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Napoli campione, l’emozione di Aurelio e Jacqueline De Laurentiis

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Per la prima volta l’abbiamo visto sorridere e poi con gli occhi lucidi: è riuscito in un’impresa, Aurelio De Laurentiis, ha portato lo scudetto a Napoli, dopo 33 anni. Accanto a lui, sempre, la vicepresidente del club, Jacqueline Baudit De Laurentiis, sua moglie. super tifosa della squadra e innamorata di Napoli per la sua cultura e perchè lì non si è mai sentita straniera. Hanno sofferto insieme in questi anni, ingoiato ingiustizie, andando sempre vicino alla meta senza toccarla. Il crollo improvviso di qualche giocatore importante poi andato via, partite di altre squadre con risultati determinati da episodi assurdi di arbitraggi incredibili. Tutto registrando le amarezze ma senza mai cedere di un passo.

Nelle coppe europee per 14 anni consecutivi , cosa che praticamente non è riuscita a nessun altro. Ed ora lo scudetto: a noi l’espressione ‘cavalcata trionfale’ non piace: questi ragazzi nel Napoli voluto dalla famiglia e dove Edoardo De Laurentiis, figliolo della coppia è l’altro vicepresidente, quello più operativo che è sempre con la squadra. Edo, come De Filippo, per questo si chiama così. Sule spalle la sua bella figlioletta. Allo stadio abbiamo visto anche tutti gli altri nipotini, alla cerimonia con Jacqueline. C’era John che indossava la maschera di Osimhen, anche lui super tifoso e sempre vicino al nonno. L’altro figlio del Presidente, Luigi, ha condotto il Bari alla vittoria, Valentina, sua sorella fa un lavoro importante nella società.. Alla fine della partita con la Fiorentina sia Aurelio che sua moglie Jacqueline avevano gli occhi lucidi. Come alla premiazione.

 

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Bologna domina ma Juve acciuffa il 3-3 negli ultimi 15′

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Doppietta di Calafiori e gol di Castro: Thiago Motta e il Bologna danno una lezione alla Juventus per 75′. Alla Juventus però basta un quarto d’ora per rimettere in piedi una partita in cui non aveva visto palla fin lì. In classifica non cambia nulla: felsinei terzi a pari punti con i bianconeri a 68 punti ma con l’Atalanta, ferma a 66, che deve ancora giocare una partita con la Fiorentina. Il Bologna stacca la spina e con un errore di Lucumi regala a Chiesa il 3-1. Poi arriva la punizione di Milik e il lampo di Yildiz, su un altro errore di Posch, che riscrive un match che fino alla mezzora del secondo tempo aveva visto una sola squadra in campo. Merito anche delle scelte di Montero, che parte con il 3-5-2 di Allegriana memoria ma stravolge la squadra nella ripresa passando al 4-3-3: è la mossa che sveglia la Signora, che resta così in corsa per il terzo posto a una giornata dal termine.

In avvio non non c’è partita: il Bologna allunga per il terzo posto schiantando la Juventus. E’ una vittoria storica, all’interno di un’annata memorabile: la Champions è in cassaforte e sulla torta rossoblù arriva la ciliegina della vittoria casalinga sui bianconeri che al Dall’Ara era attesa dal 1998. La formula con cui Thiago Motta schianta quella Juventus che lo corteggia per la prossima stagione è la stessa con cui i rossoblù sono passati al Maradona: partenza lanciata. Undici minuti ed è già 2-0. Undici minuti di occasioni e ritmi altissimi, con Freuler a divorarsi il vantaggio e Szczesny a salvarsi in angolo.

Ma sugli sviluppi ecco il vantaggio con la prima rete in campionato di Calafiori, che corona una stagione che lo ha visto diventare uno dei centrali più forti d’Italia: Castro centra, il difensore si impossessa di una palla vagante e da corta misura infila la palla al sette. Pochi giri di lancette e c’è un’altra occasione per Aebischer e all’undicesimo ecco il cross di Ndoye, su cui si avventano Urbanski e Castro: la toccano entrambi di testa, dimenticati da Gatti e Bremer, l’ultimo è l’argentino, che segna il primo gol. Altra prima volta ed è 2-0 e non arriva il terzo solo perché Szczesny ci mette il guanto al 13′ per evitare il 3-0, che arriva con Odgaard ma in fuorigioco.

