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Il commerciante ucciso dai calcinacci è una tragedia annunciata. I testimoni: ritardi nei soccorsi

Marina Delfi

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Foto Kontrolab

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La morte di Rosario Padolino, commerciante di abbigliamento ucciso dai calcinacci del palazzo di via Duomo per molti era una tragedia annunciata. Il dolore e la rabbia dei familiari della vittima e degli abitanti della zona sono enormi: avevano segnalato già più volte l’esistenza di una situazione di pericolo. Che il palazzo fosse pericolante e che il cornicione del civico 269 di via Duomo potesse cadere infatti lo si sapeva già.

L’uomo che aveva 66 anni è morto poco dopo il ricovero. Il cornicione caduto dal palazzo, già ingabbiato e  puntellato perché pericolante è finito al di là della rete ed è arrivato in strada. In quel momento il titolare del negozio di abbigliamento  era sul marciapiede ed è stato colpito in pieno dai calcinacci alla testa. Sul posto sono arrivati subito i carabinieri, i vigili del fuoco e un’ ambulanza per soccorrere il poverino.

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Si è subito capito che si trattava di una ferita grave: l’uomo perdeva vistosamente sangue da un taglio alla testa ed è stato trasportato al CTO. In via Duomo si è scatenato il panico e c’è stato un fuggi fuggi generale. L’uomo è arrivato in ospedale in gravi condizioni, hanno provato a soccorrerlo ma l’uomo è morto poco dopo.  Sul posto Carabinieri e vigili del fuoco che hanno chiuso la strada per mettere in sicurezza la zona. Indagini in corso, gli investigatori ascolteranno a breve l’amministratore del condominio.

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Tragedia a Napoli, cadono calcinacci da un cornicione del centro e uccidono un commerciante

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“Ripetuti maltrattamenti”, così è morta la bimba di 8 mesi a Sant’Egidio del Monte Albino: il papà è agli arresti

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L’accusa fa tremare i polsi e rivoltare lo stomaco: omicidio volontario aggravato della figlia di appena 8 mesi, deceduta nella notte tra venerdì e sabato scorsi a Sant’Egidio Montalbino. E, secondo la Procura di Nocera Inferiore (Salerno), a commetterlo, sarebbe stato il padre Giuseppe Passariello, che ora è in carcere. La madre della piccola, Immacolata Monti, è indagata, con la stessa accusa. Gli inquirenti ritengono che l’uomo, un 37enne, sia gravemente indiziato di “ripetuti maltrattamenti che hanno causato la morte” della figlioletta “quale conseguenza delle lesioni riportate, aggravate dall’omissione reiterata dei necessari soccorsi”. Fondamentale ai fini dell’inchiesta saranno i risultati dell’autopsia effettuata oggi nell’obitorio dell’ospedale “Umberto I” di Nocera Inferiore dai medici legali Giuseppe Consalvo e Rosanna Di Concilio. Gli accertamenti potranno fare luce su eventuali responsabilita’ dei due indagati. Passariello era stato fermato dagli agenti della Squadra Mobile di Salerno domenica alle 13, nella stazione di Salerno, da cui, ritengono gli investigatori, si stava allontanando. I poliziotti, che lo stavano pedinando, gli hanno quindi notificato il provvedimento di fermo e poi lo hanno portato in carcere a Salerno. Le indagini erano scattate subito dopo l’arrivo della neonata in ospedale a Nocera Inferiore. La piccola – trasportata dall’ambulanza del 118 che l’aveva soccorsa nella sua abitazione di Sant’Egidio del Monte Albino (Salerno) – era giunta all’Umberto I gia’ priva di vita. I medici del pronto soccorso – che hanno tentato invano di rianimarla per circa 45 minuti – non hanno potuto non notare i vari lividi e le escoriazioni sul suo corpicino. Ematomi sospetti che, a seguito dell’esame esterno svolto dal medico legale Giuseppe Consalvo, hanno reso necessari gli ulteriori accertamenti degli investigatori.

Marito e moglie. Nella foto Giuseppe Passariello e Imma Monti, i genitori della piccola uccisa

Gli agenti della Squadra Mobile di Salerno, coordinati dal vicequestore Marcello Castello, insieme con i colleghi del commissariato di Nocera Inferiore hanno ascoltato i genitori della piccola per tutta la giornata di sabato, per provare a ricostruire quanto accaduto all’interno dell’abitazione di via Santi Martiri, nel quartiere San Lorenzo. Ma i poliziotti hanno ascoltato anche vicini di casa, familiari e assistenti sociali che seguivano la famiglia da qualche tempo. Racconti che hanno fatto emergere una condizione di estrema fragilita’: il papa’, diversi precedenti a suo carico, aveva lasciato poco tempo fa una comunita’ di recupero per tossicodipendenti. Era tornato a Sant’Egidio del Monte Albino, dove viveva da un anno e mezzo insieme con la moglie, la piccola e un altro bimbo di due anni. Un contesto difficile che, pare, in tanti conoscevano.

