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Conferenza di pace di Palermo per la Libia, patto tra Serraj e Haftar: niente guerra fino alle elezioni

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La stretta di mano tra il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, e il capo del governo libico d’unità nazionale Feyez al Sarraj riconosciuto dall’Onu c’è stata, davanti al premier italiano Giuseppe Conte e sotto gli occhi vigili della delegazione russa, con Dimitri Medevedv, premier e già presidente.

Conferenza di pace Palermo. La stretta di mano tra Haftar e Serraj sotto gli occhi di Conte e Al Serraj

Per Conte  “la conferenza di Palermo non s’è risolta in una photo opportunity”. Ma l’ incontro non ha neppure portato a impegni precisi, a risultati concreti.
Il rappresentante dell’Onu per la Libia Ghassam Salamé lo giudica “un successo”, ringrazia l’ Italia, trova che c’è stato da parte dei libici “un impegno serio”. Il premier Conte vede “buone possibilità” che la Conferenza nazionale della Libia, primo passo nella roadmap Onu verso le elezioni politiche, si svolga a gennaio. Ma screzi, dispetti, incidenti di percorso non mancano. Haftar, che lunedì aveva schivato la cena, diserta la plenaria, ma assicura che al Sarraj potrà restare al suo posto fino alle prossime elezioni. La Turchia, che si dice “delusa”, lascia la riunione in anticipo perché “il Vertice è stato divisivo, qualcuno ha abusato dell’ospitalità italiana”. Il presidente egiziano al Sisi esorta a trovare “soluzioni complessive e unitarie della crisi libica”, senza schierarsi né con al Sarraj né con Haftar, che pure è un suo referente.
“Sapevo che il generale Haftar sarebbe venuto: mi aveva dato la sua parola”.
“Sono qui solo per incontrare il premier italiano e dopo partirò immediatamente: vedo che ci sono tutti, ma non ho nulla a che fare con loro” sono le parole di Haftar ad una tv libica presente ai lavori. Infatti, l’incontro con al Serraj precede l’inizio della conferenza vera e propria, presenti le delegazioni più rappresentative, Onu e Ue, Egitto e Tunisia, Russia e Francia. Assente la Turchia, che, infatti, se ne va.
Nella sessione plenaria, c’è stato uno scontro teatrale tra le delegazioni libiche. La delegazione di al Serraj e quella del presidente dell’ Alto Consiglio di Stato libico, Khaled al Meshri, sono uscite dalla sala quando doveva parlare il capo della delegazione di Haftar. Il consigliere politico del generale, Fadel al-Dib, non garantiva – a loro dire – “una rappresentanza sufficientemente qualificata”.
Scaramucce diplomatiche di delegazioni di un paese dove c’è guerra civile.
Ma che il clima non fosse idilliaco lo confermano Salamé, che chiede uno stop agli scambi di accuse, e il premier russo Dmitri Medvedev, secondo il quale il problema è la mancanza di rispetto per il ruolo dell’Onu. Conte cerca di vederla in positivo: “Contribuendo alla stabilizzazione della Libia facciamo un favore prima di tutto ai libici, poi a noi stessi e anche all’Europa”.
Il premier ha poi escluso che, in Libia, l’Italia abbia doppi fini economici e/o energetici: “Non intendiamo rivendicare alcuna leadership economica o politica o altro, significherebbe avere secondi fini. Siamo disponibili a valutare tutte le forme di aiuto e cooperazione che si potranno sviluppare in futuro, anche economica”, ma è “prematuro ragionare su strumenti di cooperazione specifica per i nostri imprenditori”. Ma il nodo del petrolio c’ è, specie tra Italia e Francia, e non è possibile eluderlo.
Nel giudizio sulla conferenza, la politica italiana è divisa: positivo il M5S , che accusa la stampa di non riconoscere all’evento la valenza che merita; sostanzialmente positivo il giudizio della Lega, con Salvini che ha ringraziato Conte per l’eccellente lavoro; negative le opposizioni.

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Bolivia, giornalista rapito e mutilato a El Alto: “Attacco alla libertà di stampa”

A El Alto un giornalista è stato rapito, torturato e mutilato. Le associazioni di stampa parlano di tentato omicidio per zittire i reportage.

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Un giornalista è stato rapito, torturato e mutilato a El Alto, seconda città più popolosa della Bolivia.

Secondo una nota diffusa dall’Associazione nazionale dei giornalisti della Bolivia (Anpb) e dalla Confederazione boliviana degli operatori della stampa (Cstpb), si tratterebbe di un tentato omicidio premeditato con l’obiettivo di mettere a tacere il suo lavoro.

Il reporter, identificato come F. Jesús Z.S., era stato seguito dopo aver coperto un evento legato alle elezioni regionali previste per il 22 marzo.

