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Coppa d’Africa alla Costa d’Avorio, battuta la Nigeria di Osimhen e compagni

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La Coppa d’Africa si è conclusa con un colpo di scena degno di una fiaba. La Costa d’Avorio, padrona di casa, ha trionfato contro ogni pronostico, mentre la super favorita Nigeria ha dovuto arrendersi. Un finale emozionante, con la folla dello stadio Alassane Ouattara di Abidjan in delirio per la vittoria dei loro eroi.

Il cammino della Costa d’Avorio è stato un susseguirsi di rimonte e sorprese. Dopo un inizio incerto, sembrava che la squadra fosse destinata all’eliminazione, tanto che il Ct Jean-Louis Gasset era stato addirittura sostituito da Emerse Fae. Tuttavia, gli Elefanti hanno dimostrato una tenacia straordinaria, qualificandosi agli ottavi grazie a una combinazione fortunata e poi eliminando avversari temibili come il Senegal, il Mali e la RD Congo.

Nella finale contro la Nigeria, la Costa d’Avorio ha confermato il suo status di squadra da sogno. Dopo essere stata in svantaggio, ha saputo reagire con grinta e determinazione. Il pareggio è arrivato grazie all’ex milanista Kessie, capitano e idolo della squadra, mentre il gol decisivo è stato siglato da Haller, il centravanti del Borussia Dortmund che ha recentemente sconfitto un tumore ai testicoli. Una storia di resilienza e trionfo che ha commosso il pubblico e fatto la storia del calcio africano.

La delusione di Osimhen

Nulla hanno potuto contro gli Ivoiani, Osimhen e compagni. Il trionfo della Costa d’Avorio rappresenta la terza vittoria nella storia del paese alla Coppa d’Africa, dopo quelle del 1992 e del 2015. Un risultato storico che rimarrà impresso nei cuori dei tifosi per sempre.

Nonostante la delusione della Nigeria, il torneo ha dimostrato ancora una volta che nel calcio tutto è possibile. Le sorprese, le emozioni e le storie di resilienza rendono questo sport unico nel suo genere, e la Coppa d’Africa di quest’anno  ne è stata una prova tangibile.

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Cronache

Assalto alla Polizia a Torino per liberare un cittadino marocchino, il video

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Nel cuore di Torino, assaltata una volante mentre una pattuglia della Polizia di Stato stava trasferendo un uomo di origini marocchine a un centro di rimpatrio in Lombardia. L’aggressione è avvenuta davanti agli uffici della Questura, con un gruppo di autonomi e anarchici che hanno circondato l’auto della polizia, cercando di liberare l’uomo e ferendo un poliziotto nel tentativo.

L’incidente si è verificato in seguito all’arresto dello straniero, fermato in precedenza per aver imbrattato con scritte ingiuriose le pareti del sottopasso di corso Grosseto. Le tensioni si sono acuite quando un gruppo di antagonisti ha fatto irruzione nei locali del centro medico dell’Asl, prima di concentrare la loro protesta di fronte alla Questura.

Il tentativo di liberare il detenuto è stato frenato dall’intervento degli agenti, che sono riusciti a bloccare quattro aggressori, mentre altri manifestanti sono stati allontanati. Tuttavia, la protesta non si è esaurita qui: i manifestanti hanno danneggiato alcune auto in transito e hanno continuato a esprimere il loro dissenso di fronte alla stazione ferroviaria di Porta Susa.

Le reazioni alle proteste non si sono fatte attendere. L’assessore regionale alla Sicurezza, Fabrizio Ricca, ha espresso solidarietà all’agente ferito e ha condannato il comportamento dei manifestanti, definendolo una sfida alla convivenza civile. Allo stesso tempo, ha respinto qualsiasi forma di dialogo con i centri sociali antagonisti, evidenziando la futilità di tali tentativi.

Anche l’assessore della Regione Piemonte Maurizio Marrone e la vicecapogruppo del partito alla Camera Augusta Montaruli hanno condannato l’assalto, sottolineando il clima di impunità che, secondo loro, si è creato a Torino, alimentando le strategie della tensione degli antagonisti.

Le reazioni sindacali non sono state meno ferme. Il sindacato Siulp provinciale ha definito l’azione come eversiva e al di fuori di ogni limite tollerabile, mentre il sindacato di polizia Sap ha sottolineato le conseguenze delle prese di posizione politiche che, secondo loro, hanno alimentato l’azione degli anarchici. Le indagini proseguono per individuare i responsabili.

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Ospedali top al mondo, tra gli italiani il migliore è il Gemelli

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policlinico gemelli

Nella classifica annuale dei migliori ospedali nel mondo 2024, pubblicata online dal magazine americano Newsweek , sono 14 quelli italiani su un totale di 250. Il primo italiano classificato è il Policlinico Gemelli, che si colloca al 35/mo posto.

