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Cultura

Da Tiziano a Raffaello: su Google Arts & Culture è possibile fare un tour virtuale di sette musei napoletani, Capodimonte compreso

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Si chiama Google with Google Napoli ed è un progetto che serve a rendere fruibili i contenuti “napoletani” di Google Arts & Culture e cioè le collezione di 7 musei cittadini fra i quali anche il Museo di Capodimonte che ha messo a disposizione della piattaforma 536 opere d’arte, veri capolavori come la “Danae” di Tiziano, la “Madonna del Divino amore” di Raffaello, la “Flagellazione di Cristo” di Caravaggio. Gli utenti di Google sul web possono anche fare un tour virtuale nel primo piano del Museo o nel Real Bosco di Capodimonte con una passeggiata fra edifici ed opere.

“Grazie alla piattaforma Google, il Museo di Capodimonte sarà accessibile 365 giorni all’anno, 24 ore al giorno da ogni angolo del pianeta, spiega Sylvaine Bellenger, Direttore del Museo e del Real Bosco – ecco perché sono particolarmente orgoglioso di questo accesso mondiale e altamente democratico alla nostra immensa collezione”. Inoltre, spiega Bellenger, “l’uso della tecnologia Art Camera applicata ai capolavori di Capodimonte, permette di svelarne dettagli inediti agli stessi studiosi, rivela informazioni sull’iconografia delle opere ed è così precisa che permette di fare un viaggio nella materia”.
Nell’ambito del progetto è stata anche organizzata, presso la Camera di Commercio di Napoli, la mostra “Napoli Città d’Arte”, un percorso espositivo delle opere digitalizzate che sono custodite nei 7 musei napoletani, visitabile gratuitamente fino al 3 novembre a Palazzo della Borsa in Piazza Bovio a Napoli.

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Cultura

“Diritto alla pizza” è un libro/viaggio tra sapori e dissapori delle famiglie storiche di pizzaioli napoletani che si contendono il business del futuro

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“Diritto alla pizza” è un viaggio, inaspettato, nei meandri storici, giuridici e sociologici del piatto più famoso del mondo: la pizza. L’avvocato Angelo Pisani, autore del testo, è riuscito nell’impresa di cimentarsi, con professionalità e originalità, in uno dei meandri sino ad oggi inesplorati dell’Universo culinario. Si parte dal racconto delle tante faide che si sviluppano nelle famiglie dei pizzaioli per chi può utilizzare il cognome di famiglia o godere della tradizione donata da nonni per stigmatizzare egoismi ed ingiustizie che non fanno onore ai veri valori e diritti della prelibata tradizione gastronomica napoletana .

“La Pizza, grazie anche ad un movimento del quale in particolare i napoletani hanno l’onore e il piacere di far parte, è un caposaldo non soltanto della cucina italiana ma è un manifesto culturale capace di sprigionare tutte le migliori tradizioni da tavola di Napoli e della Campania”. Il primo libro sulla pizza porta in dote la prefazione del magistrato Nicola Graziano,  attento alle dinamiche sociali, oltre che giuridiche, della  regione di appartenenza. La pizza è dunque considerata come un caposaldo del volgo, ovvero del ceto popolare, senza dimenticare le proprie aderenze storiche. L’associazione di pensiero, libera ed immediata, fra Napoli e la Pizza è un assaggio retorico quanto mai pertinente sul perché la meravigliosa città del regno borbonico ed il suo prodotto culinario più riuscito siano indissolubilmente legate. “Mangiare una pizza Margherita significa portare con sé un po’ di Napoli: tutto questo ha un valore unico”. La guerra fra le famiglie per i marchi, la voglia di misurare la forza nella diffusione di un prodotto che nessun chef stellato potrà mai disarcionare dalla darsena della città più bella del mondo: Napoli.

“Il mio personale disciplinare prevede tre comandamenti. Due tagli per quattro fette: la pizza sopporta la lama massimo due volte. Usare solo le mani: una pizza tagliuzzata troppo si avvilisce. Poi bisogna mangiarla bollente: la fusione degli elementi (pomodoro, olio evo, parmigiano, fiordilatte e basilico) avviene esclusivamente a caldo. E le lacrime non sono causate soltanto dal calore, ma da una commozione generale che produce una pizza fatta a regola d’arte…”. Così l’avvocato Angelo Pisani, nella sua ultima fatica letteraria “Diritto alla pizza” per Rogiosi Editore. Eh no, non siamo in presenza di un ricettario, di una guida del gusto, di un ennesimo libro “sulla” pizza , ma siamo davanti al primo libro “per” la pizza, la prima opera che guarda a un aspetto mai affrontato del tema: la pizza come diritto universale, di farla o di mangiarla, al di là di tutto. L’autore, con una sapiente abilità narrativa sviscera le diatribe legali che si sono consumate e si consumano intorno al piatto più famoso al mondo. Contenziosi legali familiari per l’uso del cognome di famiglia, per stabilire la paternità di eventi ad esso legati, e per innumerevoli altre motivazioni. E lo fa alternando il racconto ai ricordi personali, alle sensazioni, alle emozioni, facendo parlare i testimoni delle vicende, lasciandosi guidare e al tempo conducendoci in un viaggio nella storia della pizza che passa per vi(n)coli giuridici e dinamiche sociali. Il libro si propone come un “sincero e sentito grido d’allarme”, come afferma il magistrato Nicola Graziano nella prefazione, per la salvaguardia del valore della pizza, e di ciò che rappresenta a livello culturale, sociale e anche economico, un bene che potrebbe unire e arricchire e invece divide e inaridisce gli animi nelle aule di Tribunale, tra le carte bollate.

