano una spiccata natura congiunturale anticiclica, sono altrettanto necessarie: il Rei (Reddito di Inclusione) costituisce un primo passo in questa direzione, tuttavia insufficiente a coprire l’intera platea dei possibili beneficiari.

All’indomani di una delle crisi economiche e sociali più profonde e gravi dell’era contemporanea, il Mezzogiorno si appresta ad affrontare il riavvio di un processo di sviluppo in condizioni più svantaggiate di quelle dell’immediato Dopoguerra, per l’emersione di un nuovo dualismo, quello demografico: una popolazione in rapido invecchiamento in un’area ancora caratterizzata da un forte deficit di capitale fisso sociale potrebbe innescare un pericoloso circolo vizioso di maggiori oneri sociali, minore competitività del sistema economico, minori redditi e capacità di accumulazione e crescente dipendenza dall’esterno.

Nel 2016 si è avuta un’ulteriore conferma della crisi demografica delle regioni meridionali insorta nei primi anni Duemila e aggravatasi nel corso della pesante recessione economica. Il Sud non è già più un’area giovane né tanto meno il serbatoio di nascite del resto del Paese, e va assumendo tutte le caratteristiche demografiche negative di un’area sviluppata e opulenta, senza peraltro esserlo mai stata. In base alle tendenze in atto, mentre la dinamica demografica negativa del Centro-Nord è compensata dalle immigrazioni dall’estero, da quelle dal Sud e da una ripresa della natalità, il Mezzogiorno resterà terra d’emigrazione “selettiva” (specialmente di qualità), con scarse capacità di attrarre immigrati dall’estero, e sarà interessato da un progressivo ulteriore calo delle nascite.

Nel Rapporto di quest’anno, riportiamo una stima del depauperamento di capitale umano meridionale. Considerato il saldo migratorio negativo dell’ultimo quindicennio, una perdita di circa 200 mila laureati meridionali, e moltiplicata questa cifra per il costo medio a sostenere un percorso di istruzione terziaria, la perdita netta in termini finanziari del Sud ammonterebbe a circa 30 miliardi di euro. Si tratta di quasi 2 punti di PIL nazionale, una stima “minima” che non considera molte altre conseguenze economiche negative ma che dà la dimensione di un fenomeno che pesa sul Mezzogiorno anche in termini di trasferimento di risorse finanziare verso le aree più sviluppate, e che andrebbe considerato nella letteratura sui trasferimenti finanziari interregionali, senza contare gli effetti indiretti di guadagno per il Centro-Nord in termini di competitività e di produttività del trasferimento di forza lavoro qualificata.

La soluzione per i problemi strutturali dell’economia italiana, e meridionale in particolare, non verrà da una ripresa internazionale a cui “agganciarsi”, ma dalla ripresa di un processo di sviluppo che consolidi e rafforzi i segnali positivi registrati dopo il 2014. Occorre una visione consapevole che lo sviluppo di un’area di 20 milioni di abitanti, come il nostro Mezzogiorno, dipende dall’interazione dei fattori regionali, nazionali e sovranazionali, da ricondurre tutti a un disegno coordinato e coerente.

Per realizzare una strategia di sviluppo di ampia portata occorre partire dal livello europeo: in primo luogo, per rafforzare e rivedere la politica di coesione in vista della riforma per il posto 2020 (su cui la SVIMEZ ha avanzato al Parlamento europeo alcune proposte), con l’obiettivo di inserirla in un quadro macroeconomico che favorisca la convergenza, intervenendo sulle asimmetrie strutturali interne ed esterne all’Eurozona; in secondo luogo, per conquistare margini di flessibilità di bilancio e, più in generale, per l’abbandono della politica di austerità e una profonda revisione del Fiscal compact, da indirizzare al perseguimento dell’obiettivo di un rilancio degli investimenti pubblici; infine, per assumere l’opzione mediterranea come orizzonte strategico, con una politica che vada ben oltre la gestione (ad oggi insufficiente e miope) dei flussi migratori, e in cui il Mezzogiorno, alla luce delle partite geopolitiche che si stanno giocando nell’area del “Mediterraneo allargato”, può contribuire alla definizione di un ruolo strategico per il Paese.

Sono questi i temi approfonditi nel Rapporto di quest’anno. Qui, si vogliono sottolineare due recenti misure che vanno nella giusta direzione, contenute nei due c.d. “decreti Mezzogiorno” che si sono susseguiti in questi mesi e che, al di là dei singoli strumenti, sembrano inserirsi in un quadro strategico e comunque segnalano un rinnovato impegno del Governo per il Sud, sancito del resto con la reintroduzione della figura del Ministro per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno.

