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Cronache

Farmaci, torna di nuovo disponibile il Sinemet per il Parkinson

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Il medicinale Sinemet, indicato nel trattamento della malattia di Parkinson, risulta attualmente disponibile, “essendo cessati i problemi produttivi che hanno reso il farmaco carente nelle scorse settimane”. Ma non si escludono future nuove carenze. E’ quanto rende noto l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). A denunciare le difficolta’ dei pazienti dovute all’impossibilita’ di reperire il farmaco che contrasta i principali sintomi del Parkinson, come bradicinesia, tremore, rigidita’ e disfagia, era stata, poche settimane fa, l’Accademia per lo Studio della Malattia di Parkinson e i Disordini del Movimento Limpe-Dismov. In particolare, fa sapere Aifa, il farmaco e’ ora disponibile nelle confezioni da 200mg+50mg di compresse a rilascio modificato e da 100mg+25mg. Tuttavia, “in considerazione della prevedibile

discontinuita’ locale delle forniture, legate all’elevata richiesta, l’Aifa autorizza eccezionalmente eventuali necessarie importazioni di questa confezione, laddove siano ancora riscontrati problemi. Pertanto, si invitano i pazienti a rivolgersi al proprio farmacista per ordinare la confezione in oggetto”. L’unica confezione che risulta attualmente carente, a causa di problemi produttivi, e’ quella da 50mg+25mg compresse. Per questa sola confezione, il titolare AIC, spiega Aifa, “non ha ancora comunicato una data certa di fine carenza, anche se e’ previsto a breve l’arrivo di nuove forniture”. Si precisa, infine, che “analoga situazione si e’ verificata anche in altri Stati membri dell’Unione Europea” e l’Aifa, insieme alle altre agenzie regolatorie e all’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), “sta lavorando per contrastare le carenze e le indisponibilita’, problematica comune a livello europeo”.

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Cronache

Coppia scomparsa, i carabinieri del Ris analizzano macchie di sangue

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Il caso della misteriosa scomparsa di Peter Neumair e Laura Perselli, i due bolzanini di 63 di 68 anni, vede ancora i Ris in primo piano. Dopo aver analizzato per ben sette ore l’auto della coppia, oggi con la stessa meticolosita’ e’ toccato all’appartamento, nel quale i due insegnanti in pensione vivevano con il figlio Benno che per il momento resta l’unico indagato. Sara’ analizzata dai Ris una piccola traccia ematica, trovata ieri durante l’ispezione della Volvo, all’interno della portiera del conducente, come anche alcune gocce di sangue rinvenute durante le ricerche a tappeto sul ponte sull’Adige a Vadena. In entrambi i casi dovra’ essere stabilito se si tratta del dna di uno dei coniugi scomparsi. L’insegnante 30enne, indagato per omicidio volontario e occultamento di cadavere e tuttora a piede libero, aveva passato la notte da un amica in Bassa Atesina, a poca distanza da Vadena. “Benno e’ in grande preoccupazione per la scomparsa dei suoi genitori. Spera che siano ritrovati presto e non ha nessuna preoccupazione in merito all’inchiesta perche’ non ha nulla da nascondere”. Lo ha detto il suo legale, l’avvocato Angelo Polo. “Benno e’ convinto – ha aggiunto – che l’indagine escludera’ un suo coinvolgimento. In una fase cosi’ delicata dell’inchiesta il segreto istruttorio e’ una garanzia non solo per l’indagine ma anche per l’indagato”. Il legale non ha infatti voluto commentare il ritrovamento di macchie ematiche. No comment anche per quanto riguarda la presunta presenza di una bottiglia di acqua ossigenata nella vettura, come anche per quanto riguarda l’intenzione che il giovane avesse voluto lavare la macchina dopo la scomparsa dei genitori. “Benno – ha ribadito Polo – chiede che oltre a questa indagine doverosa proseguano anche le ricerche dei suoi genitori”. Il legale ha detto che il suo assistito e’ “provato come lo saremo tutti in una situazione di questo tipo”. Resta un mistero dove siano finiti Peter e Laura. L’Adige, che tra l’altro in questi giorni porta poca acqua, e’ stato setacciato piu’ volte, anche con mezzi sofisticati. Che un corpo non possa affiorare e’ possibile, con due corpi e’ invece assai improbabile, anche perche’ a valle si trova la diga di Mori.