Le violenze e le minacce

Secondo le associazioni di categoria, l’uomo sarebbe stato immobilizzato, costretto a salire su un veicolo e trasportato per circa 15 chilometri fino a un terreno abbandonato, dove sarebbe stato torturato e mutilato.

Gli aggressori gli avrebbero rivolto minacce esplicite legate alla sua attività professionale.

La condanna del governo

Il ministro dell’Interno, Marco Antonio Oviedo, ha espresso “profonda preoccupazione” e una ferma condanna dell’episodio, definendolo un grave attacco al lavoro giornalistico e una minaccia diretta alla libertà di stampa e di espressione.

Le autorità hanno avviato le indagini per identificare i responsabili, mentre le organizzazioni della stampa chiedono misure urgenti di protezione per i reporter impegnati nella copertura delle prossime consultazioni elettorali.

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Kamala Harris vende al Dnc la lista email per 6,5 milioni di dollari

Kamala Harris avrebbe venduto al Dnc la lista email dei suoi sostenitori per 6,5 milioni di dollari. Fondi usati per coprire spese residue della campagna 2024.

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La lista con le email di milioni di sostenitori di Kamala Harris sarebbe stata ceduta al Democratic National Committee(Dnc) per 6,5 milioni di dollari.

Lo riporta il New York Times, spiegando che l’operazione riguarda il database che aveva consentito alla candidata democratica di raccogliere circa 1,5 miliardi di dollari in 15 settimane dopo il ritiro di Joe Biden dalla corsa alla Casa Bianca.

I fondi e le spese della campagna

Secondo quanto emerso da documenti federali, il nuovo gruppo politico dell’ex candidata, Fight for the People PAC, avrebbe speso quasi 7 milioni di dollari nell’ultimo mese del 2025, in gran parte per coprire costi legati alla campagna presidenziale del 2024.

Tra i pagamenti figurano 4 milioni di dollari a una società di produzione mediatica, circa 200.000 dollari a una società di sondaggi e 99.100 dollari all’azienda che ha gestito eventi musicali per il comizio finale a Filadelfia.

Le perplessità sulla trasparenza

L’operazione ha sollevato interrogativi all’interno del partito democratico, in un momento in cui il Dnc deve affrontare una difficile competizione per riconquistare la Camera e il Senato, con un divario finanziario rispetto ai repubblicani stimato in quasi 100 milioni di dollari.

Secondo alcuni esponenti del partito, la scelta di utilizzare risorse del Dnc per saldare debiti della campagna 2024 pone questioni sulla trasparenza e sulla gestione delle finanze elettorali.

I vertici del Dnc hanno invece definito l’acquisto della lista un investimento strategico, sostenendo che la rete di piccoli donatori potrà garantire al partito un ritorno significativo nelle prossime competizioni elettorali.

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Ucraina, arrestato ex ministro nell’inchiesta Midas da 100 milioni di dollari

Gli investigatori anticorruzione ucraini annunciano l’arresto di un ex ministro nell’ambito dello scandalo Midas da 100 milioni di dollari nel settore energetico.

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L’inchiesta Midas torna a scuotere Kiev. L’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (Nabu) ha annunciato l’arresto di “un ex ministro dell’Energia” nell’ambito di un presunto scandalo di corruzione da circa 100 milioni di dollari che lo scorso anno aveva investito il settore energetico ucraino.

Secondo quanto riferito dall’agenzia, l’uomo sarebbe stato fermato mentre stava attraversando il confine di Stato. Il quotidiano Ukrainska Pravda, citando una fonte, ha aggiunto che il politico sarebbe stato fatto scendere da un treno.

Diversi media indicano che si tratterebbe di German Galushchenko, ma la notizia non è stata confermata ufficialmente dalle autorità.

Il presunto schema di tangenti

Galushchenko è stato ministro dell’Energia dal 2021 al 2025 e successivamente ministro della Giustizia fino alle dimissioni presentate lo scorso novembre su richiesta del presidente Volodymyr Zelensky, dichiarando allora di non avere legami con il caso Midas.

Gli investigatori ipotizzano un vasto sistema di tangenti volto a sottrarre fondi a un comparto energetico già messo a dura prova dai bombardamenti russi contro le infrastrutture elettriche.

Al centro dell’inchiesta vi sarebbe Energoatom, la società statale che gestisce tre centrali nucleari e fornisce oltre metà dell’elettricità del Paese. Secondo l’accusa, alcuni appaltatori sarebbero stati costretti a versare tangenti tra il 10 e il 15% del valore dei contratti.

Impatto politico e tensioni interne

Lo scandalo ha rappresentato un duro colpo politico per Zelensky, portando a dimissioni e a un rimpasto di governo.

In precedenza, il presidente era stato contestato da manifestazioni di piazza dopo l’approvazione di una legge che ampliava il controllo del procuratore generale sulle agenzie anticorruzione, norma poi ritirata tra le polemiche.

Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e le persone coinvolte sono da considerarsi presunte innocenti fino a eventuale condanna definitiva.

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