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Politica

Manovra 2019, i burocrati di Bruxelles pensano alla procedura d’infrazione mentre il premier Conte “è la voce ideale dell’Italia in Europa” spiegano Di Maio e Salvini

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Da una parte la trattativa Roma-Bruxelles, dall’altra l’iter della procedura per debito eccessivo che va avanti per la sua strada: all’Eurogruppo di lunedi’ si discute di nuovo della manovra italiana, con la conferma della linea della Commissione che a questo punto è pronta da un momento all’altro ad aprire ufficialmente l’infrazione. I tempi per concludere la trattativa si accorciano sempre di più. La data più plausibile, a meno di passi in avanti nella trattativa con il governo italiano, è quella di mercoledì 19 dicembre, giorno dell’ultima riunione della Commissione per il 2018 ma un appuntamento da tenere presente è quello del vertice Ue del 13 e 14 dicembre quando il premier Conte incontrerà nuovamente Juncker. Intanto i ministri dell’economia della zona euro si confronteranno sull’opinione finale della Ue sulla manovra 2019, e ribadiranno il loro sostegno ai commissari anche nelle conclusioni. Tecnicamente, però, non è un passaggio necessario: per far proseguire il cammino della procedura avviato dalla Commissione il 21 novembre, basta l’opinione messa nero su bianco dagli sherpa dell’Ecofin (Efc) giovedì scorso. Nel documento ufficiale, i rappresentanti del Tesoro dei Paesi della zona euro non solo confermavano le affermazioni della Commissione sulla deviazione troppo ampia dei conti italiani, ma aggiungevano una dura critica alla riforma delle pensioni, perchè da sola mette i conti a rischio sostenibilita’ nel medio-lungo periodo. E va contro tutte le riforme fatte finora, che invece hanno messo in sicurezza le finanze pubbliche. I tecnici hanno anche aggiunto un passaggio sull’ ‘aggravante’ compiuto dal governo italiano quando ha rinviato lo stesso Documento programmatico di bilancio nonostante gli fosse stata richiesta una revisione dei target di deficit, debito e crescita. Con l’opinione dell’Efc la Commissione ha la base legale per fare il prossimo passo: raccomandare l’apertura della procedura vera e propria. Anche questo dovra’ poi passare al vaglio dell’Ecofin. L’idea di Bruxelles e’ aspettare il vertice europeo del 13-14 dicembre, che approvera’ le opinioni sulle manovre come fatto dall’Eurogruppo, per avere anche il sostegno dei leader. A quel punto, il 19 potrebbe lanciare la procedura: una richiesta di correzione dei conti entro sei mesi, e un calendario delle correzioni successive fino al rientro della deviazione. Anni di gabbia sui conti pubblici italiani. La Commissione spera che, una volta visto in faccia quello che aspetta l’Italia sotto procedura, il Parlamento italiano possa rifiutarsi di approvare la manovra e si possano cambiare i target in corsa. E’ l’ultima leva che ha Bruxelles. Se non servisse nemmeno questa, il 22 gennaio sara’ l’Ecofin a schiacciare il bottone della procedura: un processo irreversibile, almeno fino a quando l’Italia non rientrera’ dalla deviazione cioe’ non rispettera’ la regola del debito per due anni consecutivi. Una volta avviata, la procedura potrebbe durare anni. Anni di controlli semestrali della Commissione, che indica i target da raggiungere e invia i suoi tecnici al Tesoro per verificare se il Paese fa quanto stabilito dalla Ue. Perche’ in caso di negligenza, scattano le sanzioni pecuniarie e lo stop dei fondi. Sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini mostrano tranquillità. “Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si sta dimostrando il garante ideale per la nostra interlocuzione con l’Europa e vogliamo ringraziarlo perchè porta avanti con grande determinazione lo spirito del Contratto di Governo” affermano in una nota congiunta i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini. “È cruciale in un momento così importante per il nostro Paese sapere di potersi affidare alle competenze e alle capacità di un Presidente del Consiglio che, nell’interlocuzione con il presidente della Commissione europea Juncker e il Commissario Moscovici, sta spiegando in maniera encomiabile la dirompente portata delle scelte per il cambiamento. Conte è la voce ideale dell’Italia in Europa rispetto ai contenuti di quel patto sociale con i cittadini a cui lavoriamo costantemente, superando le diverse sensibilità in nome dell’interesse degli italiani”, aggiungono i leader di M5s e Lega.

Jean Claude Junker. Presidente della Commissione Ue

Davanti a questo tran tran europeo, i soci di maggioranza del Governo italiano, Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono tranquilli.

