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Napoli sogna con Sting e Shaggy in concerto all’Arena Flegrea

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Il primo è tra i cantanti e musicisti più influenti della musica, l’altro il re della musica afroamericana.  Sting & Shaggy: la strana coppia del reggae/rock/blues si sono esibiti all’Arena flegrea di Napoli. L’ex Police e Mr Boombastic sul palco dimostrano un affiatamento coinvolgente che si riverbera sul pubblico, sedotto dalla voce limpida, pulita e incisiva nel falsetto di Sting e dalla guasconeria del rapper giamaicano, bravissimo nel coinvolgere tutti.
A battezzare la collaborazione tra Sting e Shaggy è stato Martin Kierszenbaum, attuale manager di Sting ed ex responsabile delle edizioni di Shaggy. È stato lui ad inviare lo scorso anno all’ex Police una demo del brano “Don’t make me wait” incisa da Shaggy: l’artista inglese ne è rimasto talmente colpito da decidere di raggiungere il collega in uno studio di registrazione a Los Angeles per realizzarne insieme una nuova versione. “Quando ci incontrammo cantai il ritornello, e poi provammo a rendere il pezzo un po’ più vicino a me, e abbiamo inciso anche una strofa insieme”, ha spiegato lo stesso Sting. Quello che doveva essere un semplice duetto, ad ogni modo, si è trasformato in una collaborazione su un intero disco, “44/876”: “sono rispettivamente i prefissi internazionali telefonici del Regno Unito e della Giamaica – hanno spiegato i due – una sorta di legame che unisce i due Paesi, un legame fatto di gioia e di speranza”.

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U2, ‘less is more’ parola d’ordine di Songs of Surrender

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La voce che graffia, il suono asciutto e allo stesso tempo morbido e struggente, l’esperienza al servizio di 40 pezzi che sono diventati colonna sonora di oltre 40 anni di storia. Non solo di una band come gli U2, ma di almeno un paio di generazioni. Bono Vox e compagni, dopo due anni di lavoro in studio, sono pronti a pubblicare il 17 marzo, giorno di San Patrizio patrono della loro Irlanda, Songs of Surrender (Island Records e Interscope). Non l’opera definitiva, ma un ritorno alle origini per andare oltre: una collezione di 40 brani, scelti tra i più importanti del loro catalogo, ri-registrati, re-immaginati e in qualche modo “scarnificati”, perché – è il principio enunciato da The Edge che ha curato e prodotto il progetto – “less is more”, meno è meglio. Brani senza tempo come One, Where The Streets have no name, Beautiful Day, With or Without you, Pride (In the Name of Love) – primo estratto del nuovo lavoro -, o Sunday Bloody Sunday pur rimanendo fedeli a se stessi assumono sfaccettature, arrangiamenti e in qualche caso anche testi nuovi. La raccolta è divisa in quattro parti, ognuna per ogni membro del gruppo, Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr.

“Ascoltare le canzoni interagire tra loro, e trovare l’ordine dei quattro album è stato molto emozionante, trovare i passaggi più sorprendenti, avere l’opportunità di fare come un dj – ha spiegato il chitarrista -. Una volta decisi i quattro differenti album è stato facile decidere chi dovesse rappresentare ognuno di loro”. Quaranta brani per viaggiare nel tempo. “Eravamo curiosi di scoprire come sarebbe stato portare alcune delle nostre canzoni degli inizi con noi nel presente, dando loro una veste del 21/o secolo – ha raccontato ancora The Edge -. Quello che è iniziato come un esperimento si è velocemente trasformato in una personale ossessione. L’intimità prendeva il posto dell’urgenza del post-punk. Nuovi ritmi, nuove tonalità e in alcuni casi sono arrivati nuovi accordi e nuovi testi”. Ma quello che sorprende l’ascoltatore e che l’artista sottolinea è che “una grande canzone è qualcosa di indistruttibile”. E ha spiegato come la selezione dei brani da rivisitare sia iniziato con una serie di demo: “Ho osservato cosa resta di una canzone quando tutti gli elementi, tranne quelli essenziali, vengono tolti. L’altro obiettivo principale era trovare modi per portare intimità nelle canzoni, poiché la maggior parte di esse era stata originariamente scritta pensando a concerti dal vivo. Esaminando questi provini con il produttore Bob Ezrin, è stato molto facile vedere quelli che funzionavano subito e quelli che avevano bisogno di più lavoro. Siamo entrati tutti nella mentalità del ‘less is more'”.