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Scorta tolta e restituita al capitano Ultimo, il Tar: scelta immotivata e frettolosa

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“Siamo orgogliosi del fatto che il Tar del Lazio abbia accolto la nostra tesi difensiva: secondo i giudici, infatti, la decisione della revoca della misura di protezione personale avrebbe dovuto essere adottata sulla base di una valutazione approfondita e specifica in ordine alla situazione di rischio in cui versa tuttora Ultimo. Viceversa, la revoca e’ stata frettolosa e non motivata in modo approfondito ed ha esposto il colonnello Sergio De Caprio a gravi rischi che fortunatamente i magistrati amministrativi hanno scongiurato, prima in sede cautelare con l’ordinanza di sospensiva ed ora definitivamente nel merito con la sentenza”. Lo afferma in una nota il difensore del Capitano Ultimo, l’avvocato Antonino Galletti, commentando la decisione del Tar Lazio.

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‘Ndrangheta, il boss Rocco Morabito è evaso dal carcere in Uruguay: stava per essere estradato in Italia

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Lo avevano catturato nel 2017, dopo 23 anni di latitanza, e per lui stavano per aprirsi le porte di un carcere italiano dove avrebbe dovuto scontare una condanna a 30 anni. Ma l’estradizione, alla quale ha cercato di opporsi in tutti i modi, adesso non e’ piu’ un argomento all’ordine del giorno: il “re” del narcotraffico, il boss della ‘ndrangheta Rocco Morabito, di 53 anni, infatti, e’ riuscito ad evadere dal carcere centrale di Montevideo, in Uruguay, paese nel quale era stato arrestato nel settembre di due anni fa.

Morabito, originario di Africo, ritenuto al vertice dell’omonima cosca e cugino del boss Giuseppe Morabito, detto “Tiradritto”, e’ scappato insieme ad altri tre reclusi. Il boss era ricoverato con i suoi complici in osservazione nell’infermeria del carcere. I quattro, non si sa bene come, avrebbero creato un passaggio nel tetto, riuscendo poi a calarsi in una fattoria confinante dove hanno rubato del denaro alla proprietaria. Una fuga definita “sconcertante e grave” dal ministro dell’Interno Matteo Salvini che si e’ preso due impegni: “fare piena luce sulle modalita’ dell’evasione, chiedendo spiegazioni immediate al governo di Montevideo” e continuare “la caccia a Morabito, ovunque sia”.

Il boss era in attesa della pronuncia definitiva della Corte suprema di giustizia alla quale si erano rivolti i suoi legali dopo che nel marzo scorso un tribunale penale d’Appello aveva confermato l’autorizzazione all’estradizione in Italia. Estradizione che Morabitoaveva cercato di evitare arrivando anche ad insultare una giudice durante un dibattimento in tribunale nella speranza di far sospendere il processo. Adesso le autorita’ uruguaiane hanno diramato un allarme a livello nazionale indicando un numero di telefono a cui rivolgersi in caso di informazioni utili.

Inondava di cocaina Milano, il capo del narcotraffico della ‘ndrangheta Rocco Morabito sarà estradato in Italia

Per gli inquirenti italiani, Morabito era uno di quei narcos capaci di inondare l’Italia di cocaina proveniente dal Sud America dove si era rifugiato. Era stata la polizia uruguayana ad ammanettarlo in un hotel di Montevideo, dove aveva cercato di sfuggire alla cattura esibendo documenti falsi. Ma le sue impronte digitali, comparate grazie alla collaborazione dei carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria lo inchiodarono. Inserito nell’elenco dei 10 latitanti di massima pericolosita’, Morabito viveva da anni in Uruguay dopo avere viaggiato in lungo ed in largo per il Sud America, per evitare i 30 anni di carcere per associazione mafiosa e traffico internazionale di droga collezionati nel tempo tra Milano, Palermo e Reggio Calabria. E fu un’inchiesta milanese a portare alla luce come il boss fosse estremamente considerato dai narcos colombiani ai quali era solito consegnare valigette piene di miliardi di lire direttamente in piazza San Babila, nel centro della citta’. In una occasione fu fotografato in doppiopetto grigio con in mano una al cui interno c’erano 2,9 miliardi.

Milano, imprenditrice si rivolge alla ‘ndrangheta per riscuotere un credito

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