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Salute

Da 30 anni vive con il cuore donato, festa per il record

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“Più contento di così … Sono al settimo cielo”. Fausto Zancarli ha 76 anni e da 30 nel petto gli batte un cuore che gli è stato donato. Tanto di tempo ne è passato da quando, all’ospedale Molinette di Torino, fu sottoposto al trapianto che gli salvò la vita. “Per quel che ci riguarda è un record – dicono alla Città della Salute del capoluogo piemontese – ma il traguardo è stato raggiunto da poche altre persone al mondo”.

Lunedì il signor Fausto sarà festeggiato dall’azienda sanitaria con la consegna di una targa celebrativa: provvederanno i tre medici che lo seguono da sempre e i successori dell’equipe (all’epoca guidata dal cardiochirurgo Michele Di Summa) che eseguì quel lontano intervento in sala operatoria. Il cuore vecchio di Zancarli aveva cominciato a fare i capricci nel 1979. Un infarto che presto degenerò in una cardiomiopatia dilatativa. Seguirono ripetuti ricoveri per scompenso cardiaco. Poi un aggravamento ulteriore determinò la necessità di un trapianto.

Nel 1993 l’intervento e l’inizio di un nuovo percorso. Il matrimonio delle due figlie, i tre nipotini, un’esistenza affrontata con quello che la Città della Salute chiama “uno spirito sereno, positivo e combattivo”. E la costante sorveglianza dei medici Commodo, Pennone e Usmiani, i tre ‘storici’ angeli custodi di Fausto che lo scorrere del tempo ha trasformato da dottori ad amici. “Il segreto per una durata così lunga – spiega Mauro Rinaldi, direttore della struttura complessa di cardiochirurgia delle Molinette – sta nell’accurato appaiamento tra donatore di cuore e ricevente e nelle cure attente e continue che vengono fornite nel corso dei regolari controlli dopo il trapianto”. Oggi Fausto è un pensionato che abita a Settimo Torinese. I suoi problemi di salute gli costarono, nel 1990, il congedo per “inabilità” dall’azienda tramviaria in cui prestava servizio.

“Da allora – dice – mi sono dovuto arrangiare con lavoretti saltuari. Ma nel complesso, a parte qualche malessere di stagione, sono sempre stato bene. E ho avuto il sostegno di tutta la famiglia”. Il direttore generale della Città della Salute, Giovanni La Valle, sottolinea: “siamo al primo posto in Italia per numero di trapianti eseguiti e questo risultato testimonia anche la altissima qualità delle cure fornite ai pazienti prima e dopo il trapianto”. Gaetano Maria De Ferrari, direttore della cardiologia universitaria delle Molinette, osserva che l’ospedale fornisce “ogni tipo di terapia” e anche grazie a questo riesce a “ridurre il numero di persone che necessitano di un trapianto di cuore”.

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Ospedali top al mondo, tra gli italiani il migliore è il Gemelli

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policlinico gemelli

Nella classifica annuale dei migliori ospedali nel mondo 2024, pubblicata online dal magazine americano Newsweek , sono 14 quelli italiani su un totale di 250. Il primo italiano classificato è il Policlinico Gemelli, che si colloca al 35/mo posto.

Ai primi tre posti si classificano la Mayo Clinic – Rochester (Usa), la Cleveland Clinic (Usa) e il Toronto General – University Health Network (Canada). Tra le strutture italiane classificate come migliori non compare alcun ospedale delle regioni del Sud Italia. Al 35/mo posto il Policlinico Gemelli; al 52/no il Grande ospedale metropolitano Niguarda di Milano; al 57/mo l’Irccss Ospedale San Raffaele-Gruppo San Donato; al 65/mo l’Istituto clinico Humanitas di Rozzano; al 66/mo il Policlinico S.Orsola Malpighi di Bologna; al 103/mo l’azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona; al 117/mo l’Ospedale policlinico San Matteo di Pavia; al 118/mo l’Azienda ospedaliera di Padova; al 135/mo l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo; al 165/mo il Presidio ospedaliero Molinette – Aou Città della Salute e della Scienza di Torino; 187/mo l’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi di Firenze; al 202/mo gli Spedali Civili di Brescia; al 211/mo l’Azienda ospedaliera-universitaria Sant’Andrea di Roma; al 215/mo l’Irccs Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia.

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Per un frammento di Dna gli umani hanno perso la coda

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Se oggi riusciamo a camminare elegantemente in posizione eretta senza dover usare una lunga coda come bilanciere, lo dobbiamo probabilmente a un piccolo frammento di Dna errabondo, che 25 milioni di anni fa si è andato a inserire casualmente all’interno di un gene responsabile dello sviluppo della coda facendola sparire. Il cambiamento, avvenuto in un antenato comune a uomo e scimmie antropomorfe, sarebbe risultato molto utile nel passaggio dalla vita sugli alberi a quella sul terreno, e sarebbe stato mantenuto dall’evoluzione nonostante aumenti il rischio di difetti congeniti come la spina bifida, una malformazione che colpisce all’incirca un neonato su mille.

