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Politica

Ecco quanto incassano i partiti italiani dal 2X100, il Pd prende il doppio di FdI: ecco la classifica

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E’ il Pd il partito più premiato dai contribuenti italiani con il loro 2X1000 al momento della dichiarazione dei redditi del 2022, tanto da far esultare il segretario uscente Enrico Letta, che però si rammarica che anche nelle urne non ci sia stato lo stesso afflato da parte degli elettori. Secondo i dati forniti dal Ministero del Tesoro, e pubblicati sul sito del dicastero, nelle casse dei Dem arriveranno 7.346.785 Euro, grazie all’opzione di 475.808 cittadini, oltre il doppio dei 3.132.360 Euro incassati da Fdi, scelti da 233.874 contribuenti, mentre gli altri partiti si attestano a cifre più modeste. Queste somme si raddoppierebbero se venisse approvata la proposta di legge su cui da martedì prossimo si aprirà la discussione generale in Senato, legge che fa applicare anche ai partiti il meccanismo dell’8X1000 alle confessioni religiose, seppur con finanziamenti assai più piccoli.

“Nel 2022 il Pd è stato di gran lunga il primo nelle scelte dei contribuenti italiani per il 2 per mille – ha detto Letta – abbiamo doppiato FdI, lo avessimo fatto anche alle elezioni sarebbe stato meglio, ma intanto ci teniamo questo fatto”. In effetti i Dem non solo si confermano i “più amati” al momento del 730, ma aumentano i contributi ricevuti.

Nell’anno precedente, il 2021 era stato scelto da 464.074 contribuenti, il che si traduceva in 6.907.837 euro. Tornando alla dichiarazione dei redditi del 2022, dietro Pd e Fdi, si colloca Azione, scelta da 49.167 cittadini e un incasso di 1.256.466 Euro, incalzata dalla Lega che si ferma a 1.210.231 Euro. Il partito di Savini è stato scelto da 99.667 contribuenti, ma con redditi più bassi, e quindi il loro 2X1000 si è tradotto in minori fondi. Tutti gli altri partiti sono sotto il milione: 973 mila a Italia viva, 895 mila ad Articolo 837 mila ad Europa Verde, 832 mila a Sinistra Italiana, 581 mila a Fi, 577 mila a +Europa, 460 mila ad Italexit, 442 alla Lega nord per l’indipendenza della Padania, cioè la vecchia Lega che tuttora esiste come soggetto politico, 343 mila ai Radicali italiani, 328 mila alla Svp, 255 mila a Possibile, 177 mila al Psi, 113 mila all’Unione sudamericana emigrati italiani e 112 mila Centro democratico, cui seguono altre forze sino ai 20 mila a IDEA.

Ma come nelle elezioni del 25 settembre scorso il primo partito risultò quello degli astenuti (37%), lo stesso poco amore per i partiti si registra con il 2X1000. Infatti dei 41,180 milioni di contribuenti, solo 1.431.384 ha deciso di dare ad essi il 2X1000 delle proprie tasse. Infatti lo Stato alloca ogni anno 25 milioni, ma ne versa di meno: 20.402.808 nel 2022, 18.557.883 nel 2021 quando furono 1.360.520 i cittadini che pensarono ai partiti. Tuttavia una proposta di legge del Pd che verrà discussa a partire da martedì in commissione Affari costituzionali del Senato (ma proposte in tal senso son state annunciate da Fi, M5s e Fdi) aumenterebbe i fondi alle forze politiche. Essa stanzia 45 milioni che verrebbero interamente distribuiti sulla base delle percentuali dei contribuenti che si esprimono. Il cosiddetto “inoptato” viene assegnato sulla base di chi opta per i partiti, lo stesso meccanismo con cui lo Stat assegna il miliardo destinato alle confessioni religiose.

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Politica

Salvini insiste sul terzo mandato, ed è battaglia in maggioranza

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Il tentativo sarà quello di mostrare pubblicamente un centrodestra unito, e non solo a sostegno di Paolo Truzzu. Ma lontano dal palco di Cagliari che vedrà assieme Giorgia Meloni e Matteo Salvini, con Antonio Tajani e Maurizio Lupi, continua a consumarsi una battaglia sul terzo mandato su cui, dicono i parlamentari, a questo punto saranno i leader a volersi esprimere. Intanto la Lega non ha ritirato i suoi emendamenti al Senato, per il ter di governatori e dei sindaci delle grandi città. E nel frattempo non c’è accordo sulle candidature per le altre tornate di amministrative, né sui sindaci, per cui comunque c’è tempo di qui al 9 giugno, né su quella Basilicata che andrà a votare presto, ad aprile, per la quale Forza Italia continua a puntare sul bis di Vito Bardi.