“Il Presidente del Consiglio si sta dimostrando il garante ideale per la nostra interlocuzione con l’Europa e vogliamo ringraziarlo perchè porta avanti con grande determinazione lo spirito del Contratto di Governo” hanno spiegato in una nota congiunta i vicepremier Di Maio e Salvini.

“E’ cruciale in un momento così importante per il nostro Paese sapere di potersi affidare alle competenze e alle capacità di un Presidente del Consiglio che, nell’interlocuzione con il presidente della Commissione europea Juncker e il Commissario Moscovici, sta spiegando in maniera encomiabile la dirompente portata delle scelte per il cambiamento. Conte è la voce ideale dell’Italia in Europa rispetto ai contenuti di quel patto sociale con i cittadini a cui lavoriamo costantemente, superando le diverse sensibilita’ in nome dell’interesse degli italiani”, aggiungono i leader di M5s e Lega.

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Rapporto Ue, allarme sull’indipendenza della Rai e sulla libertà di stampa in Italia

La Commissione europea riconosce alcuni progressi dell’Italia, ma segnala rischi per l’indipendenza e la sostenibilità finanziaria della Rai, l’assenza di riforme sulla diffamazione e sulle fonti giornalistiche e il persistere di aggressioni e intimidazioni contro l’informazione.

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L’indipendenza della Rai, la sicurezza dei giornalisti e le garanzie per la libertà di stampa restano tra le principali fragilità italiane indicate dalla Commissione europea nella Relazione sullo Stato di diritto 2026.

Bruxelles riconosce alcuni progressi, in particolare nella digitalizzazione della giustizia e nell’iter parlamentare della riforma del servizio pubblico. Evidenzia però il permanere di criticità strutturali sul finanziamento e sull’autonomia della Rai, sulla diffamazione, sulla protezione delle fonti giornalistiche e sulle intimidazioni contro chi svolge attività d’informazione.

I timori per l’indipendenza della Rai

La Commissione prende atto del progetto di riforma della governance e delle regole di finanziamento della Rai, attualmente all’esame del Senato e concepito per adeguare la normativa italiana all’European Media Freedom Act.

Secondo il rapporto, alcune modifiche sembrano muoversi nella giusta direzione. Tra queste figurano l’allungamento del mandato dei consiglieri di amministrazione, l’eliminazione del potere governativo di nomina diretta e l’introduzione di limiti alle possibili riduzioni annuali del canone. Restano, tuttavia, «preoccupazioni» per i rischi che riguardano il funzionamento indipendente e la sostenibilità finanziaria del servizio pubblico.

Il ritardo nella nomina del presidente del consiglio di amministrazione non avrebbe compromesso, secondo la stessa azienda, la continuità delle attività. Diversi interlocutori ascoltati dalla Commissione ritengono però che lo stallo politico dimostri l’insufficienza delle regole vigenti nel proteggere la Rai da possibili ingerenze indebite. L’Osservatorio europeo sul pluralismo dei media continua infatti a classificare come elevato il rischio relativo all’indipendenza del servizio pubblico.

Il taglio di dieci milioni e il nodo delle risorse

Il rapporto affronta anche il taglio di dieci milioni di euro ai finanziamenti pubblici destinati alla Rai per il 2026.

Il governo lo presenta come un intervento di razionalizzazione dei costi operativi. La Rai e altri soggetti ascoltati da Bruxelles temono invece conseguenze sulla stabilità e sulla prevedibilità delle risorse. L’azienda considera inoltre gli obblighi di contenimento dei costi previsti per il 2026 e il 2027 un rischio per la propria sostenibilità finanziaria e per la capacità di competere sul mercato.

La Commissione registra comunque ulteriori progressi nel percorso legislativo per assicurare al servizio pubblico risorse adeguate e indipendenti. La verifica futura di questi aspetti sarà condotta soprattutto attraverso l’attuazione del regolamento europeo sulla libertà dei media.

Ferma la riforma della diffamazione

Sul fronte della libertà di informazione, Bruxelles rileva che non è stato compiuto alcun progresso nella riforma della diffamazione a mezzo stampa e nella protezione del segreto professionale e delle fonti giornalistiche.

La raccomandazione rivolta all’Italia è di proseguire l’attività legislativa garantendo la libertà di stampa e tenendo conto delle norme europee poste a tutela dei giornalisti.

