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L’outsider Obi espugna Lagos ma in Nigeria è caos post-voto

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La Nigeria, la più popolosa nazione africana, per il secondo giorno è stata invano in attesa dell’esito delle elezioni presidenziali che hanno però fornito un primo risultato ufficioso di rilievo: l’outsider Peter Obi, il candidato cristiano sostenuto soprattutto dai giovani e dagli elettori dei centri urbani, ha espugnato la meridionale megalopoli Lagos, capitale economica del Paese, strappandola all’esponente di governo Bola Tinubu, che ne era stato governatore per otto anni all’inizio del Duemila. Il risultato finale dell’intera tornata viene però definito dal sito di Bloomberg ancora troppo incerto per essere pronosticato e anche altri autorevoli media ricordano che l’islamico Tinubu, espressione del partito Apc del presidente uscente Muhammadu Buhari, è considerato forte nel nord, musulmano e meno legato ai social media su cui Obi ha fatto leva risultando primo in quasi tutti i sondaggi.

L’atteso annuncio decisivo tarda, dando spazio ad accuse di brogli che creano una pericolosa tensione. Anche se il voto si è svolto sabato, finora la Commissione elettorale nazionale indipendente (Inec) ha comunicato i risultati solo di quattro dei 36 Stati che, assieme al territorio della capitale Abuja, compongono la repubblica federale di Nigeria: tre (Ekiti, Kwara and Ondo) sono stati vinti da Tinubu mentre il quarto (l’Osun) se l’è aggiudicato Atiku Abubakar, il candidato del principale partito di opposizione, il Pdp.

Motivo del ritardo è il malfunzionamento del nuovo sistema di identificazione biometrica degli oltre 87 milioni di elettori e di trasmissione elettronica dei risultati dai 176 mila seggi che sta alimentando sospetti di brogli, amplificati da presunte prove rilanciate sui social. Il clima nella più grande democrazia d’Africa, abitata da almeno 213 milioni di persone, è intorbidito anche da dichiarazioni dei politici: il Pdp nelle ultime ore ha accusato l’Apc di tentativi di broglio, soprattutto a Lagos, la città con il maggior numero di elettori registrati (7 milioni). Anche il Partito Laburista di Obi ha parlato di “pressioni” dell’Apc sulla Commissione elettorale. Peraltro proprio la temuta violenza, sotto forma di terrorismo islamico a nord, banditismo con sequestri di persona un po’ ovunque e tensioni separatiste nel sud-est, assieme alla crisi sociale ed economica, è l’eredità di Buhari che appesantisce la corsa di Tinubu e spinge quella di Obi.

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L’Australia esorta i suoi cittadini a lasciare Israele

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Il governo australiano ha esortato i suoi cittadini in Israele a “andarsene, se è sicuro farlo”. “C’è una forte minaccia di rappresaglie militari e attacchi terroristici contro Israele e gli interessi israeliani in tutta la regione. La situazione della sicurezza potrebbe deteriorarsi rapidamente. Esortiamo gli australiani in Israele o nei Territori palestinesi occupati a partire, se è sicuro farlo”, secondo un post su X che pubblica gli avvisi del dipartimento degli affari esteri e del commercio del governo australiano.

Il dipartimento ha avvertito che “gli attacchi militari potrebbero comportare chiusure dello spazio aereo, cancellazioni e deviazioni di voli e altre interruzioni del viaggio”. In particolare è preoccupato che l’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv “possa sospendere le operazioni a causa di accresciute preoccupazioni per la sicurezza in qualsiasi momento e con breve preavviso”.

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Esteri

Ian Bremmer: l’attacco di Israele è una sorta di de-escalation

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C’è chi legge una escalation e chi invece pensa che sia una de escalation questo attacco israeliano contro l’Iran. “È un allentamento dell’escalation. Dovevano fare qualcosa ma l’azione è limitata rispetto all’attacco su Damasco che ha fatto precipitare la crisi”. Lo scrive su X Ian Bremmer, analista fondatore di Eurasia Group, società di consulenza sui rischi geopolitici.

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Usa bloccano bozza su adesione piena Palestina all’Onu

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Gli Usa hanno bloccato con il veto la bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che raccomandava l’adesione piena della Palestina alle Nazioni Unite. Il testo ha ottenuto 12 voti a favore (Algeria, Russia, Cina, Francia, Guyana, Sierra Leone, Mozambico, Slovenia, Malta, Ecuador, Sud Corea, Giappone), 2 astensioni (Gran Bretagna e Svizzera) e il no degli Stati Uniti.

La brevissima bozza presentata dall’Algeria “raccomanda all’Assemblea Generale che lo stato di Palestina sia ammesso come membro dell’Onu”. Per essere ammessa alle Nazioni Unite a pieno titolo la Palestina doveva ottenere una raccomandazione positiva del Consiglio di Sicurezza (con nove sì e nessun veto) quindi essere approvata dall’Assemblea Generale a maggioranza dei due terzi.

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