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Salute

“Cure miracolose” ed effetto Panzironi, arriva la stretta di Facebook e YouTube

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Facebook e YouTube sono inondati di fake news sulla salute, che propagandano cure miracolose per ogni sorta di malattia, ma finalmente, dopo che ormai video e post hanno milioni di visualizzazioni, i social corrono ai ripari, modificando gli algoritmi per cercare di arginare il fenomeno. A spingere le iniziative, scrive il Wall Street Journal, e’ stata una inchiesta dello stesso giornale che ha verificato che la disinformazione sanitaria e’ estremamente diffusa sui social, con messaggi che spesso viaggiano insieme ai video o ai post che contengono informazioni su trattamenti che invece sono di efficacia provata. Se si guarda un video su una cura per il cancro, ad esempio, puo’ succedere che il messaggio pubblicitario che lo correda sia invece di una clinica che vende trattamenti non provati, o di prodotti come il bicarbonato o l”acqua basica’ che non hanno effetto o possono essere dannosi. Chi segue gruppi legati alla salute potrebbe poi vedersi comparire sulla timeline post che propagandano qualche ‘soluzione miracolosa’ come quella su cui pochi giorni fa l’Oms ha emesso un ‘warning’. Il fenomeno dovrebbe essere ridimensionato grazie alle misure prese dalle due piattaforme. L’algoritmo che sceglie le notizie da promuovere sui profili, ha annunciato Travis Yeh, Product Manager di Facebook, e’ stato cambiato per diminuire la diffusione di post che fanno riferimento a prodotti e terapie di questo tipo. “I post con affermazioni sensazionalistiche sulla salute o che cercando di vendere prodotti basandosi su affermazioni legate alla salute avranno una distribuzione ridotta – spiega l’esperto -. I gruppo dovrebbero evitare di pubblicare post sulla salute che possono confondere le persone, e post che cercando di vendere prodotti legati a messaggi sulla salute”. Anche YouTube, che gia’ lo scorso dicembre aveva annunciato una stretta sui messaggi fuorvianti, sta lavorando con alcuni medici per identificare pubblicita’ e video pericolosi per la salute. La diffusione delle ‘cure miracolose’ e’ un problema planetario, che non risparmia l’Italia. L’ultimo ‘metodo’ che sta impazzando sul web e non solo e’ quello propagandato dal giornalista Adriano Panzironi, che propone una dieta e degli integratori che dovrebbero far vivere fino a 120 anni, stigmatizzato gia’ dal ministero della Salute e dai medici. “Credo che i tempi siano maturi – ha detto oggi il farmacologo Silvio Garattini – perche’ la comunita’ scientifica si metta insieme e denunci un personaggio che sta per ore in televisione a diffondere notizie che possono essere dannose per la salute. E che arriva a dire ai diabetici che l’insulina non serve”.(

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Salute

Mangiate mele e bevete tè, con i flavonoidi meno rischi di tumori e malattie cardiache

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Consumare prodotti ricchi di flavonoidi (come mele o te’) protegge contro i tumori e le malattie cardiache, specie per i fumatori e per chi ha il vizio dell’alcol. E’ quanto emerge da uno studio dell’Universita’ Edith Cowan condotto analizzando le diete, per 23 anni, di oltre 53 mila danesi. I partecipanti che consumavano ogni giorno circa 500 milligrammi di flavonoidi totali hanno avuto un rischio piu’ basso di cancro o morte per malattie cardiache. Lo studio ha rilevato un minor rischio di morte anche in coloro che hanno mangiato cibi ricchi di flavonoidi. L’effetto protettivo sembra essere piu’ forte per quelli ad alto rischio di malattie croniche dovute al fumo di sigaretta e per quelli che hanno bevuto piu’ di due bevande alcoliche standard al giorno. “E’ importante consumare una varieta’ di diversi composti flavonoidi presenti in diversi alimenti e bevande a base vegetale – spiega Nicola Bondonno, ricercatore che ha condotto lo studio – questo e’ facilmente raggiungibile attraverso la dieta: una tazza di te’, una mela, un’arancia, 100 grammi di mirtilli e 100 grammi di broccoli fornirebbero un vasta gamma di composti flavonoidi e oltre 500 milligrammi di flavonoidi totali”. Lo studio e’ stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications.