Nonostante siano allo studio nuove iniziative legislative, aggressioni fisiche, minacce, intimidazioni e azioni legali vessatorie continuano a rappresentare un motivo di preoccupazione. Il rapporto ricorda anche le condizioni economiche precarie di una parte consistente della categoria, considerate un fattore capace di aumentare la vulnerabilità dei professionisti dell’informazione.

L’attentato a Ranucci, l’irruzione a La Stampa e il caso Paragon

Nel documento vengono richiamati l’attentato dinamitardo contro un giornalista e conduttore della Rai e l’irruzione di manifestanti nella sede di un quotidiano. I riferimenti sono, rispettivamente, all’attacco contro Sigfrido Ranucci e al raid nella redazione de La Stampa.

Bruxelles menziona inoltre le indagini delle procure di Roma e Napoli sul caso Paragon e sull’impiego dello spyware contro giornalisti italiani. La Commissione sottolinea la necessità di proseguire gli accertamenti per individuare gli eventuali responsabili.

Il governo, si legge nelle note del rapporto, ha riferito che dalle verifiche finora svolte non sarebbero emerse prove di operazioni compiute dai servizi segreti italiani contro i giornalisti. È stata però confermata la compromissione del dispositivo di un professionista dell’informazione attraverso un software spia.

La Fnsi: «Senza autonomia economica non c’è indipendenza»

La segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante, ha ringraziato la Commissione per avere nuovamente acceso un faro sull’informazione italiana. Ha ricordato che diffamazione, querele temerarie, spyware, tutela della Rai e finanziamento del servizio pubblico sono problemi denunciati da anni dal sindacato.

Per la Fnsi, la libertà professionale non può essere separata dalle condizioni di lavoro: il precariato, le basse retribuzioni e il mancato rinnovo del contratto nazionale rappresentano forme di condizionamento che possono limitare concretamente l’autonomia dei giornalisti.

Anche l’Usigrai sollecita una riforma capace di sottrarre realmente la governance aziendale alle pressioni dei partiti e di garantire risorse certe, nel rispetto dell’European Media Freedom Act.

Le critiche politiche ai magistrati

Le osservazioni della Commissione si estendono anche ai rapporti tra politica e magistratura.

Diversi soggetti consultati hanno segnalato un aumento, per numero e intensità, delle dichiarazioni critiche pronunciate da parlamentari e rappresentanti del governo durante la campagna referendaria sulla separazione delle carriere. In tre occasioni il Consiglio superiore della magistratura è intervenuto a tutela di giudici e pubblici ministeri destinatari di attacchi politici.

La Commissione ricorda che contestare le decisioni giudiziarie rientra nel normale dibattito democratico, ma i poteri esecutivo e legislativo dovrebbero evitare affermazioni capaci di minare l’indipendenza della magistratura o la fiducia dei cittadini nella giustizia.

Giustizia digitale promossa, ferme altre riforme

Il giudizio è più favorevole sulla digitalizzazione della giustizia. Il procedimento penale di primo grado è ormai quasi interamente digitalizzato e Bruxelles raccomanda di completare il sistema in tutti i gradi di giudizio.

Non risultano invece ulteriori progressi sul conflitto di interessi. Sono giudicati limitati quelli compiuti sulla regolamentazione del lobbying, mentre restano bloccati i provvedimenti sulla trasparenza del finanziamento dei partiti e delle campagne elettorali, comprese le donazioni convogliate attraverso fondazioni e associazioni politiche.

Il rapporto assume anche una rilevanza economica crescente. La Commissione ha infatti proposto di rafforzare il collegamento tra Stato di diritto e tutela degli interessi finanziari dell’Unione nel prossimo quadro finanziario pluriennale. Le raccomandazioni non costituiscono automaticamente sanzioni, ma potranno pesare sempre di più nella valutazione sull’accesso e sull’impiego delle risorse europee.

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Politica

Legge elettorale, Renzi apre a Calenda ma Azione chiude: «Restiamo al centro»

Matteo Renzi invita Carlo Calenda a entrare nella coalizione di centrosinistra, ma il leader di Azione respinge duramente l’offerta. Sullo sfondo, la nuova legge elettorale spinge le forze minori ad aggregarsi per non disperdere i voti.

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La nuova legge elettorale riaccende lo scontro tra Matteo Renzi e Carlo Calenda e trasforma il futuro dell’area centrista in un duello personale e politico.

Il leader di Italia Viva apre le porte della sua “tenda riformista” ad Azione e invita tutto il centrosinistra a mettere da parte divisioni e veti. Calenda risponde con un attacco durissimo, accusando l’ex presidente del Consiglio di cercare soltanto un passaggio verso la prossima posizione di potere.

