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Capire la crisi Ucraina

I russi sono aggressori, gli ucraini si difendono: ora fermare i generali, far parlare i diplomatici

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La Russia deve vincere qualcosa in questa guerra di aggressione ad un Paese sovrano confinante. Quel qualcosa si chiama la regione del Donbass, la città di Mariupol e l’annientamento del Battaglione Azov, un tempo squadrone paramilitare nazifascista, che dal 2014 a oggi ha commesso più o meno le stesse atrocità che s’imputano ai russi nei villaggi orientali ucraini a maggioranza russofona oggi liberati dalla loro crudele e sanguinaria presenza. L’Ucraina ha diritto di difendersi da una brutale aggressione e deve perdere il meno possibile. Parliamo di territori che la Russia vuole sottrarre dopo aver preso la Crimea senza sparare un solo colpo d’artiglieria. Solo così l’Ucraina potrà sedersi tra qualche tempo ad un tavolo di trattative diplomatiche e sperare di strappare prima un armistizio e poi si spera un trattato di pace che gli consentirà di continuare a dirsi un Paese sovrano che ha resistito ad un aggressore cento volte più potente e soprattutto armato di testate nucleari.

L’Ucraina ha diritto di chiedere aiuto e i Paesi amici che forniscono aiuti umanitari e armi sono legittimati a farlo anche in forza del diritto internazionale perché gli ucraini sono aggrediti, non aggressori. La Russia sotto questo profilo ha poco o nulla da reclamare contro i Paesi che aiutano l’Ucraina. Sarà la storia (e gli storiografi) a stabilire domani se la scelta di Vladimir Putin di muovere una guerra così atroce ad un Paese fratello che voleva intraprendere un’altra strada è stata un boomerang clamoroso. Al momento, dopo 50 giorni di guerra, l’invincibile armata russa è stata costretta a retrocedere verso i territori del Donbass dalla capacità di reazione dell’esercito ucraino.

Zelensky incontra i leader baltici e dice all’Ue: fermate Mosca o addio est Europa

Quello che è emerso dai villaggi occupati dai russi nella loro avanzata iniziale è, al netto della propaganda ucraina, una sequela di crimini di guerra su cui occorrerà fare chiarezza. Sempre ad oggi, la volontà dichiarata di Putin di schiacciare l’Ucraina per impedire alla Nato un ulteriore pericoloso allargamento verso Est, sembra aver sortito l’effetto contrario. L’Austria, paese neutrale, potrebbe a breve chiedere di entrare in orbita Nato. Due paesi scandinavi, anch’essi neutrali, Finalndia e Svezia, peraltro confinanti  alla Russia, hanno già chiesto formalmente di aderire alla Nato. Una decisione presa dai premier scandinavi senza aver paura delle minacce russe di rivedere lo status di area denuclearizzata del Baltico, anzi una scelta voluta proprio per rispondere alle minacce reiterate dei russi di attaccare qualunque Paese che mostri interessi all’ombrello protettivo della Nato.

Mariupol. Palazzi distrutti dai bombardamenti a tappeto dei russi

Ora quello che qualcuno definiva il rischio escalation militare e ritorno ad un clima da guerra fredda è diventato una certezza. A Est dell’Europa la Russia sente l’isolamento, avverte il morso delle sanzioni economiche e sente il fiato sul collo della presenza del dispositivo militare Nato sempre più vicino. Insomma siamo sull’orlo di un precipizio. Per ora solo una cosa sembra essere chiara: una guerra totale non convenzionale con il rischio dell’uso del nucleare dovrebbe essere scongiurata. “La Russia non userà mai le sue testate nucleari se non nel caso in cui fosse messa in discussione la sua stessa esistenza”: questo dice Putin. Ma non è più un leader affidabile agli occhi degli occidentali. Le fosse comuni, gli stupri di donne e bambini, il trattamento disumano riservato ai militari ucraini arresi o catturati hanno mostrato un volto poco conosciuto della dirigenza russa. Eppure occorre trovare una via diplomatica a questa crisi che può rappresentare l’abisso dell’aberrazione umana. Con Putin e con la Russia occorre avere a che fare. Con Putin occorrerà negoziare. Con Putin occorrerà fare la pace. E sarà possibile solo dopo che sul campo di battaglia russi e ucraini avranno ottenuto quello che reputano essere le loro vittorie. La vittoria dei russi l’abbiamo già raccontata, per gli ucraini la vittoria è riuscire a impedire a Putin di prendere Kiev e sistemare alla guida del Paese un suo fantoccio. Verrà dunque il tempo della diplomazia. Speriamo presto. Nel frattempo i leader occidentali dovranno mostrare maggiore prudenza nella guerra della propaganda contro Putin.