L’esito dell’ennesimo tavolo sulle amministrative – un incontro di routine per aggiornarsi, minimizzano alla Camera – è nei fatti una fumata nera. Non c’è il nome nemmeno per sostituire proprio Truzzu, che se avesse successo e diventasse il nuovo governatore della Sardegna dovrebbe lasciare la fascia da primo cittadino di Cagliari. Un tassello che la Lega reclamerebbe nel caso per sé, dopo il passo indietro sulla ricandidatura di Cristian Solinas. Esito che, al momento, nessuno si sente di dare troppo per scontato.

Con il timore, che aleggia in maggioranza, che ci possa essere un qualche effetto più marcato del voto disgiunto, mixato con la scarsa affluenza. Di tutto si parlerà dopo il test sardo, insomma, anche perché ogni passaggio alle urne, ha sempre detto Meloni, è un test anche per il governo. Motivo per cui, secondo i rumors di Palazzo Madama, la Lega starebbe insistendo per portare al voto l’emendamento che consente un terzo mandato ai presidenti di Regione non prima della prossima settimana. A inizio giornata già si era certificata la “diversità di opinioni”, per dirla con il presidente della commissione Affari costituzionali Alberto Balboni, sugli emendamenti che la Lega ha scelto di non ritirare, nonostante la richiesta esplicita di ritiro da parte di meloniani e azzurri.

“In commissione ognuno sarà libero di votare come crede”, aveva sottolineato l’esponente di Fdi, spiegando però che l’esame poteva slittare alla prossima settimana in attesa dei pareri della commissione Bilancio sulle proposte di modifica. Parere che però nel pomeriggio la commissione, guidata da un altro esponente di Fdi, Nicola Calandrini, ha espresso dando il suo “nulla osta” a proseguire con il voto. Che a questo punto potrebbe avviarsi come da programma iniziale già giovedì. Ma la maggioranza, attacca il capogruppo dem Francesco Boccia, “è spaccata”, così “divisa che la Lega minaccia la maggioranza ma frena e aspetta ordini come sempre da Salvini sul ritiro o meno dell’emendamento e la maggioranza, per non saper né leggere né scrivere, non sa quando e se si voterà l’emendamento della Lega”. Certo il terzo mandato apre una questione anche all’interno del Pd, che ancora non ha convocato il tavolo ad hoc per valutare il da farsi.

La “quadra”, come la definisce Stefano Bonaccini che è tra i diretti interessati essendo al suo secondo mandato in Emilia Romagna, si troverà comunque a ridosso di un eventuale voto in Senato, sempre che la Lega, come in molti continuano a scommettere in maggioranza, non ritiri all’ultimo le proposte. Salvini d’altronde ha ribadito pubblicamente che “non è su questo che il centrodestra litigherà o si dividerà”, pur ribadendo che “se uno è bravo” dovrebbe poter essere rieletto “anche 4 volte”. Ma arrivare davvero al voto sancirebbe la prima, concreta, spaccatura della coalizione.

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Cronache

Stop agli autovelox sotto 50km/h, arriva il decreto

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Arriva la stretta sugli autovelox: stop ai dispositivi di rilevamento della velocità su tratti di strada a 50km/h. Il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini, è pronto a varare il decreto “per una omologazione nazionale” degli autovelox. “Non può esserci il fai da te”, ha detto. “Per salvare vite vicino a scuole, ospedali, una curva pericolosa ci sta, ma piazzati dalla sera alla mattina su stradoni per tassare gli automobilisti hanno poco a che fare con la sicurezza”, ha sottolineato Salvini, aggiungendo, inoltre, che i sindaci “dovranno spiegare perché li mettono e dove e con quale motivazione”. Secondo quanto ha spiegato la deputata delle Lega e componente della Commissione Trasporti della Camera, Elena Maccanti, “ci sono due provvedimenti sugli autovelox, uno è inserito nel codice della strada”, mentre quello di vietare l’installazione degli autovelox sulle strade a 50km/h “è dentro un decreto ministeriale attualmente all’esame della Conferenza Unificata, previsto da una legge del 2010 che Salvini sta sbloccando dopo 13 anni, e che passerà”.