Juve in bambola, Bologna padrone del campo, che poi rallenta sul finire del primo tempo passando in modalità gestione, mettendo comunque sotto i bianconeri sul piano di organizzazione. Vlahovic e Chiesa vengono ingabbiati da Lucumi e Calafiori. La prima occasione la Juventus la crea a inizio secondo tempo sull’asse Chiesa-Rabiot, ma Skorupski mette in angolo.

E’ un episodio, però, e risveglia il Bologna, che chiude i giochi all’ottavo della ripresa, con la doppietta di Calafiori: Vlahovic non gestisce bene un pallone in appoggio, Danilo sbaglia tutto, Urbanski ruba palla e il difensore arriva a rimorchio per involarsi verso il cucchiaio del 3-0, come nel 1998. Sembra finita ma così non è così. Montero passa al 4-3-3 con l’ingresso di Yildiz e il Bologna entra in modalità festa anticipata. Un errore di Lucumi regala il gol della bandiera a Chiesa. La Juventus la riapre poi con una punizione di Milik a 7 dal novantesimo e un minuto dopo impatta: errore di Posch e Yildiz ringrazia. La Juventus avrebbe pure la palla per vincerla con Chiesa, ma Aebischer rimedia: sarebbe stato troppo, per quanto visto.

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Economia

Il futuro può attendere, la surreale festa scudetto Inter

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Una bandiera cinese che sventola sugli spalti, uno striscione “grazie Steven” con i trofei vinti da Zhang come presidente. Se non fosse stato per la bandiera e lo striscione, nessuno o quasi avrebbe pensato alla situazione legata alla proprietà dell’Inter, con Suning che rischi di vedersi sfilare il club dalle mani se non ripagherà entro martedì un prestito da circa 385 milioni di euro (interessi compresi) che Oaktree aveva garantito nel maggio 2021 per la gestione del club nerazzurro. Una situazione quasi surreale, ma d’altronde era troppo grande la voglia di continuare a celebrare il trionfo il campionato per pensare a cose che avvengono decisamente lontane dal campo.

Così per un altro pomeriggio tutta la famiglia interista ha pensato solo a festeggiare quel ventesimo scudetto vinto matematicamente in casa dei cugini rossoneri, ma che stasera ha avuto anche quel senso di celebrazione ufficiale con la consegna della coppa di Campioni d’Italia davanti ai 70mila di San Siro. Un pomeriggio di festa come gli altri, quindi, fin dal pre-partita, con Lautaro e compagni accolti da una marea nerazzurra all’arrivo in pullman, tra cori, bandiere e fumogeni. Anche le semplici chiacchiere tra tifosi erano incentrate su altro, il tema mercato e i rinnovi, la partita con la Lazio, la situazione delle concorrenti, i risultati delle partite delle 15 per la lotta salvezza (con qualche sfottò anche verso il Sassuolo, retrocesso matematicamente).

La situazione Suning è rimasta così di fatto fuori da San Siro, ben lontana, perché dentro il Meazza ha pensato solo alla festa e alla partita. Con celebrazioni anche per i protagonisti della prima stella nerazzurra nella stagione 1965/66 da Mazzola a Bedin. Poi la grande coreografia tricolore su tutti gli spalti, Qualche mugugno per il gol del vantaggio biancoceleste segnato da Kamada, poi la delusione per le occasioni sprecate e le parate di Paradel, fino alla esplosione per il colpo di testa di Dumfries per l’1-1 finale. Un pari che non consentirà ai nerazzurri di puntare al record di punti della propria storia in campionato (visto che al massimo vincendo la gara con il Verona all’ultima giornata potranno arrivare a 96, rispetto ai 97 del 2006/07), ma che ha permesso comunque all’Inter di celebrare adeguatamente con la coppa in mano.