Le brutalità sui civili non sono un genocidio, almeno non lo sono ancora sotto il profilo del diritto internazionale. Per ora siamo alla denuncia concreta di crimini di guerra. A provarli saranno esperti ucraini e di altri Paesi (ci sono già esperti francesi) che si occupano delle atrocità con argomentazioni di criminologia forense internazionale.  Crimini che alla fine delle ostilità difficilmente saranno perseguiti perché i criminali di guerra vengono puniti solo se a giudicarli saranno i tribunali e i giudici dei vincitori. E a me pare che gli ucraini difficilmente (uso un eufemismo) vinceranno la guerra. Nella seconda guerra mondiale abbiamo perseguito i criminali di guerra tedeschi. E l’abbiamo fatto bene. I nazisti sono stati giudicati responsabili di crimini di guerra e del genocidio vero di un popolo: gli ebrei. Un genocidio perseguito scientemente con leggi e con atrocità peraltro mai nascoste, anzi ostentate. Allo stesso tempo, però, è onesto scrivere che nessun ha mai pensato di portare davanti ai giudici di Norimberga anche coloro che furono mandanti e autori dello sganciamento di due ordigni nucleari su due città giapponesi rase al suolo, Hiroshima e Nagasaki.

Hiroshima. Quel che resta ancora in piedi dell’orrore nucleare

Il numero delle vittime dirette fu stimato tra le 150 000 e le 220 000 giapponesi. Quasi tutti civili. Anche quelli furono crimini di guerra, un genocidio di popolo, il popolo giapponese. Allora occorre sperare nella pace e nel buonsenso di chi è disposto in questo momento storico a rinunciare a qualcosa in cambio della fine della guerra. Gli eserciti in campo non sono solo due, ucraino e russo, ma tanti. I russi dovranno fermarsi a Mariupol, dove hanno distrutto una intera città e ucciso migliaia di civili. I russi dovranno fermarsi, non posso continuare a bombardare, devastare interi villaggi, uccidere migliaia di civili e distruggere ogni infrastruttura civile con la scusa della guerra. I russi devono smetterla di minacciare i vicini, ammassare truppe e ipotizzare in via del tutto eccezionale persino l’uso di armi nucleari.

Ma se i russi devono smetterla, anche gli occidentali possono e debbono cambiare registro e linguaggio diplomatico. Occorre puntare sulle sanzioni  e non più e non solo sulla escalation militare. Anche il comandane in capo dell’esercito più potente del mondo, Joe Biden, deve essere più continente nel suo linguaggio. La diplomazia vuole un linguaggio meno ruvido. Meno “Putin è una bestia”, “Putin è un delinquente”, “Putin sta commettendo un genocidio” e maggiore uso di canali diplomatici per fermare la macchina da guerra russa. In questa guerra del terzo millennio che si combatte nel cortile d’Europa, non potrà esserci un vinto e un vincitore, così come non è pensabile una guerra nucleare che sarebbe l’inizio dell’estinzione del genere umano. E allora occorre sperare che i diplomatici tornino ad essere protagonisti e a prendere il posto dei generali che producono morti, distruzioni, devastazioni, odio e rancore tra popoli.

Giornalista. Ho lavorato in Rai (Rai 1 e Rai 2) a "Cronache in Diretta", “Frontiere", "Uno Mattina" e "Più o Meno". Ho scritto per Panorama ed Economy, magazines del gruppo Mondadori. Sono stato caporedattore e tra i fondatori assieme al direttore Emilio Carelli e altri di Sky tg24. Ho scritto libri: "Monnezza di Stato", "Monnezzopoli", "i sogni dei bimbi di Scampia" e "La mafia è buona". Ho vinto il premio Siani, il premio cronista dell'anno e il premio Caponnetto.