Ed è così che la voce di Bono viene esaltata, è protagonista assoluta con le sue note profonde e graffianti. Diventa strumento interpretativo. Con 14 album in studio, oltre 170 milioni di dischi venduti, numerosi premi vinti tra cui 22 Grammy e il premio Ambassador of Conscience di Amnesty International, live in tutto il mondo, gli U2 – che si incontrarono a scuola da adolescenti e formarono la band nel 1978 – sono l’unica band nella storia ad aver raggiunto la vetta della classifica in quattro decenni consecutivi. Un successo che ha portato Disney+ a realizzare il documentario Bono & The Edge A Sort of Homecoming con David Letterman, disponibile sulla piattaforma il 17 marzo, stesso giorno del lancio del disco. In parte film-concerto, in parte un’avventura alla scoperta dell’Irlanda. In autunno poi la band, a quattro anni di distanza dall’ultima esibizione live di dicembre 2019, inaugurerà l’MSG Sphere, la venue più all’avanguardia al mondo all’interno dell’hotel Venetian di Las Vegas con il progetto “U2: UV Achtung Baby Live At The Sphere”, che vedrà il batterista Bram van den Berg sostituire Larry Mullen Jr, in pausa per sottoporsi a un intervento chirurgico e per la successiva convalescenza.

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Caruso compie 150 anni e a Napoli avrà il suo museo

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Tra i più grandi tenori di tutti i tempi, “voce” italiana nel mondo, interprete assoluto del bel canto e della tradizione napoletana, ma anche caricaturista, imprenditore di se stesso e incarnazione di un personale riscatto sociale. Nell’anno delle celebrazioni per i 150 anni della nascita, Enrico Caruso (25 febbraio 1873 – 2 agosto 1921) avrà il suo primo museo nazionale, a Palazzo Reale a Napoli, la città da cui tutto partì e dove tornò ormai divo. Ad annunciarne l’apertura, il prossimo 20 luglio, è il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano, forse con un pizzico di orgoglio in più, “napoletano anche io – dice – tra l’altro del centro storico, non lontano da Vico san Giovaniello ad ottocalli dove era residente Caruso”. Poi prosegue.

“Enrico Caruso è un esempio eccelso del genio italico, capace di innovare nel solco della tradizione, comprendendo in pieno come valorizzare il proprio talento nel segno della modernità. La canzone napoletana – aggiunge – oggi è universalmente riconosciuta come eccellenza, ma così non era prima di lui”. Caruso, “fu il primo a capire e utilizzare le immense potenzialità dell’industria discografica. La popolarità globale della canzone napoletana è intimamente legata al suo nome. Il suo vissuto personale e il legame con Napoli hanno informato tutta la sua produzione creativa. Ciò nonostante, Caruso ha avuto un rapporto tormentato con la propria città”, che ora questo museo ha l’occasione di risanare.

Anzi, lancia l’appello Sangiuliano, “potrebbe essere una bella idea intitolare l’aeroporto di Napoli a Caruso, visto che è molto conosciuto e visto che da lì transitano tante persone in arrivo dagli Stati Uniti e lui deve la sua affermazione proprio all’America”. Intanto, prima tappa del lungo anno di celebrazioni per il 150/o, il 25 febbraio al Museo Memus del San Carlo, con la donazione al futuro Museo Caruso degli atti di nascita e morte del tenore, conservati dell’archivio del Comune. Il nuovo museo, alla cui inaugurazione sono invitati anche il sindaco di New York e il direttore del Metropolitan I’Opera House, “sarà vivo e multimediale”, racconta il direttore generale dei Musei, Massimo Osanna insieme alla curatrice, la musicologa Laura Valente.