Non è sempre stato così ricorda Franco Manna, presidente e fondatore del marchio Rossopomodoro, autore della seconda prefazione al volume: fino agli anni 90 la pizza era un prodotto locale, lo sviluppo, la fama legata alla sua arte e ai suoi protagonisti era ancora lontana, non c’erano guerre tra famiglie e si era “uniti nella lotta nel tirare a campare”. La lotta è ora invece lotta di potere, gioco forza per il predominio della diffusione del marchio, che dimentica origini, tradizione, valori e legami. E coinvolge i più famosi artigiani della pizza: Sorbillo, il celebre Gino contro il cugino Luciano; Condurro, delle pizzerie“Da Michele”, quelli di Forcella ora anche a Roma, Londra o in Giappone, in lotta con quelli di Fuorigrotta e Chiaia; battaglie anche nella famiglia Salvo dove Umberto, decano di una generazione di pizzaioli, è stato diffidato dai nipoti, quelli del locale di San Giorgio a Cremano o di “50 Kalò” a piazza Sannazaro, dall’uso del suo cognome per la sua pizzeria; e tra i Fiorenzano, che si contendono la celebrità del nome a suon di trippa da un lato e pizze fritte dall’altro; e interessa anche i “Figli del presidente” e Brandi per la contestazione della nascita della Margherita.

Querelle poi per la “pizza small”, la cui vendita, in una storia che ha dell’incredibile, è costata il posto di lavoro a 15 dipendenti di una pizzeria a Casoria; e contro la pizza congelata; o per la concorrenza sleale di alcuni spot “americani”; o ancora per la proprietà del festival “Napoli Pizza Village”; e in ultimo per la pizza “pezzottata”, quella del famoso chef Cracco, che della margherita, quella vera, non ha niente. Non solo battaglie però.

La seconda parte del libro narra storie di vita, storie di successo, storie di pace e unione: quella di Franco Pepe o di Isabella De Cham o di Giuseppe Pignalosa; quella di Vincenzo, il pizzaiolo di papa Francesco; quella della pizza sorrentina di Antonio Esposito e della sua Napoli “sognata più che posseduta, però sempre davanti agli occhi”; quella di Angelo Ranieri, campione del mondo dei pizzaioli nel 2017; e quella di Gorizia, Michele, Starita a Materdei, Portalba, Capasso, Lombardi (a via Foria), Trianon, Mattozzi, Ciro a Santa Brigida, le pizzerie centenarie riunitesi in un’associazione. Sono storie che accendono la speranza e che fanno guardare oltre alle lotte per il monopolio di questo cibo tanto semplice e tanto prezioso, oltre le battaglie tra le carte bollate, perché come afferma Pisani nel libro, “se tutte queste imprese marciassero compatte, costituirebbero una filiera in grado di resuscitare un’economia”. Il resto allora sono solo chiacchiere e alla pizza non servono: “la pizza vuole amore e unità” e nulla più.

 

“Diritto alla Pizza” di Angelo Pisani. Editore Rogiosi. Pagg 156,  euro 15 

 

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Ambiente

Accordo tra Facoltà di Agraria della Federico II e Parco Archeologico dei Campi Flegrei per promuovere storia, cultura, archeologia e natura di un’area dalla bellezza incomparabile

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È stata presentata presso il Museo Archeologico di Napoli la convenzione stipulata  tra il Parco archeologico dei Campi Flegrei e il dipartimento di Agraria dell’Università Federico II. I due enti hanno avviato un percorso integrato per tenere insieme, in un racconto unitario, i valori unici dell’area flegrea – ecologici, vulcanologici, agrari, archeologici – dando vita ad una rete di itinerari affascinanti tra natura, paesaggio e storia.
Un sistema di realtà suggestive per censire, catalogare, posizionare e inserire i tanti aspetti dei Campi Flegrei, in un’ottica di promozione innovativa, capace di abbracciare le molteplici facce del Parco, coniugando la particolare bellezza archeologica a quella naturale.