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Putin guarda al G7,’tempi non facili ma i russi con noi’

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In questo momento “non facile” per la Russia, tutto il popolo sostiene gli “eroi” impegnati nel conflitto in Ucraina. E’ questo il messaggio che Vladimir Putin invia ai leader del G7 alla vigilia dell’apertura del vertice di Borgo Egnazia, nel giorno in cui navi militari di Mosca, tra cui la fregata Ammiraglio Gorshkov con il suo carico di missili ipersonici Zirkon, sono entrati nel porto dell’Avana, a meno di 200 chilometri dalle coste della Florida. Intanto la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, avverte che “la Russia non lascerà senza risposta le azioni così aggressive” degli Stati Uniti, riferendosi al nuovo pacchetto di sanzioni annunciato da Washington alla vigilia del vertice, pianificate per colpire “forniture critiche provenienti da Paesi terzi” e che prendono di mira tra l’altro la Borsa di Mosca.

“In un tempo che non è facile per il nostro Paese, siamo nuovamente uniti dal patriottismo e dalla responsabilità per il destino della Madrepatria”, e questo fa da “fondamento per i partecipanti all’operazione militare speciale”, ha detto Putin durante una cerimonia per il conferimento di onoreficenze. Poche ore dopo, mentre le navi da guerra russe arrivavano all’Avana, il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha ricevuto il suo omologo cubano, Bruno Rodriguez Parrilla, attaccando gli Usa per il fatto che continuano a tenere il Paese caraibico nella loro lista degli ‘Stati sponsor del terroriso’.

“Una anomalia assoluta”, l’ha definita il capo della diplomazia russa, secondo il quale sono proprio “gli Stati Uniti e i loro satelliti” che “cercano di mantenere la loro vacillante egemonia negli affari globali ricorrendo a metodi di aperto terrore, impiegando mezzi economici, finanziari e diplomatici e il finanziamento diretto di attacchi terroristici del regime neonazista di Kiev contro i civili sul suolo russo”.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che sarà presente al vertice del G7, ha denunciato un nuovo bombardamento missilistico russo su Kryvyj Rish con un bilancio di 9 morti e 29 feriti. Un caso che ha citato a sostegno delle sue pressanti richieste ai partner occidentali perché forniscano più avanzati sistemi di difesa aerea. A sorpresa, prima di arrivare in Puglia, il leader ucraino è volato in Arabia Saudita dove, afferma, ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Salman per discutere del vertice di pace in Svizzera il 15 e 16 giugno.

L’Aeronautica militare di Kiev ha affermato di essere riuscita ad abbattere la notte scorsa un missile ipersonico russo Kinzhal, oltre a decine di droni e quattro missili da crociera. Lo Stato maggiore ucraino ha anche detto che le forze di Kiev hanno distrutto tre radar dei sistemi di difesa aerea russi S-300 e S-400 in Crimea. Da parte sua, il ministero della Difesa di Mosca ha riferito di un bombardamento con missili lanciati dall’aria e da terra su una imprecisata “base aerea” ucraina.

Mentre missili Iskander avrebbero colpito un sistema di difesa missilistico S-300 nella regione di Poltava distruggendo due lanciatori, due stazioni radar e una cabina di controllo. Il governatore della regione russa di Belgorod ha invece accusato le truppe ucraine di aver provocato la morte di un civile e il ferimento di altre tre persone in un bombardamento con razzi sulla cittadina di Shebekino.

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Zuppi, per l’Ucraina avere lo struggimento che ha il Papa

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“Papa Francesco ci chiede di non abituarci alla guerra. A me, come credo a tanti, ha commosso la commozione di papa Francesco l’8 dicembre a Piazza di Spagna, quando con tutto lo struggimento di far proprio il dolore del popolo ucraino, la sofferenza del popolo ucraino colpito dalla guerra, vi ricordate, non riusciva più ad andare avanti. Dobbiamo continuare ad avere quello stesso struggimento. Perché ogni giorno che passa è tante persone che muoiono, è un odio che diventa ancora più profondo, è un inquinamento che diventa ancora più insopportabile in tutto l’ambiente. E il rischio è che sia davvero una guerra mondiale, che nei suoi vari pezzi già coinvolge tanti”.