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Lotta alla infertilità, dalle staminali ricavato il primo ‘baby embrione’ impiantabile

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-Grazie alle staminali è stato ottenuto in provetta il primo ‘baby’ embrione impiantabile, ovvero un ammasso cellulare in 3D che imita la primissima fase di sviluppo dell’embrione chiamata blastocisti. Trasferito nell’utero di una femmina di topo in cui era stata simulata la gravidanza, l’embrione ha dimostrato di continuare a svilupparsi, aprendo nuovi scenari per lo studio dell’infertilità e per la medicina rigenerativa, come indica la ricerca pubblicata sulla rivista Stem Cell Reports dai ricercatori giapponesi dell’Istituto Riken insieme agli statunitensi dei Gladstone Institutes.

Il risultato raggiunto grazie a questa collaborazione internazionale rappresenta un passo avanti verso la produzione di cellule staminali totipotenti, capaci cioe’ di differenziarsi in ogni tipo di tessuto e per questo considerate il Sacro Graal della medicina rigenerativa.  Presenti solo nelle primissime fasi successive alla fecondazione della cellule uovo, nel precursore della blastocisti, le cellule staminali totipotenti non sono mai state ottenute in laboratorio con la riprogrammazione di cellule adulte (ad esempio quelle della pelle), perche’ le ‘ricette molecolari’ finora disponibili permettono di riportare indietro le lancette solo fino allo stadio di staminali pluripotenti, capaci cioe’ di differenziarsi in molti, ma non tutti i tipi di tessuti. Grazie a nuovi ‘ingredienti’ individuati negli embrioni naturali di topo, invece, i ricercatori statunitensi e giapponesi sono riusciti a sviluppare delle blastocisti artificiali che, prima di raggiungere la completa maturazione, presentano cellule con accesi alcuni geni della totipotenza. Un primo segnale che dimostra di aver intrapreso la strada giusta.

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Salute

Il taglia-incolla del Dna, così gli scienziati stanno ‘disarmando’ la fibrosi cistica

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Forbici molecolari e organi in miniatura: sono questi gli strumenti che hanno permesso di mettere a punto la nuova arma capace di colpire al cuore la fibrosi cistica, la malattia ereditaria ‘invisibile’ che in Italia ha un portatore sano ogni 25 persone. Pubblicata sulla rivista Nature Communications, la tecnologia e’ basata sulla tecnica che taglia-incolla il Dna, la Crispr-Cas, ed e’ stata messa a punto dal gruppo del Centro di Biologia Integrata (Cibio) dell’Universita’ di Trento diretto da Anna Cereseto, in collaborazione con l’Università belga di Lovanio.

Finanziata dalla Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica, con la partecipazione dell’Associazione trentina fibrosi cistica, la tecnologia apre nuove prospettive nella cura di questa malattia, per la quale al momento non esiste una cura definitiva. “Abbiamo messo a punto una strategia basata sulla Crispr per eliminare in modo permanente due specifiche mutazioni responsabili della malattia”, spiega Giulia Maule, prima firmataria dell’articolo. La scelta di lavorare su organi i miniatura, chiamati ‘organoidi’, deriva dal fatto che per le due mutazioni bersaglio della ricerca “non esistono modelli animali – ha spiegato Maule – e in piu’ c’e’ il vantaggio di lavorare su un modello del paziente. Questo approccio personalizzato e’ possibile perche’ le cellule utilizzate per ottenere i mini organi sono quelle della stessa persona cui e’ diretta la terapia. Sebbene i polmoni siano gli organi piu’ colpiti dalla fibrosi cistica, i ricercatori hanno lavorato su un mini-intestino, prelevare le cellule polmonari con la biopsia e’ infatti un’operazione complessa e delicata.

“Anche altri organi sono toccati dalla malattia e le cellule dell’intestino sono piu’ semplici da ottenere. L’organoide dell’intestino – ha osservato Maule – riproduce la malattia con precisione e riesce comunque a essere un buon modello”. Lavorando sull’organoide e usando le forbici molecolari della Crispr-Cas, i ricercatori hanno corretto la mutazione del gene responsabile della sintesi della proteina Cftr (Cystic Fibrosis Transmembrane conductance Regulator). La tecnica, per la quale e’ stata presentata una domanda di brevetto, si chiama “SpliceFix” perche’ ottiene la riparazione del gene (fix) e ripristina il corretto meccanismo di produzione della proteina (splicing). “Abbiamo dimostrato – ha concluso la ricercatrice – che la nostra strategia di riparazione e’ efficace in organoidi derivati da pazienti e ha un alto grado di precisione colpendo soltanto le sequenze mutate e lasciando intatto il Dna non interessato dalla mutazione”.

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