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Omicidio Khashoggi, la farsa di Riad: cinque condanne a morte per aver avvelenato e fatto a pezzi il giornalista scomodo al regime

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Dopo un mese e mezzo di dinieghi e versioni tanto parziali quanto ridicole, Ryad ha ammesso ciò che tutti ormai sapevano. Ovvero che il giornalista Jamal Khashoggi è stato avvelenato da una squadra di membri della sicurezza saudita, all’interno del consolato di Istanbul, con una iniezione contenente una dose letale di veleno, e il suo corpo smembrato e portato fuori dalla sede consolare per essere affidato a un collaboratore turco.
La nuova spiegazione della scomparsa del giornalista dissidente, da tempo residente negli Stati Uniti, è stata data dal procuratore capo di Ryad, Saud al Mojeb alla tv saudita al Arabiya. Il procuratore ha inoltre chiesto la pena di morte per cinque dei 21 sospettati di aver architettato ed eseguito il piano. I nomi dei possibili candidati alla decapitazione non sono stati resi noti, ma è certo che il più alto ufficiale in grado nel team omicida, e quindi quello che in ultima istanza avrebbe deciso l’uccisione del reporter, era il numero due dell’intelligence e un fedelissimo del principe ereditario Mohammed bin Salman, Ahmad al Asiri, che è stato già rimosso dalle sue funzioni. La procura ha anche confermato la notizia della sospensione di Saud al Qahtani, ex responsabile della comunicazione di Bin Salman, che è indagato e sottoposto a divieto di espatrio.

Jamal Khashoggi. Il giornalista saudita mentre entra nell’ambasciata a Istanbul dove sarà ucciso e fatto a pezzi

Secondo i sauditi un team di 15 membri della sicurezza, tra cui un chirurgo forense, avrebbe avuto il compito di riportare Khashoggi in patria per essere interrogato. La dichiarazione ufficiale della magistratura saudita mostra che gli inquirenti turchi avevano ricostruito la vicenda in modo corretto, ma il coinvolgimento di un agente turco non è piaciuta ad Ankara. “Le parti del corpo di Khashoggi sono state consegnate a un agente di sicurezza turco fuori dalla sede consolare”, ha detto il portavoce del procuratore, che avrebbe mandato alla controparte turca un ritratto segnaletico dell’ agente, di cui sostiene non conoscere il nome, cosa del tutto inverosimile. A detta del procuratore sarebbe stato il vice capo dell’intelligence saudita, il generale Ahmed al-Assiri, a dare l’ordine di riportare Khashoggi, volente o nolente, a Riad, ma il capo della squadra di quelli che definisce “negoziatori” avrebbe poi dato l’ordine di ucciderlo.
Il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu ha commentato le nuove dichiarazioni ritenendole “insufficienti” e insistendo sul carattere premeditato dell’operazione. “Ci dicono che Khashoggi è stato ucciso perché si sarebbe opposto a essere riportato nel suo Paese. Ma in realtà questo omicidio, come abbiamo già detto, era stato pianificato in anticipo”. Fare a pezzi il corpo “non è un’operazione che si può improvvisare e infatti avevano portato persone e strumenti necessario per farlo, avevano già pianificato come ucciderlo e come farlo a pezzi”. Il ministro degli Esteri saudita Adel al Jubeir, dal canto suo ha ribadito che “è stato un grande errore uccidere il giornalista”, ma ha tuttavia bacchettato neanche troppo velatamente la Turchia per aver politicizzato la vicenda: “Il caso Khashoggi è passato alla magistratura. Respingiamo la politicizzazione del caso e le interferenze nella politica interna dell’ Arabia Saudita”.
Il titolare degli Esteri si è detto contrario all apertura di un’inchiesta internazionale e all’estradizione dei sospettati in Turchia. In seguito alla sconvolgente ammissione di Ryad, l’Amministrazione americana, alleata di ferro di Riad, si è trovata alla fine costretta a varare sanzioni nei confronti di 17 funzionari, in primis contro al- Qahtani. “I funzionai sauditi che stiamo sanzionando – dice il tesoro Usa – sono coinvolti nel ripugnante omicidio di Khashoggi e dovranno rispondere delle loro azioni”. Le sanzioni riguardano tutte le proprietà o gli interessi che i funzionari colpiti detengono negli Usa, dunque il blocco di tutti i loro beni e asset. E a nessun americano sarà permesso di compiere affari o transazioni con gli individui sanzionati. La Francia ha salutato la decisione saudita di incriminare i sospettati dell’omicidio parlando di passo “nella giusta direzione”.