Lo ha detto il cardinale di Bologna e presidente della Cei Matteo Maria Zuppi intervenendo questo pomeriggio a Rimini, nella prima giornata del 44/o Meeting per l’amicizia fra i popoli, alla tavola rotonda moderata da Bernhard Scholz sulla Fratelli tutti. La missione di pace affidatagli dal Papa, ha detto Zuppi, “nasce da questo. Papa Francesco ci insegna a struggerci per la pace, a cercare tutti quanti i modi: spingere, trovare quello che può essere utile, ascoltare, manifestare la vicinanza, vedere gli spazi che possono favorire una composizione”. Secondo il cardinale, “questo non significa tradimento. Mi spiego. La pace richiede la giustizia, e richiede la sicurezza. Cioè non ci può essere una pace ingiusta, anche perché sarebbe la premessa di una continuazione dei conflitti. Dev’essere una pace giusta. E non dimentichiamo naturalmente che c’è un aggressore e c’è un aggredito”.

“E dev’essere una pace sicura – ha proseguito -, cioè che possa permettere alle persone di guardare con speranza al futuro. Poi certamente la sicurezza richiede il coinvolgimento di tutti, mai dare per scontato. Davvero se vuoi la pace prepara la pace. E’ questo il grande impegno che dobbiamo con consapevolezza e responsabilità cercare”. Nella missione, poi, “c’è l’attenzione soprattutto per la parte umanitaria, quindi i bambini ucraini che sono in Russia, provare a capire che cosa si può fare e quindi anche il ritorno di chi deve ritornare nelle proprie famiglie, nelle proprie case”. “E i frutti? – si è chiesto lo stesso Zuppi – Purtroppo la guerra lacera con profondità e qualche volta con rapidità, ma la guerra è sempre una preparazione, c’è sempre in terreno di coltura, c’è sempre una gestazione, non dobbiamo mai dimenticare. Sicuramente questo ci richiede, richiederà la capacità di mettere insieme tanti soggetti che possano spingere per trovare la pace”.

“Personalmente – ha detto ancora – lo vivo con una grande consapevolezza: quanta gente prega per la pace. E devo dire che questo mi dà, per certi versi, ancora più responsabilità, una responsabilità che ci coinvolge tutti quanti, ma anche il senso di una grande invocazione che ci spinge, ci deve spingere, ci spingerà anche nelle prossime settimane, nei mesi prossimi se serve, a trovare la via della pace, a rispondere a quel vero desiderio di tutti che è di liberarci della violenza e di fare tesoro di questa pandemia perché finalmente si possa combattere la guerra e si possa immaginare un mondo senza guerra”.

Per Zuppi, questa “non è un’ingenuità. ‘Ma come? con quello che succede? Anzi, con la tentazione del riarmo?’ – ha detto -. Ma a maggior ragione, come con la pandemia del Covid dobbiamo far tesoro, dobbiamo anche sapere far tesoro di questo e cercare tutti gli strumenti che possano comporre i conflitti. Perché il dialogo non è tradire le ragioni, non è accettare una pace ingiusta, ma è trovare una pace giusta e sicura, però non con le armi bensì con il dialogo. E questo credo che sia davvero indispensabile per questa tragica guerra in Ucraina e in tanti pezzi della guerra mondiale”. Nel corso della tavola rotonda, il cardinale ha ascoltato anche quattro testimonianze di imprenditori o operatori nel campo sociale sul tema dell'”amicizia operativa”, e ha voluto sottolineare come anche “l’amicizia sociale è costruzione di pace: è liberare da tanta rabbia, da tanto odio, da tanto individualismo. Questo discorso dell’amicizia sociale credo che papa Francesco ce lo rilanci perché altrimenti non c’è futuro. Quindi la Laudato sì per la casa comune, perché altrimenti non c’è più l’uomo che non ce la fa più a vivere, e la casa che non può essere una casa di estranei, ma Fratelli tutti”.