Renzi: «Porte spalancate a Calenda»

Renzi sostiene che il centrosinistra debba presentarsi unito alle prossime elezioni politiche. Il rischio, avverte, sarebbe una nuova vittoria della destra, con Giorgia Meloni proiettata verso il Quirinale e Roberto Vannacci a Palazzo Chigi.

Il senatore invita quindi gli alleati a smettere di polemizzare e a prepararsi ad accogliere anche Calenda. Non rinuncia però alla provocazione, sostenendo che il leader di Azione sarebbe solito cambiare posizione alla vigilia della presentazione delle liste.

L’obiettivo dichiarato è costruire un’area riformista capace di bilanciare le componenti più radicali del centrosinistra e di contribuire alla conquista del premio di maggioranza.

La replica di Calenda: «Cerchi un taxi per la prossima poltrona»

La risposta di Calenda è arrivata con toni molto più duri. Il leader di Azione ha accusato Renzi di voler utilizzare l’alleanza come un «taxi» verso la prossima poltrona e di essere pronto a piegarsi a Giuseppe Conte e ad Alleanza Verdi e Sinistra pur di rientrare nella coalizione.

Calenda ha inoltre evocato i rapporti professionali avuti in passato da Renzi con governi stranieri e lo ha accusato di essere disposto a tradire gli alleati subito dopo il voto.

«Fai la cortesia di tenerci fuori dalle tue convulsioni», è il senso della replica. Azione, ha ribadito, intende restare nella posizione nella quale ritiene di essere stata collocata dagli elettori: il centro.

Richetti: «Non governiamo con chi non sostiene Europa e Ucraina»

Anche Matteo Richetti esclude l’ingresso di Azione nel campo largo alle condizioni prospettate da Renzi.

Il capogruppo del partito afferma di non voler governare con forze che pongono veti, non sostengono con chiarezza l’Europa e l’Ucraina oppure mantengono rapporti politici con Conte o Vannacci.

Azione, sostiene Richetti, preferirebbe restare fuori dalla coalizione piuttosto che partecipare a un’unione giudicata incoerente rispetto alla propria identità liberal-democratica ed europeista.

La norma che penalizza i partiti più piccoli

Dietro lo scontro c’è soprattutto una modifica alla nuova legge elettorale approvata dalla Camera.

La norma stabilisce che, nel calcolo dei voti necessari alla coalizione per ottenere il premio di maggioranza, non vengano conteggiate le liste collegate che restano sotto il 3%. Fa eccezione soltanto la lista che, tra quelle escluse, ottiene il risultato più alto.

Con il sistema attualmente in vigore, invece, i voti delle liste comprese tra l’1 e il 3% contribuiscono al risultato complessivo della coalizione, pur non consentendo alla singola forza politica di eleggere parlamentari.

La modifica è stata presentata come uno strumento contro la frammentazione, ma costringe di fatto i partiti minori ad aggregarsi in contenitori più ampi per evitare che i loro consensi vadano completamente dispersi.

Renzi favorito come federatore dei piccoli

La nuova soglia potrebbe favorire Italia Viva e Casa Riformista, che dispongono di una struttura politica nazionale e potrebbero diventare il punto di raccolta di diverse formazioni minori.

Tra i soggetti chiamati a valutare una lista comune vengono indicati Casa Riformista, +Europa e il progetto civico promosso da Alessandro Onorato. Renzi potrebbe così assumere il ruolo di federatore dell’area moderata del centrosinistra.

L’aggregazione permetterebbe di superare la soglia del 3% e di far concorrere tutti i voti alla conquista del premio. Allo stesso tempo, ridurrebbe il potere contrattuale dei piccoli partiti, che non potrebbero più presentarsi separatamente confidando nella possibilità di contribuire comunque al risultato della coalizione.

Una riforma ancora modificabile al Senato

La legge elettorale approvata in prima lettura prevede un sistema proporzionale con liste bloccate e un premio di maggioranza attribuito alla coalizione che raggiunga almeno il 42% dei voti. Il premio sarebbe di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, entro i limiti indicati dal testo.

Il provvedimento deve però essere esaminato dal Senato e potrebbe subire nuove modifiche. La stessa maggioranza ha già aperto alla possibilità di correggere alcuni punti dopo la sconfitta subita alla Camera sull’emendamento relativo alle preferenze, bocciato per un solo voto.

Lo scontro tra Renzi e Calenda dimostra comunque che gli effetti politici della riforma sono già iniziati. Prima ancora dell’approvazione definitiva, la nuova legge sta obbligando i partiti minori a scegliere tra aggregazione, isolamento e rischio di irrilevanza.