Nei 500 metri quadrati della Sala Dorica del Palazzo Reale proporrà un “percorso complessivo su Caruso”, tra registrazioni, cimeli, costumi, grammofoni, spartiti con segni autografi, grazie alla donazione dal Fondo Pituello (del valore stimato di un milione di euro) e alla collaborazione di partner “carusiani” da tutto il mondo, come gli Archivi Ricordi e Puccini, teatri d’opera come il San Carlo, La Scala e il Metropolitan e la Cineteca di Bologna, che ha diretto il lavoro di restauro e sincronizzazione vocale sul film My Cousin e consentito l’uso delle immagini di Caruso attore. In tutto, saranno 2.000 documenti digitalizzati, 60 oggetti rari originali tra locandine, manifesti, dischi, fotografie, arredi; una cronologia omnia in tre volumi e 11 tavoli e mappe digitali.

E ancora, grazie al Comune di Lastra a Signa all’inaugurazione arriverà il costume di Canio (dai Pagliacci di Ruggero Leoncavallo) o gli acquerelli colorati, unicum nella produzione artistica figurativa di Caruso, a cui si aggiunge la preziosa donazione delle sue caricature dei grandi della musica, da Toscanini a Verdi. Tra le iniziative, anche la biografia integrale di tutta la produzione carusiana a cura di Ugo Piovano e Luciano Pituello; la nascita di due premi, uno al migliore grande artista e l’altro per i ragazzi talentuosi che, come il grande tenore, si sono dedicati al canto senza una preparazione musicale; e una nuova pubblicazione dedicata da Il saggiatore.

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È morto Alberto Radius, chitarrista e fondatore Formula 3

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E’ morto Alberto Radius, chitarrista, cantautore, produttore, fondatore dei Formula 3. Aveva 80 anni. A darne notizia la famiglia, con un testo diffuso anche sulla pagina Alberto Radius Fans Club di Facebook: “È con profondo dolore e tristezza che la famiglia del maestro Alberto Radius condivide la notizia della sua scomparsa. Dopo una lunga malattia, si è spento serenamente, accanto ai suoi affetti più cari. La famiglia del maestro Radius chiede, in questo difficile momento, che sia rispettata la privacy che lo ha sempre contraddistinto”.

Nato a Roma nel 1942, Radius inizia la sua carriera negli anni ’50 con i White Booster, poi con Quelli, la band che diventerà (rpt Quelli, la band che diventerà) la Premiata Forneria Marconi. Con Tony Cicco e Gabriele Lorenzi fonda la Formula 3, prodotta dalla Numero Uno di Battisti, incidendo un brano dello stesso Battisti, Questo folle sentimento, tra i singoli più venduti in Italia.

Il primo album, Dies irae, è del 1970; due anni dopo il chitarrista incide il primo album da solista, Radius. Nel 1974, dopo lo scioglimento dei Formula 3, Radius – insieme a Mario Lavezzi, Vince Tempera, Gianni Dall’Aglio, Bob Callero e all’altro ex Formula 3 Gabriele Lorenzi – fonda una nuova band, Il Volo. Nel 1976 arriva il secondo album solista, Che cosa sei; l’anno dopo arriva Carta straccia. Nel frattempo collabora con Battisti, Marcella Bella,Pierangelo Bertoli, Cristiano Malgioglio, Franco Battiato e ancora Alice, Milva, Sibilla, Giusto Pio e Giuni Russo, di cui a volte è stato anche produttore. Nel 1978 apre lo Studio Radius, in cui inciderà i suoi album successivi. L’ultima apparizione di Radius è stata al Festival di Sanremo 2021, sul palco con i Coma_Cose nella serata delle cover per eseguire Il mio canto libero di Battisti.

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