Lo hanno scoperto i ricercatori della Grossman School of Medicine presso la New York University, con uno studio che ha conquistato la copertina di Nature. “Lo studio inizia a spiegare come l’evoluzione abbia eliminato le nostre code, una domanda che mi ha sempre incuriosito fin da quando ero piccolo”, afferma il primo autore dello studio Bo Xia, che ha cominciato la ricerca quando era ancora uno studente, mentre oggi lavora al Broad Insitute di Mit e Harvard.

Insieme ai suoi colleghi di New York, Bo Xia ha messo a confronto il Dna degli umani e delle scimmie antropomorfe senza coda (come gorilla e scimpanzé) con quello delle scimmie dotate di coda (come macachi e babbuini), focalizzandosi in particolare su 140 geni legati allo sviluppo di questa appendice nei vertebrati. Dai risultati è emerso che l’assenza della coda si associa a un cambiamento in un gene denominato TBXT: si tratta nello specifico dell’inserimento di un piccolo frammento di Dna (una sequenza Alu, tra gli elementi mobili più abbondanti nel genoma umano) in una regione non codificante del gene chiamata ‘introne’. La sua inserzione fa sì che dallo stesso gene TBXT possano essere prodotte forme diverse della proteina corrispondente, che a loro volta determinano una diversa lunghezza della coda o addirittura la sua scomparsa. I ricercatori lo hanno verificato direttamente riproducendo il meccanismo genetico nei topi di laboratorio.

“Si tratta di una dimostrazione sperimentale molto elegante, che prova in modo solido come la scomparsa della coda sia riconducibile all’inserzione di una sequenza Alu nel gene TBXT”, commenta il genetista Giuseppe Novelli dell’Università di Roma Tor Vergata. Questo risultato “conferma innanzitutto i sospetti che da anni ricadono su TBXT, un gene la cui proteina agisce da fattore di trascrizione regolando l’espressione di geni importanti per lo sviluppo della notocorda, ovvero la struttura embrionale da cui si forma la colonna vertebrale: non a caso – sottolinea Novelli – alterazioni simili a quella scoperta da Bo Xia sono già state trovate in alcune famiglie con importanti difetti congeniti della colonna”.

In secondo luogo, lo studio “ci dimostra ancora una volta che il Dna non è statico, ma dinamico: le sequenze Alu sono elementi mobili che costituiscono il 10% del nostro genoma e quando si spostano – continua l’esperto – possono causare conseguenze importanti, a volte perfino tumori. Nel caso della scomparsa della coda, la mutazione si è conservata nel corso dell’evoluzione probabilmente perché ha portato a un vantaggio che è risultato nettamente superiore al rischio di incorrere in malformazioni della colonna”.

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Dengue, in Brasile si sfiora un milione di contagi

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Nei primi due mesi dell’anno il Brasile sfiora già un milione di contagi da febbre dengue. Lo riferisce il ministero della Salute, secondo cui alla data del 27 febbraio i casi confermati della malattia sono 973.347. In numero rappresenta il 58,9% di tutti i contagi dello scorso anno. Il tasso di incidenza è passato da 777,6 casi per 100mila abitanti del 2023 a 453,3 del 2024. Nei primi 2 mesi dell’anno sono già decedute 195 persone, numero superiore ai 149 morti dell’intero 2023. Nel tentativo di sensibilizzare la popolazione verso la prevenzione, il mistero della Salute ha organizzato per il giorno 2 marzo il “D-Day” nella lotta contro la dengue. Nell’occasione sarà lanciata una campagna di comunicazione con la diffusione del video “10 minuti contro la dengue” in cui vengono forniti i consigli su come contenere l’epidemia evitando la proliferazione della zanzara Aedes Egypti, che trasmette l’arbovirus che causa la malattia.

“Invito tutta la società a una grande mobilitazione nazionale questo sabato 2 marzo. Riserviamo i nostri 10 minuti contro la dengue per prevenire i contagi eliminando le condizioni per la riproduzione delle zanzare”, ha detto la ministra della Salute, Nísia Trindade in una conferenza stampa a Brasilia. Il governo ha stanziato già 1,5 miliardi di real (283 milioni di euro) in favore di stati e municipi per sostenere le spese degli enti locali nella lotta contro l’epidemia. In un’ordinanza del ministero della Salute è stato anche annunciato il varo di un piano per facilitare lo stanziamento delle risorse verso i sette stati – Acre, Goias, Minas Gerais, Espirito Santo, Rio de Janeiro e Santa Catarina – che hanno decretato lo stato di emergenza.

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