Al fischio finale infatti è comparso rapidamente il palco dove il presidente della Lega Serie A Lorenzo Casini e l’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola hanno consegnato a uno a uno la medaglia ai calciatori nerazzurri e al tecnico Inzaghi. Da Sommer a Thuram, ovazione per tutti fino all’arrivo di Lautaro Martinez, che ha ricevuto la coppa alzandola al cielo tra i fuochi d’artificio e l’ovazione del Meazza. E poi la festa con le famiglie in campo (tra cui anche il padre di Thuram, l’ex juventino Lilian, con la maglia nerazzurra), con i bambini dei giocatori a trasformarsi chi in capo ultras chi in copie dei rispettivi padri facendo correre qualche pallone sul prato di San Siro. Fino al concerto di Ligabue e Tananai, cuori nerazzurri capaci ancora di far continuare i festeggiamenti. Il futuro può attendere per il popolo interista: oggi contava più celebrare la seconda stella.

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Per la Roma vittoria e sesto posto blindato,1-0 a Genoa

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Una Roma brutta, ma efficace vince contro il Genoa e blinda il sesto posto. All’Olimpico finisce 1-0 per i giallorossi che la sbloccano solo a undici minuti dalla fine con il gol di Lukaku nonostante l’inferiorità numerica per via del cartellino rosso a Paredes. Tre punti che regalano ai giallorossi la matematica certezza del sesto posto. I ritmi, però, nel primo tempo sono quelli da calcio d’estate con De Rossi che sceglie, almeno dall’inizio, di far partire dalla panchina Paulo Dybala. Troppi pochi i due allenamenti in gruppo per usarlo dal primo minuto, per questo gli preferisce Baldanzi, schierato sulla trequarti al fianco di Pellegrini e dietro a Lukaku.

Erimane fuori anche El Shaarawy, con Bove inserito a centrocampo nel terzetto con Cristante e Paredes. Di contro Gilardino rinuncia a Gudmundsson, lanciando Ekuban con Retegui. Ma i primi quarantacinque minuti scivolano via senza emozioni, con la Roma che prova a impostare nella metà campo del Genoa, senza però trovare l’ultima giocata. Il primo squillo, infatti, è al 23′ di gioco con lo scambio nello stretto tra Cristante e Baldanzi, terminato con la conclusione da fuori dell’ex Empoli che non inquadra la porta. Risponde il Genoa in contropiede, ma anche qui il tiro di Retegui su assist di Fredrup non è preciso. Passano i minuti e la Roma decide di provarci da fuori non riuscendo a sfondare in area di rigore, ma a regnare è comunque l’imprecisione e la noia (lo sbadiglio di Dybala in panchina ne è la prova). Dall’intervallo le squadre rientrano con gli stessi undici e anche il piano gara non cambia.

Tanti errori da entrambe le parti e De Rossi prova a smuovere le carte inserendo Dybala ed El Shaarawy per Baldanzi e Pellegrini. Doppio cambio anche per Gilardino con l’inserimento di Gudmundsson per Ekuban e quello di Thorsby per Strootman, uscito tra la standing ovation del suo vecchio pubblico. Con le sostituzioni la partita si accende e per i giallorossi c’è una doppia occasione El Shaarawy-Lukaku, con Martinez bravo su Big Rom a spedire in calcio d’angolo. E’ sul momento migliore, però, che la Roma resta in dieci per il doppio giallo in trenta secondi di Paredes: prima il fallo e poi le proteste con Manganiello che non perdona e l’argentino che lascia la sua squadra in inferiorità numerica. Eppure è comunque la Roma a fare la partita e soprattutto a sbloccarla con il primo errore di De Winter che si perde Lukaku per lo stacco di testa dell’1-0. Romelu dunque saluta l’Olimpico con il suo 21/o gol stagionale per un risultato che la squadra di De Rossi tiene fino alla fine. Ora i giallorossi tiferanno per la vittoria dell’Atalanta in Europa League e per il quinto posto dei bergamaschi in campionato. Così anche la Roma sarebbe in Champions League nonostante il sesto posto.

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