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Esteri

Putin si ricandida alla guida della Russia fino al 2030

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La simbologia non poteva essere più potente e significativa. Rispondendo alla domanda di un pluridecorato combattente filorusso del Donbass, padre di un caduto, nella giornata degli Eroi della Madrepatria, Vladimir Putin ha annunciato che il prossimo 17 marzo correrà per un quinto mandato da presidente della Russia, deciso a rimanere almeno fino al 2030 al comando del Paese in quella che vede come una sfida esistenziale con l’Occidente, sicuramente la più grave dalla crisi dei missili a Cuba nel 1962. Il tutto è avvenuto, all’improvviso, nella sontuosa cornice della sala Georgievsky del Cremlino, dove Putin aveva appena consegnato alcune onorificenze.

Artyom Zhoga, già a capo di una milizia della Repubblica di Donetsk, che nel 2022 ha perso un figlio nella guerra e quest’anno è diventato capo del Parlamento della regione annessa alla Russia in seguito alle elezioni dello scorso settembre, si è rivolto al presidente sotto gli occhi delle telecamere. “Grazie alle sue azioni abbiamo ottenuto la libertà e il diritto di scegliere, ma c’è ancora molto lavoro da fare, dobbiamo procedere con l’integrazione, e vorremmo farlo sotto la sua guida”, ha affermato Zhoga. Per poi concludere: “Abbiamo bisogno di lei, la Russia ha bisogno di lei”.

Al che Putin ha ringraziato e ha risposto: “Ho avuto diversi pensieri su questo argomento, ma oggi capisco che non c’è altra scelta. Ecco perché mi candiderò a presidente della Russia”. Una candidatura che equivale alla certezza della rielezione, non solo per la repressione del dissenso, accentuatasi dall’inizio dell’intervento militare in Ucraina, ma pure per il vasto sostegno di cui, anche secondo sondaggi indipendenti, il comandante in capo continua a godere oltre 21 mesi dopo l’inizio del conflitto. La narrazione che vuole la Russia impegnata in una guerra per la sopravvivenza contro un Occidente intento a smembrarla funziona. E’ vero che da una recente ricerca effettuata dal Centro statistico Levada emerge che oltre il 50% dei russi vorrebbe una soluzione negoziata al conflitto, ma senza concessioni umilianti.

Molti osservatori si aspettano inoltre che a sfidare Putin saranno ammessi, pro forma, soltanto candidati di movimenti politici considerati di sistema, come il Partito liberaldemocratico e quello comunista. Ma il team di Alexei Navalny, il più noto oppositore, in carcere da quasi tre anni, non si è dato per vinto e ha indetto una campagna denominata ‘Una Russia senza Putin’ in cui si invita ogni cittadino a votare per i candidati avversari del presidente e a convincere almeno altre dieci persone a fare altrettanto. Sebbene la data ufficiale delle presidenziali sia il 17 marzo, la responsabile della Commissione elettorale centrale Ella Pamfilova ha detto che le votazioni cominceranno in realtà fin da venerdì 15 e dureranno tre giorni. Un’usanza introdotta con la pandemia da Covid e diventata ormai comune, ma che secondo gli oppositori del Cremlino rende più difficili i controlli su eventuali brogli.

Se tutto sembra ormai deciso, qualche dubbio resta sulle modalità dell’annuncio odierno. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha assicurato che il tutto si è svolto in modo spontaneo e non programmato. Ma anche il sito dell’opposizione Meduza afferma di aver saputo da proprie fonti che Putin avrebbe dovuto comunicare la notizia in occasione della conferenza di fine anno e della linea diretta con i cittadini in programma il 14 dicembre. Secondo il sito, dunque, il presidente sarebbe stato colto alla sprovvista e avrebbe risposto senza pensarci troppo, cosa che sarebbe confermata dalla voce sommessa che gli è uscita. La cosa che conta, comunque, è che Putin diventerà con solo un anno di svantaggio rispetto a Stalin il secondo leader più longevo della Russia moderna: 30 anni, contro i 31 del predecessore sovietico, e ben di più dei 18 anni di Leonid Brezhnev.

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Tregua più lontana, Israele vuole la lista degli ostaggi

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Dopo le speranze, alimentate dagli Stati Uniti, si è tornati ad un punto morto, che di fatto allontana una nuova tregua a Gaza. I negoziati sono ripresi al Cairo con i mediatori regionali e gli americani, ma Israele non ha inviato una sua delegazione. La motivazione è che Hamas si rifiuta di fornire una lista degli ostaggi ancora in vita e avanza richieste considerate “assurde”. Il movimento palestinese, invece, insiste per un cessate il fuoco permanente come condizione per liberare il resto degli israeliani ancora nelle sue mani.

Gli emissari degli Usa e del Qatar sono tornati nella capitale egiziana con la speranza di facilitare un cessate il fuoco entro il Ramadan, il 10 marzo. In precedenza Washington aveva fatto filtrare segnali di ottimismo, riferendo che Israele aveva accettato in linea di principio un accordo per una pausa nelle ostilità di 6 settimane e il rilascio in prima battuta di una quarantina di ostaggi. Poi però è arrivata la doccia fredda, perché lo Stato ebraico si è rifiutato di partecipare ai colloqui al Cairo, accusando Hamas di aver fornito risposte “parziali”. A pesare, soprattutto, il rifiuto di fornire l’elenco dei 130 ostaggi ancora detenuti a Gaza, inclusa la trentina che si ritiene siano morti.