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Gli Obama con Harris, ‘sarai una presidente fantastica’

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Last but not least: ultimo, ma non certo per importanza, a dare l’endorsement a Kamala Harris per la Casa Bianca è Barack Obama con la moglie Michelle. Un sostegno ben coreografato anche nei tempi. Quasi a serrare definitivamente le fila del partito dopo aver evitato un abbraccio immediato per apparire al di sopra delle parti e non oscurare né la nuova ribalta per Kamala né il sofferto addio di Joe Biden alla corsa. Nell’aria da giorni, l’endorsement è arrivato con un video che immortala la telefonata dell’ex coppia presidenziale alla Harris, sullo sfondo di un Suv nero. Una chiamata che evidenzia una amicizia lunga oltre 20 anni e un potenziale legame storico tra il primo presidente afroamericano e quella che potrebbe diventare la prima donna di colore alla Casa Bianca. Con uno slogan apparso tra i fan dei primi comizi che già li unisce: ‘Yes, we Kam’ (le iniziali di Kamala, ndr), un richiamo al vincente slogan obamiamo ‘Yes, we can’.

“Non posso fare questa telefonata senza dire alla mia ragazza, Kamala, che sono orgogliosa di te. Sarà storico”, ha esordito l’ex first lady. “Michelle e io non potremmo essere più orgogliosi di sostenerti e di fare tutto il possibile per farti vincere queste elezioni e arrivare allo Studio Ovale”, le ha fatto eco Barack, che poi su X si è detto sicuro che sarà “una fantastica presidente”. Kamala ha ringraziato, con malcelata sorpresa: “Oh mio Dio. Michelle, Barack, questo significa così tanto per me. Non vediamo l’ora di compiere questa impresa con voi due, Doug e io…”, ha affermato la vicepresidente Usa. “Ma più di tutto, voglio solo dirvi che le parole che avete detto e l’amicizia che ci avete dato in tutti questi anni significano più di quanto io possa esprimere, quindi grazie a entrambi… E ci divertiremo anche in questo, non è vero?” ha aggiunto. Gli Obama hanno diffuso anche una dichiarazione.

“Non potremmo essere più entusiasti ed eccitati di sostenere Kamala Harris come candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti. Siamo d’accordo con il presidente Biden: scegliere Kamala è stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Ha il curriculum per dimostrarlo”, scrivono, ricordandone l’impegno come procuratrice generale in California, senatrice e vicepresidente. “Ma Kamala – sottolineano – ha più di un curriculum. Ha la visione, il carattere e la forza che questo momento critico richiede. Non abbiamo dubbi che abbia esattamente ciò che serve per vincere queste elezioni… In un momento in cui la posta in gioco non è mai stata così alta, ci dà a tutti motivo di sperare”. Quindi l’impegno a fare “tutto il possibile” per farla eleggere. Già si parla di comizi ed eventi insieme, capaci sicuramente di mobilitare grandi folle. Come quelle che Harris sta attirando sui social: il suo nuovo account su TikTok ha conquistato 100 mila follower in 30 minuti. Prosegue intanto il braccio di ferro sul duello tv tra lei e Trump.