In commissione Trasporti della Camera è in corso l’esame del ddl sulla riforma del codice della strada. E sempre Maccanti ha fatto sapere che “entro domani chiudiamo l’esame di tutti gli emendamenti” e “saremo in Aula alla Camera per la discussione generale il primo marzo”. Tra gli emendamenti approvati finora, uno riguarda una disposizione specifica per gli autovelox. “Nel caso in cui si prendano più multe per autovelox nello stesso tratto stradale, in un periodo di tempo di un’ora e di competenza dello stesso ente si paga una sola sanzione: quella più grave aumentata di un terzo, se più favorevoli”, si legge nel provvedimento. Tra le altre misure, arriva la terza fascia sui guard rail a tutela dei motociclisti e la ztl in aree tutelate dall’Unesco. Battuto in Commissione il governo sull’alcolock.

“E’ stato approvato contro il volere del governo il nostro emendamento che chiede al Mit di chiarire la tipologia di officine autorizzate all’installazione dell’alcolock all’interno delle autovetture”, ha spiegato il capogruppo del Partito Democratico nella commissione, Anthony Barbagallo. E contemporaneamente alla riforma del codice, il Mit per promuovere la sicurezza stradale lancia tre spot con l’aiuto di vip, piloti e influencer. “Fai l’unica scelta possibile”, è il titolo della campagna. Gli spot hanno come obiettivo la sensibilizzazione di guidatori, in particolare giovani, affrontando tre delle principali cause di incidenti: la distrazione del telefono al volante, l’utilizzo di sostanze stupefacenti e le “challenge” filmate con lo smartphone. La campagna istituzionale verrà diffusa nei prossimi giorni sui canali Rai e su diverse emittenti locali.

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Politica

Cavo Dragone, allerta sulla disinformazione russa

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Con l’avvicinarsi delle elezioni – prima quelle europee di giugno e poi quelle americane di novembre – la Russia intensifica la strategia della disinformazione. L’obiettivo, come più volte sottolineato da analisti ed esperti internazionali, è quello di influenzare il voto per poter poi trovare maggiore sostegno alla propaganda di Mosca. A sostenerlo oggi è stato lo stesso capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, ospite di un convegno sulle implicazioni strategiche dei due anni di guerra in Ucraina per l’Italia. “Stiamo assistendo proprio in questi giorni – ha detto dalla sala della Regina di Montecitorio – all’intensificarsi di una strategia di disinformazione russa che vede impegnato in prima fila lo stesso Putin”.

L’ufficiale approfondisce l’argomento e spiega che l’obiettivo di Mosca è quello di “disorientare le nostre opinioni pubbliche attraverso la diffusione di una narrativa fallace i cui cardini sono principalmente tre: l’immagine di una Russia desiderosa di pace, il quadro di una guerra ormai inutile e il cui esito a vantaggio di Mosca non è più in discussione e la percezione di un Occidente ormai stanco di sostenere un conflitto di attrito costoso e senza speranze di successo”. Un racconto, però, che nulla ha a che fare con la realtà dei fatti, come evidenzia lo stesso capo di Stato Maggiore.

“La Russia, che puntava su una guerra lampo – spiega – si trova invece impegnata in un conflitto di attrito a lunga durata, accusando ingenti perdite di uomini e di mezzi. Nessun obiettivo primario di Mosca può dirsi raggiunto. Il supporto dell’economia allo sforzo bellico non sarà sostenibile a lungo alla luce di sanzioni sempre più stringenti e di un impegno finanziario per la difesa nazionale salito a circa il 6,2% del Pil, che è pari a un terzo dell’intera spesa pubblica”. A lanciare l’allarme sulla disinformazione propinata dal governo di Mosca era stata la stessa Unione Europea che, già a settembre, aveva avvertito il rischio per le elezioni. Concetto ribadito ad inizio mese dallo stesso ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto. I russi – aveva detto in un’intervista a La Stampa – “provocano l’Italia con le fake news che la Russia e anche l’ambasciata russa in Italia fanno circolare”. Basti pensare che sui 16.594 casi di disinformazione nel mondo registrati dal progetto europeo ‘EUvsDisinfo’, quasi la metà riguardano proprio false notizie sulla guerra in Ucraina diffuse nella stragrande maggioranza dei casi dal Cremlino o da fonti vicine dal governo moscovita.

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