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Guardiola fa paura, il suo Man City vuole il ‘Treble’

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“Sì, vincere la Champions League è assolutamente un sogno, per realizzare il quale devi avere dentro te stesso le dosi giuste di ossessione e di desiderio. E quindi è giusto sognare di conquistarla”. Pep Guardiola si presenta così in conferenza stampa Istanbul, lui che di finali di Champions se ne intende, avendola vinta da calciatore, con il Barcellona quando ancora si chiamava Coppa dei Campioni (e i ‘blaugrana fecero piangere la Sampdoria) e da allenatore, due volte, ancora con il Barcellona. Poi è arrivata, due anni fa, la sconfitta a sorpresa contro il Chelsea, segno che non bisogna mai dare nulla per scontato. Quindi grande rispetto per l’Inter e per Simone Inzaghi, ma le idee del manager del Manchester City, che dopo Premier e FA Cup vuole anche il titolo europeo per realizzare il ‘Treble’, sono chiare. “Ci rendiamo perfettamente conto dell’importanza di questa competizione, e quindi di questa finale – dice Guardiola – e siamo concentrati su quanto dovremo fare. Ho studiato a lungo le partite dell’Inter, cercando di capire e conoscere nel miglior modo possibile. Ma ciò che conterà domani sarà la nostra prestazione, il cercare di fare del nostro meglio, di giocare nel miglior modo possibile, e ciò farà la differenza”.

E consacrerà finalmente il Manchester City anche in Europa, per la ‘disperazione’ dei ‘cugini’ dello United che finora sul fatto che i Citizens non siano mai diventati campioni d’Eropa hanno scherzato a lungo. E poi anche lo Sceicco Manosur vorrebbe quel trofeo finora solo sfiorato, cercando nel frattempo di capire se le oltre 100 capi di imputazioni che pendono ancora sul City, accusato di aver reiteratamente violato le regole finanziarie , avranno un seguito fra i confini inglesi. Ma questo non riguarda Guardiola, profeta del calcio ‘ossessionato’ dalla partita di domani. “Analogie con la finale persa due anni fa? – dice il tecnico -. Da quella partita con il Chelsea sono successe tante cose, e domani sarà un’altra partita. Quella volta preparammo delle cose che poi in campo non funzionarono, oggi i miei mi sembrano veramente pronti e nel gruppo avverto un feeling positivo. Ho grande rispetto per l’Inter, ma siamo pronti”. Inevitabile una battuta sul peso del pronostico, sbilanciato a favore dei campioni d’Inghilterra.

“Non posso controllare cosa dicono o pensano le persone – dice Guardiola -. Tutto dipenderà da noi e dall’Inter. La squadra più forte sarà la vincitrice: se alzerà la coppa, l’Inter sarà più grande del City. Conta solo la partita. Quale sarà la chiave per vincerla? Sono tante, perché l’Inter è una squadra abituata non solo a difendere”. “C’è la convinzione che le squadre italiane sappiano solo difendere, ma l’Inter sa fare tante altre cose – spiega il manager del City – Acerbi, Darmian, Bastoni e Onana sono molto efficaci nel far ripartire la squadra. E tutti gli attaccanti, da Lautaro a Correa, sanno essere pericolosi. L’Inter ha la capacità di tenere la palla e di finalizzare, sa attaccare dal centro e dalle fasce. Cercheremo di difendere il meglio possibile, sia alti che bassi”. Altrimenti potrebbe esserci la sorpresa, e il City dovrebbe ingoiare un boccone terribilmente amaro.

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Bologna domina ma Juve acciuffa il 3-3 negli ultimi 15′

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Doppietta di Calafiori e gol di Castro: Thiago Motta e il Bologna danno una lezione alla Juventus per 75′. Alla Juventus però basta un quarto d’ora per rimettere in piedi una partita in cui non aveva visto palla fin lì. In classifica non cambia nulla: felsinei terzi a pari punti con i bianconeri a 68 punti ma con l’Atalanta, ferma a 66, che deve ancora giocare una partita con la Fiorentina. Il Bologna stacca la spina e con un errore di Lucumi regala a Chiesa il 3-1. Poi arriva la punizione di Milik e il lampo di Yildiz, su un altro errore di Posch, che riscrive un match che fino alla mezzora del secondo tempo aveva visto una sola squadra in campo. Merito anche delle scelte di Montero, che parte con il 3-5-2 di Allegriana memoria ma stravolge la squadra nella ripresa passando al 4-3-3: è la mossa che sveglia la Signora, che resta così in corsa per il terzo posto a una giornata dal termine.