“Nei colori del logo del Parco Archeologico dei Campi Flegrei – spiega il direttore Paolo Giulierini – sono racchiusi gli elementi che lo costituiscono: il rosso per l’area vulcanica, il verde per la speciale flora e il blu del mare, tra le lettere del nome che rappresentano i monumenti archeologici. Parliamo di un’area senza paragoni, da esportare e promuovere con il contributo di tutte le forze sane che in qualche modo la vivono».
Dagli aspetti tecnici, come la valutazione dei siti attraverso il ruolo delle piante biodeteriogene, alla relazione esistente tra un paesaggio agricolo quasi intatto e i luoghi della cultura dei Campi Flegrei: una strategia che consentirà di studiare e promuovere nei diversi aspetti l’ampio patrimonio storico, al fine di gestire in maniera unitaria un’area unica al mondo, per caratteristiche naturali e storiche-culturali. Fino alla realizzazione di un nuovo itinerario paesaggistico, che metta in rilievo le particolarità del territorio. Ha introdotto il convegno di presentazione Maria Rosaria de Divitiis, Presidente Fai Campania. Hanno illustrato i lavori in corso Riccardo Motti, Dipartimento di Agraria, Università Federico II, fautore del progetto; Antonello Migliozzi, Dipartimento di Agraria, Università Federico II ed Antonio di Gennaro, Delegato Ambiente Fai Campania.

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Cultura

“Pecunia non olet” ovvero la mafia che non spara ma vende armi e diventa mercatista

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Imprenditore, banchiere, faccendiere, tesoriere della mafia, personaggio ben introdotto nel mondo della finanza internazionale, intermediatore in affari milionari per la vendita di armi nell’africa subasahariana. Era uno boss mafioso imprendibile, invisibile, latitante per vent’anni. Ha fatto affari per conto di Finmeccanica, colosso delle imprese di Stato, fiore all’occhiello dell’industria pubblica italiana. Ma chi è davvero Robert Von Palace o meglio Vito Roberto Palazzolo, classe 1947, originario di Terrasini (Palermo), riciclatore di denaro sporco di Totò Riina e Bernardo Provenzano condannato in via definitiva dalla Cassazione per associazione mafiosa? Per conoscerlo bene, per capirci qualcosa di quest’uomo e soprattutto della gelatinosità e della pericolosità del mondo di mezzo, di sotto e di sopra in cui bazzicava Roberto Palazzolo, bisogna leggere “Pecunia non olet”, libro edito da Chiarelettere e scritto da Alessandro Da Rold. Quella di Palazzolo sembra una storia incredibile. Fra omertà, giochi diplomatici internazionali e grandi affari, mafiosità nell’industria pubblica italiana, si riesce a vedere, a capire chi copre la mafia mercatistica e inquisitrice dell’economia legale e chi la combatte con tenacia e coraggio.

 

Vito Roberto Palazzolo. Nella foto sotto quando fu arrestato dalla polizia thailandese nell’aeroporto di Bangkok, nella foro sopra al momento dell’arrivo in Italia grazie ad una procedura di estradizione veloce

In “Pecunia non olet” scoprirete la mafia che non uccide ma vende armi. La mafia che non sparge sangue ma investe capitali nell’affare delle armi, vende elicotteri, mitragliatrici, bombe, fregate militari: un arsenale ricchissimo e pronto all’uso là dove le guerre causano morti e arricchiscono i portafogli di speculatori e dittatori. La storia raccontata da Da Rold è incredibile perché fa vedere come l’illegalità criminale possa trasformarsi in una pratica normale e ripetuta, al punto che un latitante come Vito Palazzolo, «uno dei soggetti più pericolosi della comunità criminale internazionale», ricercato già da Giovanni Falcone e finalmente arrestato nel 2012, riesce a entrare nei salotti buoni del commercio internazionale e fare affari conFinmeccanica, Agusta e vari governi, incluso il Sudafrica di Nelson Mandela.

A dire di no sono pochi: alcuni valorosi magistrati del Sud, di Napoli e Palermo, cui si affiancheranno quelli del Nord, di Busto Arsizio e di Milano. Dice di no, pagandone il prezzo, anche Francescomaria Tuccillo, avvocato e manager napoletano, direttore di Finmeccanica per l’Africa subsahariana. Nonostante il vento spiri a favore di chi agisce nell’illecito, alla fine la verità vincerà.

La partita è enorme: in gioco c’è il destino del colosso della difesa, attraversato da scandali e arresti e da un intrico di poteri, in cui si mescolano politica, servizi segreti, mafia, massoneria, criminalità organizzata, che ha compromesso la competitività dell’industria italiana e messo in gioco il futuro economico del nostro paese, la sua capacità di creare lavoro e il suo ruolo sullo scacchiere internazionale.

 

 

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