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Ambiente

A Brescia e Bergamo si muore di più per lo smog

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L’aria delle citta’ del Nord Ovest d’Italia e’ tra le piu’ inquinate d’Europa e Brescia e Bergamo hanno il tasso di mortalita’ da particolato fine (PM2.5) piu’ alto del continente: questo il risultato a cui e’ giunto uno studio pubblicato su ‘The Lancet Planetary Health’. Dall’analisi condotta e’ emerso anche che, per la mortalita’ da biossido di azoto (NO2), la classifica, guidata da Madrid, vede Torino e Milano rispettivamente al terzo e quinto posto. Inoltre, tra le prime dieci citta’ dove il particolato fine e’ nocivo per la salute ci sono pure Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Dallo studio – condotto da ricercatori dell’Universita’ di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero e finanziata dal ministero per l’innovazione spagnolo – e’ nato un database con i dati sulle morti da smog stimate per 858 citta’ europee. I risultati della ricerca mostrano che 51mila morti premature da PM2,5 e 900 da NO2 potrebbero essere evitate ogni anno in Europa se le citta’ prese in esame riducessero i livelli dei due inquinanti seguendo le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanita’ (Oms). In particolare, applicando le linee guida dell’Oms sul PM2,5, a Brescia potrebbero essere evitati 232 morti l’anno e a Bergamo 137. Facendo lo stesso con l’NO2, a Torino ci sarebbero 34 decessi in meno e a Milano 103. Secondo Greenpeace, inoltre, nel complesso delle citta’ italiane prese in considerazione, rispettando gli standard dell’Oms, si potrebbero evitare ogni anno quasi 15 mila morti premature. I dati pubblicati su ‘The Lancet’ confermano le analisi dell’Agenzia Europea dell’ambiente (Aea) e delle agenzie nazionali sul problema smog nella Pianura Padana. Secondo l’Aea, l’Italia detiene il triste primato Ue per morti da biossido di azoto (NO2) ed e’ seconda solo alla Germania per numero di decessi da particolato sottile, il PM2,5. Ma il problema e’ sentito in tutte le aree metropolitane, soprattutto nell’Europa sud-orientale. Ad esempio, secondo i nuovi dati raccolti dai ricercatori olandesi, spagnoli e svizzeri, Roma e’ solo al 154mo posto per il tasso di mortalita’ da inquinamento da PM2,5, ma sono oltre mille i decessi che potrebbero essere evitati ogni anno se fossero rispettati i limiti fissati dall’Oms. Limiti piu’ stringenti di quelli in vigore nell’Ue e in base ai quali comunque diverse procedure di infrazione sono gia’ state aperte nei confronti dell’Italia. E nel novembre scorso la Corte di Giustizia Ue ha condannato l’Italia per la violazione sistematica e continuata dei valori limite Ue sulle concentrazioni di PM10 nell’aria. Davanti alle accuse della Commissione, l’Italia ha piu’ volte invocato la specificita’ territoriale del bacino padano. Un argomento su cui e’ tornato oggi il ministro dell’ambiente Sergio Costa. “E’ tra le mie priorita’ – ha detto – incontrare gli assessori delle Regioni del Bacino Padano per affrontare insieme in modo strutturale il problema del miglioramento della qualita’ dell’aria, rispondendo cosi’ alla loro richiesta di vederci, anche alla luce del Piano nazionale di ripresa e resilienza”. Dal canto loro, i Comuni di Brescia e Bergamo hanno contestato i dati riportati nello studio pubblicato da ‘The Lancet’ definendoli “non aggiornati”. “L’aria di Brescia – ha tenuto a precisare il sindaco Emilio Del Bono – ha sicuramente diverse criticita’, ma negli ultimi anni la situazione ha subito un graduale e costante miglioramento. Lo dicono i dati contenuti nel primo rapporto dell’Osservatorio Aria Bene Comune, pubblicato lunedi’ 18 gennaio”. In una nota il Comune di Bergamo ha poi scritto che i dati sono vecchi di diversi anni visto che si riferisce al database del 2015″. La qualita’ dell’aria della citta’ “non e’ certamente esente da critiche”, si legge ancora nella nota, ma “i recenti monitoraggi eseguiti dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente hanno evidenziato il miglioramento progressivo e costante”.