In avvio non non c’è partita: il Bologna allunga per il terzo posto schiantando la Juventus. E’ una vittoria storica, all’interno di un’annata memorabile: la Champions è in cassaforte e sulla torta rossoblù arriva la ciliegina della vittoria casalinga sui bianconeri che al Dall’Ara era attesa dal 1998. La formula con cui Thiago Motta schianta quella Juventus che lo corteggia per la prossima stagione è la stessa con cui i rossoblù sono passati al Maradona: partenza lanciata. Undici minuti ed è già 2-0. Undici minuti di occasioni e ritmi altissimi, con Freuler a divorarsi il vantaggio e Szczesny a salvarsi in angolo.

Ma sugli sviluppi ecco il vantaggio con la prima rete in campionato di Calafiori, che corona una stagione che lo ha visto diventare uno dei centrali più forti d’Italia: Castro centra, il difensore si impossessa di una palla vagante e da corta misura infila la palla al sette. Pochi giri di lancette e c’è un’altra occasione per Aebischer e all’undicesimo ecco il cross di Ndoye, su cui si avventano Urbanski e Castro: la toccano entrambi di testa, dimenticati da Gatti e Bremer, l’ultimo è l’argentino, che segna il primo gol. Altra prima volta ed è 2-0 e non arriva il terzo solo perché Szczesny ci mette il guanto al 13′ per evitare il 3-0, che arriva con Odgaard ma in fuorigioco.

Juve in bambola, Bologna padrone del campo, che poi rallenta sul finire del primo tempo passando in modalità gestione, mettendo comunque sotto i bianconeri sul piano di organizzazione. Vlahovic e Chiesa vengono ingabbiati da Lucumi e Calafiori. La prima occasione la Juventus la crea a inizio secondo tempo sull’asse Chiesa-Rabiot, ma Skorupski mette in angolo.

E’ un episodio, però, e risveglia il Bologna, che chiude i giochi all’ottavo della ripresa, con la doppietta di Calafiori: Vlahovic non gestisce bene un pallone in appoggio, Danilo sbaglia tutto, Urbanski ruba palla e il difensore arriva a rimorchio per involarsi verso il cucchiaio del 3-0, come nel 1998. Sembra finita ma così non è così. Montero passa al 4-3-3 con l’ingresso di Yildiz e il Bologna entra in modalità festa anticipata. Un errore di Lucumi regala il gol della bandiera a Chiesa. La Juventus la riapre poi con una punizione di Milik a 7 dal novantesimo e un minuto dopo impatta: errore di Posch e Yildiz ringrazia. La Juventus avrebbe pure la palla per vincerla con Chiesa, ma Aebischer rimedia: sarebbe stato troppo, per quanto visto.

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Il futuro può attendere, la surreale festa scudetto Inter

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Una bandiera cinese che sventola sugli spalti, uno striscione “grazie Steven” con i trofei vinti da Zhang come presidente. Se non fosse stato per la bandiera e lo striscione, nessuno o quasi avrebbe pensato alla situazione legata alla proprietà dell’Inter, con Suning che rischi di vedersi sfilare il club dalle mani se non ripagherà entro martedì un prestito da circa 385 milioni di euro (interessi compresi) che Oaktree aveva garantito nel maggio 2021 per la gestione del club nerazzurro. Una situazione quasi surreale, ma d’altronde era troppo grande la voglia di continuare a celebrare il trionfo il campionato per pensare a cose che avvengono decisamente lontane dal campo.

Così per un altro pomeriggio tutta la famiglia interista ha pensato solo a festeggiare quel ventesimo scudetto vinto matematicamente in casa dei cugini rossoneri, ma che stasera ha avuto anche quel senso di celebrazione ufficiale con la consegna della coppa di Campioni d’Italia davanti ai 70mila di San Siro. Un pomeriggio di festa come gli altri, quindi, fin dal pre-partita, con Lautaro e compagni accolti da una marea nerazzurra all’arrivo in pullman, tra cori, bandiere e fumogeni. Anche le semplici chiacchiere tra tifosi erano incentrate su altro, il tema mercato e i rinnovi, la partita con la Lazio, la situazione delle concorrenti, i risultati delle partite delle 15 per la lotta salvezza (con qualche sfottò anche verso il Sassuolo, retrocesso matematicamente).