Ai primi tre posti si classificano la Mayo Clinic – Rochester (Usa), la Cleveland Clinic (Usa) e il Toronto General – University Health Network (Canada). Tra le strutture italiane classificate come migliori non compare alcun ospedale delle regioni del Sud Italia. Al 35/mo posto il Policlinico Gemelli; al 52/no il Grande ospedale metropolitano Niguarda di Milano; al 57/mo l’Irccss Ospedale San Raffaele-Gruppo San Donato; al 65/mo l’Istituto clinico Humanitas di Rozzano; al 66/mo il Policlinico S.Orsola Malpighi di Bologna; al 103/mo l’azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona; al 117/mo l’Ospedale policlinico San Matteo di Pavia; al 118/mo l’Azienda ospedaliera di Padova; al 135/mo l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo; al 165/mo il Presidio ospedaliero Molinette – Aou Città della Salute e della Scienza di Torino; 187/mo l’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi di Firenze; al 202/mo gli Spedali Civili di Brescia; al 211/mo l’Azienda ospedaliera-universitaria Sant’Andrea di Roma; al 215/mo l’Irccs Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia.

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Per un frammento di Dna gli umani hanno perso la coda

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Se oggi riusciamo a camminare elegantemente in posizione eretta senza dover usare una lunga coda come bilanciere, lo dobbiamo probabilmente a un piccolo frammento di Dna errabondo, che 25 milioni di anni fa si è andato a inserire casualmente all’interno di un gene responsabile dello sviluppo della coda facendola sparire. Il cambiamento, avvenuto in un antenato comune a uomo e scimmie antropomorfe, sarebbe risultato molto utile nel passaggio dalla vita sugli alberi a quella sul terreno, e sarebbe stato mantenuto dall’evoluzione nonostante aumenti il rischio di difetti congeniti come la spina bifida, una malformazione che colpisce all’incirca un neonato su mille.

Lo hanno scoperto i ricercatori della Grossman School of Medicine presso la New York University, con uno studio che ha conquistato la copertina di Nature. “Lo studio inizia a spiegare come l’evoluzione abbia eliminato le nostre code, una domanda che mi ha sempre incuriosito fin da quando ero piccolo”, afferma il primo autore dello studio Bo Xia, che ha cominciato la ricerca quando era ancora uno studente, mentre oggi lavora al Broad Insitute di Mit e Harvard.

Insieme ai suoi colleghi di New York, Bo Xia ha messo a confronto il Dna degli umani e delle scimmie antropomorfe senza coda (come gorilla e scimpanzé) con quello delle scimmie dotate di coda (come macachi e babbuini), focalizzandosi in particolare su 140 geni legati allo sviluppo di questa appendice nei vertebrati. Dai risultati è emerso che l’assenza della coda si associa a un cambiamento in un gene denominato TBXT: si tratta nello specifico dell’inserimento di un piccolo frammento di Dna (una sequenza Alu, tra gli elementi mobili più abbondanti nel genoma umano) in una regione non codificante del gene chiamata ‘introne’. La sua inserzione fa sì che dallo stesso gene TBXT possano essere prodotte forme diverse della proteina corrispondente, che a loro volta determinano una diversa lunghezza della coda o addirittura la sua scomparsa. I ricercatori lo hanno verificato direttamente riproducendo il meccanismo genetico nei topi di laboratorio.

“Si tratta di una dimostrazione sperimentale molto elegante, che prova in modo solido come la scomparsa della coda sia riconducibile all’inserzione di una sequenza Alu nel gene TBXT”, commenta il genetista Giuseppe Novelli dell’Università di Roma Tor Vergata. Questo risultato “conferma innanzitutto i sospetti che da anni ricadono su TBXT, un gene la cui proteina agisce da fattore di trascrizione regolando l’espressione di geni importanti per lo sviluppo della notocorda, ovvero la struttura embrionale da cui si forma la colonna vertebrale: non a caso – sottolinea Novelli – alterazioni simili a quella scoperta da Bo Xia sono già state trovate in alcune famiglie con importanti difetti congeniti della colonna”.

In secondo luogo, lo studio “ci dimostra ancora una volta che il Dna non è statico, ma dinamico: le sequenze Alu sono elementi mobili che costituiscono il 10% del nostro genoma e quando si spostano – continua l’esperto – possono causare conseguenze importanti, a volte perfino tumori. Nel caso della scomparsa della coda, la mutazione si è conservata nel corso dell’evoluzione probabilmente perché ha portato a un vantaggio che è risultato nettamente superiore al rischio di incorrere in malformazioni della colonna”.

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