Un altro nodo irrisolto è che Hamas ha ribadito di volere un cessate il fuoco permanente o almeno un’intesa su un percorso in quella direzione. Mentre Benyamin Netanyahu non ha nessuna intenzione di fermare l’offensiva militare per “distruggere” il gruppo che governa la Striscia. La fazione palestinese ha poi messo sul piatto la richiesta del ritorno degli sfollati nel nord di Gaza e un aumento degli aiuti umanitari nell’ordine di “400-500 camion al giorno”, rispetto agli 80 attuali. Tutte questioni aperte, tanto che una fonte della delegazione di Hamas in Egitto ha fatto sapere che un accordo in 24-48 ore è “improbabile”. Il risultato dello stallo nei negoziati è che il conflitto, anziché fermarsi, si inasprisce, soprattutto nel sud, con l’esercito israeliano che si concentra nella periferia di Khan Yunis.

Il ministero della Sanità di Gaza guidato da Hamas ha denunciato 90 morti in 24 ore, tra cui 14 membri di una famiglia, compresi due gemellini di 4 mesi, che sarebbero stati colpiti mentre si trovavano in casa, a Rafah. L’Idf invece è tornato a respingere le proprie responsabilità nella strage di civili in attesa degli aiuti, il 29 febbraio: “L’indagine iniziale – ha riferito il portavoce Daniel Hagari – ha confermato che nessun attacco è stato condotto verso il convoglio di aiuti e che in maggioranza i palestinesi sono rimasti uccisi o feriti come conseguenza di una calca”. E l’esercito ha sparato soltanto contro dei “ladri” che minacciavano la messa in sicurezza dell’area. In ogni caso, la situazione per i civili nella Striscia si fa sempre più insostenibile. Secondo l’Onu la carestia è uno spettro che ormai minaccia oltre due milioni di persone. In Israele, intanto, il governo deve fare i conti con turbolenze interne rispetto alla guerra a Gaza.

Oltre alle decine di migliaia di persone che continuano a scendere in piazza per chiedere le dimissioni di Netanyahu ed il ritorno a casa di tutti gli ostaggi, si è aperto anche un caso all’interno dell’esecutivo di unità nazionale. La missione di Benny Gantz negli Stati Uniti, per incontrare la vicepresidente Kamala Harris, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan e membri del Congresso, a quanto pare non era stata concordata con il premier. Che quindi ha dato istruzione all’ambasciata di Washington di non assistere il leader centrista, membro del gabinetto di guerra.

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La regina Camilla ‘è esausta’, una settimana di riposo

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La regina Camilla si prende una settimana di vacanza, descritta come “esausta” per aver sostenuto da varie settimane tutti gli impegni reali da sola, sopperendo alla convalescenza del consorte, Re Carlo III, in cura per un tumore. Lo si apprende da fonti di palazzo, citate dal Daily Mail. La stampa britannica osserva che la regina consorte ha atteso da sola o in veste di capo della famiglia ben 13 appuntamenti ufficiali, guidando, fra l’altro, la Royal Family britannica al funerale di Re Costantino di Grecia, padrino di Carlo deceduto in gennaio, dal quale si è sfilato all’ultimo anche l’erede al trono William per motivi “personali” non precisati. Anche la salute di Camilla è sembrata preoccupare osservatori e media per la cadenza della sua agenda istituzionale, per il carico di responsabilità e di preoccupazioni affettive accumulatesi nelle ultime settimane e rapportati ai suoi 76 anni.

Ora l’agenda di Camilla è sgombra fino al Commonwealth Day, che si celebra l’11 marzo, e le fonti suggeriscono che probabilmente sarà stato lo stesso sovrano a insistere con la moglie perché si prendesse qualche giorno di riposo, in privato. Una fonte di palazzo ha fatto sapere al Sunday Times che negli ultimi tempi la regina consorte è stata “incoraggiata dalla reazione del pubblico” alla sua presa delle redini della famiglia reale. “Sebbene non si aspettasse di trovarsi nella posizione di guidare la famiglia – scrive il domenicale del Times -, la Regina è assolutamente pronta a fare qualunque cosa sia necessario fare per l’istituzione” che rappresenta, cioè la monarchia.

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Il premier della Slovacchia Fico: l’Italia ritira i Samp/T, perdiamo difesa aerea

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La Slovacchia perde la sua difesa aerea. Il premier Robert Fico ha annunciato su Facebook di aver ricevuto un annuncio da Roma che gli italiani stavano ritirando dalla Slovacchia il loro sistema di difesa aerea Samp/T Mamba, istallato lo scorso anno nei pressi di Malacky al nordovest da Bratislava. Lo ha reso noto il sito Dennik N. Gli slovacchi hanno inviato il loro sistema antiaereo russo S-300 in Ucraina subito dopo l’inizio dell’invasione russa. In cambio, i paesi occidentali hanno fornito a Bratislava la loro difesa aerea.

“Abbiamo ricevuto l’avviso dal governo italiano che il sistema di difesa aerea che ci hanno prestato per un anno, sarà ritirato dalla Slovacchia perché ne hanno bisogno in un altro posto”, ha sottolineato Fico dicendosi preoccupato per la difesa del suo Paese. “Il precedente governo slovacco aveva dato all’Ucraina un massiccio sistema di difesa aerea russo S-300 funzionante. Poi abbiamo avuto per un po’ i Patriot americani che però sono stati ritirati. Ora se ne va il sistema italiano. Mi chiedo chi mai proteggerà le nostre centrali nucleari e altri obiettivi strategici. Non mi sembra che nessuno si preoccupi di questo”, ha messo in guardia il premier slovacco.

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