Per favorire lo sviluppo e l’infittimento del tessuto produttivo meridionale, andando oltre le misure già esistenti, occorre dotarsi di una politica specifica per l’attrazione degli investimenti esterni. Un primo importante passo è senz’altro la recente previsione delle Zone Economiche Speciali (ZES), per le quali si auspica una rapida implementazione attraverso i decreti, che punti, in questa prima fase, alla concentrazione sia delle risorse sia del loro numero, individuando strategicamente i luoghi, da gestire con una governance semplificata e trasparente: si potrebbe immediatamente partire con alcune aree portuali e retroportuali di sviluppo logistico in una prospettiva euromediterranea. È importante un’attività intensa di analisi e studio delle esperienze in fase più avanzata di definizione, anche in chiave di confronto internazionale (si riporta l’esperienza positiva delle ZES polacche, che si conferma anche nel 2016), per le successive localizzazioni in tutte le regioni del Mezzogiorno.

La priorità per accelerare la ripresa dello sviluppo, tuttavia, è il rilancio degli investimenti pubblici, specialmente alla luce del rallentamento registrato dai CPT nel 2016 (dopo il modesto incremento del 2015), primo anno di avvio della spesa del nuovo ciclo di Fondi strutturali e di lenta definizione del Masterplan. L’andamento della spesa in conto capitale in questi anni appare situare il Mezzogiorno e l’Italia su un livello strutturalmente più basso rispetto ai livelli pre crisi: segno anche di una perdita, ad ogni livello di governo, di capacità progettuale e realizzativa della macchina pubblica.

L’attivazione della “clausola del 34%” – cioè la previsione nel primo “decreto Mezzogiorno” di un livello di spesa ordinaria in conto capitale delle Amministrazioni centrali da destinare al Sud proporzionale alla popolazione residente (il 34% del totale nazionale, appunto) – potrebbe invertire il trend di declino della spesa in conto capitale in corso dai primi anni Duemila e consentire il perseguimento del principio di addizionalità delle risorse aggiuntive delle politiche europee e nazionali di coesione, che ne potenzierebbe l’efficacia.

L’implementazione della “clausola del 34%”, tuttavia, non è affatto semplice, anche per il solo livello delle Amministrazioni centrali. Si tratta comunque dell’avvio di un percorso, finalizzato al progressivo avvicinamento all’obiettivo di riequilibrio territoriale, che dovrà necessariamente passare attraverso una profonda ridefinizione dei programmi di spesa in conto capitale, che tenga conto di questa “norma di principio”, e che avrebbe bisogno della istituzione di un Fondo specifico in cui riversare le eventuali risorse non spese nel Mezzogiorno, per poi finanziare i programmi maggiormente in grado di raggiungere l’obiettivo (una sorta di Fondo di perequazione delle risorse ordinarie in conto capitale).

La SVIMEZ, anche per chiarire l’importanza del principio, ha voluto stimare retrospettivamente quanto avrebbe inciso, negli anni della crisi, l’applicazione della “clausola del 34%” a tutta la spesa ordinaria della P.A., non solo a quella delle Amministrazioni centrali. Il PIL del Sud avrebbe praticamente dimezzato la perdita accusata – la Grande recessione non sarebbe stata una grande recessione… – con un saldo netto positivo a livello nazionale di prodotto e occupazione.

La stima dunque conferma che il riequilibrio territoriale, oltre a correggere una deriva penalizzante per le aree più deboli del Paese, rappresenterebbe una ottimizzazione nell’uso di un ammontare dato di risorse pubbliche, il che significherebbe aumentare l’efficienza ed efficacia della spesa. Sono elementi da tenere in grande considerazione se si volesse riprendere, a legislazione vigente, il percorso di attuazione del cd. federalismo fiscale, che prevedeva ad esempio una norma (del tutto inattuata) di perequazione infrastrutturale.

In generale, il riequilibrio territoriale, fondato sulla responsabilità e leale cooperazione dei livelli di governo, consentirebbe non solo di ridurre i divari sociali, evidenziati da povertà e disuguaglianze crescenti, ma di configurare un vero e proprio nuovo patto per lo sviluppo, in cui il Sud possa tornare a concorrere, da protagonista, al rilancio dell’intero Paese.

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Vestager: da Ita-Lufthansa rischi per la concorrenza

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Dribbla, come di rito, le polemiche. Ma lancia comunque un messaggio forte e chiaro. L’Europa valuta le nozze tra Ita e Lufthansa guidata soltanto da una stella polare: la tutela della libera concorrenza e dei cittadini. La guardiana dell’antitrust Ue, Margrethe Vestager, difende senza esitazioni il suo ruolo di mediatrice nell’operazione italo-tedesca – entrata ormai nei suoi giorni cruciali – e risponde indirettamente anche alle critiche espresse da Matteo Salvini su un possibile “atto ostile” nei confronti dell’Italia nel caso di un niet. La missione dell’Ue, taglia corto la danese, è “garantire che, quando viaggiano, i consumatori possano scegliere tra diverse compagnie, voli e prezzi competitivi”.