Domenica il tycoon si era detto disponibile a mantenere il confronto del 10 settembre – concordato in precedenza con Biden – ma spostandolo dalla “fake” Abc a Fox News, l’emittente dei conservatori dove lui è di casa. Quindi martedì aveva ribadito di essere “assolutamente” pronto a dibattere con il probabile nominee dem, aggiungendo però di non aver concordato nulla, se non il duello con Biden. Giovedì l’ultima correzione di tiro: la sua campagna ha precisato che non ci sarà alcun dibattito finchè i dem non avranno nominato formalmente il candidato. “Che cosa è successo al ‘quando vuoi, dove vuoi’?”, lo ha provocato Kamala rinfacciandogli le parole che il tycoon aveva usato per sfidare Biden e accusandolo di fare marcia indietro. Probabilmente Trump sta cercando di minare la credibilità di Abc, sperando che la tv spinga il confronto a suo favore o come alibi nel caso Harris se la cavasse bene. Oppure, secondo altri, lui e il suo team hanno semplicemente paura della sua performance contro l’ex procuratrice che lo paragona a truffatori e predatori sessuali.

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Dall’Ue i primi 1,5 miliardi a Kiev dagli asset russi

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Una prima tranche simbolica di aiuti per Kiev e una risposta decisa a Mosca. Dopo mesi di negoziati estenuanti culminati nell’accordo siglato al G7 di Borgo Egnazia, l’Europa riesce a tradurre in realtà l’ambizione di utilizzare gli extraprofitti derivanti dagli asset sovrani russi congelati in pancia al continente per dare nuova linfa alle forze ucraine nella resistenza all’invasione e nella ricostruzione. L’annuncio di un trasferimento iniziale da 1,5 miliardi di euro – arrivato dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen – ha subito scatenato l’ira del Cremlino, che ha bollato come “illegale” l’operazione minacciando ritorsioni giuridiche.

Arginato il veto di Viktor Orban con uno stratagemma legale, i Ventisette sono riusciti nei giorni scorsi a concordare di impiegare i proventi generati dagli interessi sui 192 miliardi di euro di beni russi immobilizzati e detenuti a Bruxelles dal deposito di titoli Euroclear. Beni che – stando ai dati diffusi dallo stesso istituto finanziario – tra febbraio e giugno di quest’anno hanno fruttato extraprofitti per 1,55 miliardi. Risolti anche gli ultimi cavilli giuridici – dopo un lungo dibattito per evitare che l’operazione finisse per assumere le sembianze di una confisca -, il via libera ufficiale per far partire la prima tranche è arrivato dalla società belga il 23 luglio. Con una trattenuta del 10% dei proventi come cuscinetto contro rischi legali e finanziari. Un passo per dimostrare che l’Europa “resta dalla parte dell’Ucraina” e che, ha rivendicato von der Leyen spalleggiata anche dall’Alto rappresentante Josep Borrell, “non esiste simbolo o uso migliore del denaro del Cremlino che usarlo per rendere l’Ucraina e tutta l’Europa un posto più sicuro in cui vivere”.

La quasi totalità del denaro sarà ora convogliato a Kiev tramite la European Peace Facility (Epf) – lo strumento dell’Ue per gestire gli interventi nei conflitti – per fornire armi alle truppe ucraine. Un restante 10% sarà invece allocato in aiuti umanitari attraverso la Ukraine Facility, il fondo Ue dedicato alla ricostruzione post-bellica. Un sostegno “fondamentale”, nell’ottica del premier ucraino Denys Shmyhal, per “rafforzare le capacità di difesa” nazionali impegnate a schermare gli attacchi di Mosca, che nelle ultime ore ha colpito con droni le strutture energetiche nelle regioni settentrionali di Chernihiv e Zhytomyr. La collera di Vladimir Putin però non si è fatta attendere.