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Cronache

Oltre 40 migranti annegati, prima tragedia del 2021

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Un nuovo naufragio davanti alle coste libiche, il primo del 2021, e sulla rotta maledetta del Mediterraneo centrale si infrange ancora una volta il sogno di una vita decente per 43 migranti. Dieci i sopravvissuti che sono sono stati riportati indietro, in Libia, dalla guardia costiera di Zwara. Erano originari della Costa d’Avorio, della Nigeria, del Ghana, del Gambia, di altri Paesi dell’Africa occidentale. Ci avevano messo mesi, forse anni per salire finalmente, ieri mattina, su quell’imbarcazione a Zawiya, 50 chilometri a ovest di Tripoli, che li avrebbe portati in Italia da clandestini con la speranza di un permesso di soggiorno o di asilo, o magari di raggiungere parenti e amici in qualche altro Paese europeo. Ma il motore si e’ bloccato, le condizioni del mare non erano buone, la barca si e’ rovesciata: il copione di una tragedia sempre uguale “che doveva essere evitata”, ha scritto su Twitter il deputato di LeU Erasmo Palazzotto. Sono state l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) e l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) a dare la notizia con una dichiarazione in cui si dicono “profondamente addolorate” e spiegano che i sopravvissuti hanno ricevuto cibo, acqua e cure mediche dal loro personale nel porto di Zwara. Il comunicato non specifica dove finiranno ma denuncia che “la situazione dei migranti e dei rifugiati in Libia rimane estremamente precaria. Continuano gli arresti arbitrari e le detenzioni arbitrarie in condizioni drammatiche. Molti rifugiati e migranti sono sfruttati da trafficanti, tenuti in ostaggio e diventano vittime di abusi e torture”. L’Oim e l’Unhcr “ribadiscono il loro appello alla comunita’ internazionale affinche’ la situazione nel Mediterraneo venga urgentemente affrontata con un approccio diverso. Cio’ vuol dire che e’ necessario smettere di riportare le persone in porti non sicuri e istituire un meccanismo di sbarco sicuro che possa essere seguito da una dimostrazione tangibile di solidarieta’ da parte degli Stati europei con i Paesi che registrano un numero elevato di arrivi”. Il 31 dicembre la Open Arms aveva salvato 169 persone che si trovavano su una imbarcazione alla deriva dopo una segnalazione dell’ Ong Alarm Phone. E il 3 gennaio sempre la Open Arms aveva messo in salvo altri 96 migranti su un’imbarcazione di legno alla deriva. L’11 gennaio la Ocean Viking, la nave di soccorso in mare della Ong SOS Me’diterrane’e, ha lasciato il porto di Marsiglia in Francia per fare ritorno nel Mediterraneo centrale. Ma non basta. Le due organizzazioni sottolineano che “questa ulteriore tragedia evidenzia ancora una volta come sia necessario che gli Stati riattivino operazioni di ricerca e salvataggio, una lacuna che le Ong e le navi commerciali stanno cercando di colmare nonostante le loro limitate risorse”. Secondo i dati ufficiali piu’ di 1.200 migranti sono morti nel 2020 nel Mediterraneo, la stragrande maggioranza sulla rotta centrale, ma il numero effettivo di morti potrebbe essere molto piu’ alto.

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