Fronti su cui l’alleanza tra la newco e il vettore tedesco pone dei “rischi”. Il finale non è però ancora scritto: “spetta alle parti”, è l’incoraggiamento della commissaria, trovare il compromesso necessario a strappare entro il 4 luglio la benedizione Ue. Impegnata ad analizzare i “diversi aspetti” della fusione – attraverso la quale Lufthansa acquisirebbe il 41% di Ita con la prospettiva di salire al 100% entro il 2026 -, in questi giorni di fitti negoziati a livello tecnico e dirigenziale, la Commissione europea non arretra sulle richieste volte a scongiurare un aumento delle tariffe e una diminuzione dei collegamenti a danno dei cittadini.

“In un caso come questo c’è un rischio che i prezzi salgano e le frequenze calino”, ha sintetizzato Vestager, facendo riferimento soprattutto al nodo su cui l’intesa con le due parti appare ancora lontana: le lunghe – e remunerative – rotte da Fiumicino verso gli Stati Uniti e il Canada. Nell’ultimo pacchetto di impegni – il quarto da gennaio – appena presentato a Bruxelles dalle parti, l’offerta avanzata dai tedeschi resta quella di congelare l’alleanza sui viaggi oltreoceano in via temporanea – per due o tre anni al massimo -, rinviando l’ingresso di Ita nell’influente joint venture che riunisce la compagnia guidata da Carsten Spohr con United Airlines e Air Canada.

Le trattative poi vanno avanti anche per avvicinare le posizioni sulla cessione degli slot a Milano-Linate: le parti sarebbero pronte a rinunciare a una ventina di coppie giornaliere di slot nello scalo milanese. Un numero sensibilmente superiore rispetto alle 11 (22 tra andata e ritorno) proposte in precedenza, ma inferiore alla soglia (circa trenta) richiesta dall’Ue. Il braccio di ferro, assicura la vicepresidente, è guidato esclusivamente da una valutazione “basata sui fatti e sulle analisi” dell’antitrust Ue. E non ha alcuna connotazione politica.

“Non è possibile essere commissaria alla Concorrenza e avere un’opinione relativamente al fatto che un accordo sia politicamente preferibile oppure no”, scandisce la commissaria, pur riconoscendo che l’operazione è “molto importante anche per gli italiani che vogliono viaggiare”. La sensibilità del dossier è del resto innegabile anche nei corridoi di Palazzo Berlaymont. E l’ipotesi che Lufthansa – giunta in queste ore con una delegazione a Bruxelles – non sia disposta a fare altri sacrifici, è sempre più concreta. Dopo le trattative, secondo quanto fanno trapelare fonti tedesche, c’è soltanto la possibilità di “un intervento politico”. Il finale – cruciale anche per il futuro di Ita – sarà scritto con tutta probabilità già nei primi giorni di giugno.

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Parte la Confindustria di Orsini: dialogo e punti fermi

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I “pilastri” sono “unità, identità, dialogo”. Il messaggio a governo e sindacati è: “Sediamoci per confrontarci, con tutti. Noi ci siamo”. La Confindustria di Emanuele Orsini parte così, con un invito al confronto, “che non deve essere conflittuale ma costruttivo”: serve “una visione Paese. Quello che tutti devono avere in mente è una idea di crescita. Fatto questo, vinciamo tutti”. Ma non mancano i punti fermi, prese di posizione molto nette. Come il riferimento al referendum promosso dalla Cgil: “In un momento in cui i giovani selezionano le imprese dove lavorare” parlare di no al Jobs Act “mi sembra una follia”.

E poi la proposta della Cisl per la partecipazione dei lavoratori alla vita delle aziende: “Non sono d’accordo”. E con il Governo chiarisce subito: “Serve “certezza del diritto”, è un “no a misure retroattive”, come sul superbonus. “L’unica cosa che vuole l’imprenditore è conoscere le regole del gioco”, altrimenti “non posso fidarmi più di te”. La base del confronto con il Governo sarà su “proposte di Confindustria a costo zero o su proposte da considerare un investimento”: gli industriali sono consapevoli che i margini di azione sono stretti, come sulla legge di bilancio, “ma si possono costruire percorsi virtuosi che possano dare una spinta all’economia”.