Questa operazione, ha tuonato il portavoce dello zar, Dmitry Peskov, “non rimarrà senza risposta”. Minacce davanti alle quali l’Europa non dà comunque cenno di volersi fermare perché il Cremlino, è stata la replica della vicepresidente Vera Jourova, “è uno spietato aggressore e deve pagare per questa guerra”. Al summit in Puglia i Grandi della Terra avevano concordato di sostenere un prestito di 50 miliardi di dollari a favore di Kiev da ripagare proprio con gli interessi sui circa 300 miliardi di dollari di asset russi congelati complessivamente in Occidente.

Un’intesa trovata in un delicato equilibrio tra il pressing americano e la prudenza degli europei, impegnati a fare da garanti all’operazione e preoccupati anche da possibili reazioni dei mercati e ripercussioni sul sistema monetario. Ora, negli auspici dei Ventisette, gli stanziamenti dovrebbero raggiungere una somma tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro l’anno. In attesa della prossima rata, nel marzo 2025, sul tavolo sono già planate le prime opzioni per estendere il rinnovo delle sanzioni sugli asset della Banca centrale russa e garantire il prestito.

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Domenica negoziati a Roma su Gaza con Cia e Mossad

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La trattativa per una nuova tregua a Gaza e il rilascio degli ostaggi israeliani passa per Roma. Domenica la capitale italiana ospiterà un vertice tra il direttore del Mossad David Barnea, quello della Cia William Burns, il premier del Qatar Mohammed bin Abdel Rahman al-Thani e il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamal. Obiettivo della riunione – ha spiegato il sito israeliano Walla – è discutere il dossier tregua e ostaggi la cui soluzione da mesi appare inarrivabile, in un’altalena di spiragli che poi puntualmente si chiudono. E neppure stavolta – temono fonti israeliane e Usa citate da Walla – ci sarebbe una svolta all’orizzonte: i negoziati dovrebbero limitarsi a definire “la strategia da seguire”.

La missione di Benyamin Netanyahu negli Usa – con l’intervento al Congresso e gli incontri con Biden, Harris e anche Trump – non sembra per ora aver modificato la linea del premier. Il capo del governo israeliano – che ha irrigidito la sua posizione già prima della partenza per Washington – non intende cedere su due dei punti principali in discussione: il primo è l’istituzione di un meccanismo per monitorare il movimento di armi e militanti palestinesi dal sud al nord della Striscia; il secondo è il mantenimento del controllo israeliano del ‘Corridoio Filadelfia’, la striscia di terra tra Gaza e l’Egitto da cui in questi anni Hamas ha contrabbandato armi e mezzi nell’enclave palestinese. Quel rubinetto va chiuso, ha spiegato Netanyahu che invece è molto più disponibile, anche per le pressioni dell’Egitto, a riaffidare il controllo del Valico di Rafah agli europei e ai palestinesi. Nell’incontro di domenica non è previsto che Barnea sia affiancato dal capo dello Shin Bet Ronen Bar né dal capo del team che si occupa degli ostaggi, il generale Nitzan Alon.

Un funzionario israeliano – citato da Walla – ha escluso che a Roma si possa arrivare ad una svolta. Secondo lui, non ci sono segnali che la pressione di Biden su Netanyahu abbia convinto il premier ad ammorbidire le sue nuove richieste, che dovrebbero poi essere poi trasferite “entro due giorni” – come annunciato dal premier stesso – ad Hamas. “Netanyahu – ha spiegato con tono pessimistico una fonte israeliana a Walla – vuole un accordo che non può essere raggiunto. In questo momento non è pronto a muoversi, quindi potremmo finire in una crisi dei negoziati piuttosto che in un accordo”. Anche un’altra fonte negoziale, citata da Haaretz, ha parlato di crescenti tensioni tra Netanyahu e il team incaricato dei colloqui. “Il premier – ha detto al quotidiano – sta consapevolmente cercando di mettere in crisi i negoziati perché pensa di poter migliorare le posizioni. Questo significa correre un rischio non calcolato con la vita degli ostaggi”.

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