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Politica

Caso Roggero, magistrati contro Crosetto: «La legittima difesa non è vendetta privata»

L’Associazione nazionale magistrati replica alle critiche del ministro Crosetto dopo la condanna definitiva del gioielliere Mario Roggero. Il presidente Giuseppe Tango difende le sentenze e avverte: la legge tutela la legittima difesa, non la vendetta privata.

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featured, Stupro di gruppo, 6 anni ,calciatore, Portanova

 Si alzano i toni dello scontro istituzionale sulla vicenda di Mario Roggero, il gioielliere piemontese condannato in via definitiva a 14 anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua attività commerciale, avvenuto il 28 aprile 2021 a Grinzane Cavour, nel Cuneese.

Dopo la richiesta del centrodestra di avviare il procedimento per la grazia e le dure critiche espresse dal ministro della Difesa Guido Crosetto, l’Associazione nazionale magistrati interviene per difendere la correttezza delle decisioni assunte nei tre gradi di giudizio.

L’Anm: «La legge non tollera la vendetta privata»

Il presidente dell’Anm, Giuseppe Tango, distingue il problema della sicurezza dei commercianti dalla valutazione giudiziaria della condotta di Roggero.

«Non si può sottovalutare il tema delle aggressioni e delle violenze ai danni dei commercianti o nelle abitazioni private, ma questo attiene alla prevenzione dei reati e al controllo del territorio», afferma Tango.

La legge, aggiunge, prevede già il «sacrosanto istituto della legittima difesa», ma non può riconoscere un diritto alla vendetta privata. Sostenere il contrario, secondo il presidente dell’Anm, significherebbe mettere in discussione le fondamenta dello Stato di diritto.

Le critiche di Crosetto alla sentenza

Il riferimento è soprattutto alle dichiarazioni di Guido Crosetto, secondo il quale dovrebbe essere percorsa ogni strada possibile per consentire a Roggero di tornare a casa.

Il ministro aveva definito la vicenda «ingiusta, incomprensibile e difficile da accettare», criticando una giurisprudenza che, a suo giudizio, arriverebbe talvolta a interpretare le leggi fino a stravolgerle. Crosetto aveva inoltre richiamato casi nei quali persone condannate per l’uccisione di servitori dello Stato erano tornate in libertà dopo pochi anni.

«I giudici hanno applicato la legge»

Tango replica ricordando che i giudici, in tre diversi gradi di giudizio, sono arrivati a conclusioni convergenti.

«Trovo sorprendenti le dichiarazioni di un ministro che invoca addirittura il potere del giudice di innovare le leggi, compito che spetta unicamente al legislatore», afferma il presidente dell’Anm, contestando anche le accuse di doppiopesismo rivolte alla magistratura.

Sulla stessa linea la direzione nazionale di Unità per la Costituzione, secondo cui le parole di Crosetto sono «inaccettabili». Chi ricopre incarichi di governo, sostiene la corrente della magistratura, dovrebbe evitare dichiarazioni capaci di indebolire la fiducia dei cittadini nella giurisdizione.

La preoccupazione della Corte d’Appello di Torino

La presidente della Corte d’Appello di Torino, Alessandra Bassi, ha espresso «sconcerto ed estrema preoccupazione» per la campagna di attacchi sviluppatasi sui social dopo la decisione della Cassazione.

La Suprema Corte ha respinto il ricorso della difesa, rendendo definitiva la pena stabilita in appello per omicidio volontario e tentato omicidio. Le motivazioni della sentenza di Cassazione non sono ancora state depositate.

I penalisti: «La grazia non è un altro grado di giudizio»

Nel dibattito interviene anche il presidente dell’Unione delle Camere penali, Francesco Petrelli, che invita a non confondere il diritto di difendersi con il diritto di vendicarsi.

La domanda di grazia, osserva Petrelli, è pienamente legittima, ma non può diventare «un ulteriore grado di giudizio» né uno strumento attraverso il quale correggere politicamente una sentenza definitiva.

Il presidente dei penalisti riconosce il dramma umano di Roggero, oggi settantaduenne e chiamato ad affrontare una lunga detenzione dopo avere subito una rapina. Ma sottolinea che la decisione della Cassazione potrà essere valutata tecnicamente soltanto dopo il deposito delle motivazioni.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha intanto avviato l’istruttoria necessaria per valutare l’eventuale concessione della grazia, raccogliendo la documentazione giudiziaria e i pareri previsti. La decisione finale spetterà al presidente della Repubblica.

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