Con il voto dell’assemblea, eletto presidente di Confindustria con il 99,5% dei voti validi, Emanuele Orsini ricompatta l’associazione degli industriali dopo il clima difficile della competizione elettorale. Subito dopo presenta in “dieci capitoli” le sue priorità per il quadriennio 2024-2028: dall’Europa all’energia, dagli investimenti al capitale umano, dal Sud alle infrastrutture, dalla certezza del diritto a trasporti, logistica e industria del turismo. Una nuova idea è tra le proposte a costo zero: lanciare, con garanzie pubbliche, “un piano casa ad un costo sostenibile”, per i giovani, per chi per lavorare si deve spostare da una città all’altra. In Europa, dice il neoeletto presidente di Confindustria, servono “idee chiare per una politica industriale che non sia antindustriale. Dobbiamo smetterla con comportamenti ideologici”. L’energia “è un tema di competitività ma anche di sicurezza nazionale. Serve indipendenza energetica: è impossibile farlo solo con le fonti rinnovabili, serve un mix energetico”, anche con il nucleare di nuova generazione su cui va aperto un confronto con il Governo anche perché, con i mini reattori, “l’obiettivo sia una rete nazionale elettrica e non una rete di imprese”.

Infrastrutture, trasporti, logistica, turismo: per gli industriali c’è molto da investire. Il Ponte sullo Stretto? Bene come per ogni nuova infrastruttura, “ma bisogna arrivarci, allo Stretto”. Gli investimenti: il pressing è per un efficace piano ‘industria 5.0′, “abbiamo bisogno di misure che abbiano una visione almeno a 5 anni”. Sul Sud poi “servono davvero riflessioni profonde: non possiamo dividere il Paese”: sull’autonomia differenziata vanno rivisti “alcuni capitoli”, bisogna “fare dei ragionamenti un po’ più complicati e complessi”, su temi come energia, logistica, infrastrutture “non si può dividere” il Nord dal Sud.

“Sono molto contento: il voto di oggi ha dimostrato che il nostro sistema è riuscito a ricompattarsi. E’ fondamentale”, dice Emanuele Orsinidopo l’elezione. Ed Edoardo Garrone, suo principale competitor nella corsa alla presidenza, rileva: “L’ampio consenso testimonia un clima di rinnovata unità di intenti di Confindustria di cui non posso che rallegrarmi. Emanuele e la sua squadra dovranno affrontare importanti sfide”. Sulla ‘identità’ la sfida di Orsini è interna al sistema degli industriali: “Sostenere le istanze di tutti. La difficoltà sarà riuscire a rappresentare anche l’ultimo associato della territoriale più piccola: significa far grande Confindustria”.

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Nuovo balzo del gas, l’Austria teme lo stop dalla Russia

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La Russia è ancora in grado di muovere il prezzo del gas in Europa, nonostante il ruolo marginale delle sue forniture in alcuni Paesi, tra cui l’Italia. E’ bastato l’allarme dell’operatore austriaco Omv a far scattare gli acquisti sul mercato di Amsterdam, dove i future sul mese di giugno hanno aperto in calo sotto i 33 euro (-0,62% a 32,8 euro al MWh), per chiudere con un rialzo del 4,2% al 34,39 euro al MWh.

Un “messaggio urgente” , quello di Omv, che è stato diffuso nella mattinata per informare il mercato sul rischio di un blocco delle forniture da parte di Gazprom Export. Un timore – spiegano a Vienna – dovuto alla decisione di una “corte straniera” ottenuta da una “grande compagnia energetica europea” che, se applicata in Austria, costringerebbe Omv a pagare le forniture di gas a tale compagnia europea anziché a Gazprom Export, con il rischio che quest’ultima decida di chiudere i rubinetti. “Nel caso in cui scatti la restrizione della corte sui pagamenti – spiega Omv – è possibile che Gazprom Export interrompa le forniture di gas, colpendo il mercato del gas austriaco”, come già avvenuto altrove in situazioni analoghe.

L’operatore sottolinea che la propria controllata Ogmt (Omv Gas Marketing & Trading) sarà comunque in grado di “garantire le forniture di gas ai propri clienti con alternative provenienti da fonti non russe, grazie agli sforzi di diversificazione compiuti negli ultimi anni”. Già oggi Vienna si procura il gas dai giacimenti in Norvegia e in Austria e da altri produttori internazionali. Inoltre sono attivi contratti di fornitura di gas naturale liquefatto di lungo termine che viene importato attraverso il rigassificatore di Omv di Rotterdam (Olanda). L’operatore austriaco partecipa poi come “potenziale acquirente” alle aste comuni della Piattaforma Ue per l’Energia. Infine Vienna precisa di avere accesso a “tutti i principali mercati dell’Europa Centrale e del Nordovest” e di disporre della “corrispondente capacità di trasporto” del gas. Proprio l’Austria, con il 77,32% di stoccaggi a 756,52 TWh è il 4/ paese europeo per scorte di gas dopo la Germania (71,37% a 176,58 TWh), l’Italia (71,33% a 142,7 TWh) e i Paesi Bassi (60,72% a 87,45 TWh).

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