La situazione Suning è rimasta così di fatto fuori da San Siro, ben lontana, perché dentro il Meazza ha pensato solo alla festa e alla partita. Con celebrazioni anche per i protagonisti della prima stella nerazzurra nella stagione 1965/66 da Mazzola a Bedin. Poi la grande coreografia tricolore su tutti gli spalti, Qualche mugugno per il gol del vantaggio biancoceleste segnato da Kamada, poi la delusione per le occasioni sprecate e le parate di Paradel, fino alla esplosione per il colpo di testa di Dumfries per l’1-1 finale. Un pari che non consentirà ai nerazzurri di puntare al record di punti della propria storia in campionato (visto che al massimo vincendo la gara con il Verona all’ultima giornata potranno arrivare a 96, rispetto ai 97 del 2006/07), ma che ha permesso comunque all’Inter di celebrare adeguatamente con la coppa in mano.

Al fischio finale infatti è comparso rapidamente il palco dove il presidente della Lega Serie A Lorenzo Casini e l’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola hanno consegnato a uno a uno la medaglia ai calciatori nerazzurri e al tecnico Inzaghi. Da Sommer a Thuram, ovazione per tutti fino all’arrivo di Lautaro Martinez, che ha ricevuto la coppa alzandola al cielo tra i fuochi d’artificio e l’ovazione del Meazza. E poi la festa con le famiglie in campo (tra cui anche il padre di Thuram, l’ex juventino Lilian, con la maglia nerazzurra), con i bambini dei giocatori a trasformarsi chi in capo ultras chi in copie dei rispettivi padri facendo correre qualche pallone sul prato di San Siro. Fino al concerto di Ligabue e Tananai, cuori nerazzurri capaci ancora di far continuare i festeggiamenti. Il futuro può attendere per il popolo interista: oggi contava più celebrare la seconda stella.

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Per la Roma vittoria e sesto posto blindato,1-0 a Genoa

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Una Roma brutta, ma efficace vince contro il Genoa e blinda il sesto posto. All’Olimpico finisce 1-0 per i giallorossi che la sbloccano solo a undici minuti dalla fine con il gol di Lukaku nonostante l’inferiorità numerica per via del cartellino rosso a Paredes. Tre punti che regalano ai giallorossi la matematica certezza del sesto posto. I ritmi, però, nel primo tempo sono quelli da calcio d’estate con De Rossi che sceglie, almeno dall’inizio, di far partire dalla panchina Paulo Dybala. Troppi pochi i due allenamenti in gruppo per usarlo dal primo minuto, per questo gli preferisce Baldanzi, schierato sulla trequarti al fianco di Pellegrini e dietro a Lukaku.

Erimane fuori anche El Shaarawy, con Bove inserito a centrocampo nel terzetto con Cristante e Paredes. Di contro Gilardino rinuncia a Gudmundsson, lanciando Ekuban con Retegui. Ma i primi quarantacinque minuti scivolano via senza emozioni, con la Roma che prova a impostare nella metà campo del Genoa, senza però trovare l’ultima giocata. Il primo squillo, infatti, è al 23′ di gioco con lo scambio nello stretto tra Cristante e Baldanzi, terminato con la conclusione da fuori dell’ex Empoli che non inquadra la porta. Risponde il Genoa in contropiede, ma anche qui il tiro di Retegui su assist di Fredrup non è preciso. Passano i minuti e la Roma decide di provarci da fuori non riuscendo a sfondare in area di rigore, ma a regnare è comunque l’imprecisione e la noia (lo sbadiglio di Dybala in panchina ne è la prova). Dall’intervallo le squadre rientrano con gli stessi undici e anche il piano gara non cambia.

Tanti errori da entrambe le parti e De Rossi prova a smuovere le carte inserendo Dybala ed El Shaarawy per Baldanzi e Pellegrini. Doppio cambio anche per Gilardino con l’inserimento di Gudmundsson per Ekuban e quello di Thorsby per Strootman, uscito tra la standing ovation del suo vecchio pubblico. Con le sostituzioni la partita si accende e per i giallorossi c’è una doppia occasione El Shaarawy-Lukaku, con Martinez bravo su Big Rom a spedire in calcio d’angolo. E’ sul momento migliore, però, che la Roma resta in dieci per il doppio giallo in trenta secondi di Paredes: prima il fallo e poi le proteste con Manganiello che non perdona e l’argentino che lascia la sua squadra in inferiorità numerica. Eppure è comunque la Roma a fare la partita e soprattutto a sbloccarla con il primo errore di De Winter che si perde Lukaku per lo stacco di testa dell’1-0. Romelu dunque saluta l’Olimpico con il suo 21/o gol stagionale per un risultato che la squadra di De Rossi tiene fino alla fine. Ora i giallorossi tiferanno per la vittoria dell’Atalanta in Europa League e per il quinto posto dei bergamaschi in campionato. Così anche la Roma sarebbe in Champions League nonostante il sesto posto.

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