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L’India non invita Kiev al G20, ‘non è tema del summit’

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Dietro le quinte l’adagio si ripete da tradizione: il G20 non è palcoscenico per la sicurezza internazionale. E, fedele alla sua politica di non allineamento, l’India padrona di casa lo certifica con un segnale inequivocabile: a Delhi il 9 e 10 settembre l’Ucraina non ci sarà. Una scelta utile, nella visione del ministro degli Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar, a mantenere i riflettori puntati sui Paesi emergenti. Ma che lascia presagire tensioni e lunghi negoziati tra le diplomazie per arrivare a una dichiarazione finale capace di fare riferimento alla guerra e alle sue conseguenze al cospetto anche di Mosca, invitata di diritto al forum politico. Seppur con l’incognita della presenza, ancora tutta da confermare ma data assai improbabile, del presidente Vladimir Putin, sempre esposto al mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale.

Pubblicata sul sito della presidenza del G20 a poco più di tre settimane dal summit, la lista confezionata da Delhi conta ventinove ospiti: oltre ai consueti venti Paesi più industrializzati, l’invito è stato esteso anche alla Spagna, in qualità di membro permanente, ai Paesi Bassi, e poi a Bangladesh, Nigeria, Mauritius, Egitto, Oman, Singapore ed Emirati Arabi Uniti. Scorrendo l’elenco, dell’Ucraina nemmeno l’ombra. Del resto, si è giustificato il capo della diplomazia indiana, il G20 “non è il Consiglio di sicurezza dell’Onu, è una piattaforma focalizzata sulla crescita globale” che “deve restare al centro dell’attenzione”.

E il mancato invito, è il chiarimento, non mette certo in discussione le “relazioni buone e solide in campo economico, militare, tecnologico e di sicurezza alimentare” tra Delhi e Kiev, evidenziate anche dagli incontri – l’ultimo a margine del G7 di Hiroshima a maggio – tra il primo ministro Narendra Modi e il presidente Volodymyr Zelensky. L’esclusione dell’Ucraina – in discontinuità con la linea dettata nel novembre scorso anno dall’Indonesia al G20 di Bali – conferma però la fermezza dell’India nel mantenersi “indipendente” davanti al conflitto. E alimenta nuove polemiche intorno al supporto internazionale a Kiev all’indomani delle controverse parole del braccio destro di Jens Stoltenberg, Stian Jenssen, che aveva indicato la cessione di alcuni territori ucraini a Mosca come “una soluzione” per un’adesione del Paese alla Nato, facendo infuriare il consigliere presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak.

Uscita di cui lo stesso Jenssen ha poi fatto mea culpa, definendola un “errore”, mentre la stessa Alleanza è corsa ai ripari riaffermando il suo sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale ucraina. Da parte sua, l’India assicura il pieno impegno sulla scena del G20 per arrivare a un testo finale “ambizioso”. In queste settimane – con l’intera nazione che attende il grande evento puntellata di manifesti dallo slogan scelto dalla presidenza ‘One Earth. One Family. One Future’ – il lavoro degli sherpa è fitto e destinato a protrarsi fino all’ultimo minuto utile. Tra i corridoi del segretariato del G20 nella capitale indiana circola un cauto ottimismo per il successo finale delle trattative nel segno di quanto espresso a Bali. Oggi come ieri, è l’annotazione di Jaishankar, le conseguenze della guerra “continuano a dominare l’economia mondiale”.

E a colpire anche quel Sud globale di cui l’India vuole rappresentare “la voce” e le istanze, dando più spazio – in una formula ancora da definire – anche all’Unione africana con l’intento di “plasmare un nuovo ordine mondiale”. Nuove architetture, soprattutto economiche, che prima di approdare a Delhi saranno all’ordine del giorno anche del vertice dei Brics, il club degli emergenti o ex tali – capeggiati da Russia, Cina, India e Brasile – il 22-24 agosto in Sudafrica. Le loro priorità, nella visione indiana, dovranno essere ascoltate dalle economie più sviluppate a settembre. Nessuno spazio, nemmeno a margine, per nuovi colloqui di pace nel solco di Gedda.

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