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Ecco la formica kamikaze, si fa esplodere per uccidere i nemici che attaccano la sua colonia

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La scoperta, unica nel suo genere,  è di alcuni ricercatori del Museo di Storia Naturale di Vienna. Nel Sudest Asiatico è stata rinvenuta una particolare specie di formica, capace di farsi letteralmente esplodere per combattere il nemico. Una vera e propria kamikaze, pronta a sacrificare se stessa per il benessere dell’intera colonia.

La formica kamikaze. Si fa esplodere per salvare la sua comunità

Colobopsis explodens, questo il nome della formica, i cui comportamenti sono stati riportati dagli studiosi sulla rivista scientifica ZooKeys. Da tempo è nota l’inclinazione di alcune formiche a sacrificare la loro esistenza per il benessere delle compagne, combattendo così predatori e altri eventuali nemici. Questa specie, tuttavia, risulta certamente singolare: quando attaccati, gli esemplari più esposti della colonia sono letteralmente in grado di farsi esplodere, rilasciando una sostanza collosa e velenosa, tale da bloccare e uccidere l’avversario.

I ricercatori hanno notato questa peculiarità osservando una colonia di formiche, note per la loro operosità. Alcune operaie rimangono all’entrata del formicaio, sfiorando con le zampe tutte le altre formiche: in questo modo, accertano gli altri insetti facciano davvero parte del loro gruppo. Gli esperti hanno quindi introdotto un individuo estraneo, una formica tessitrice, fra i principali predatori di questa specie. Dopo averla sfiorata, le operaie hanno letteralmente fatto esplodere i loro addomi, rilasciando una sostanza appiccicosa e velenosa, tanto da risultare letale per il nemico. Al momento, però, non sono note le tossine presenti in questo fluido, la cui attività è pressoché istantanea.

Sebbene possa sembrare anomalo che un esemplare rinunci alla propria sopravvivenza pur di combattere un predatore, va considerato come tutte le specie di formiche vivano in gruppo, comportandosi come se si trattasse di un unico e grande individuo. Di conseguenza, la necessità di preservare la colonia è il bene più elevato per questi animali, pronti a sacrificare alla loro stessa esistenza per assicurare la salute delle compagne.

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I veleni dell’Ilva di Taranto, la grande truffa di Bagnoli non ha insegnato nulla

Paolo Chiariello

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A proposito di Ilva di Taranto. C’è una storia semplice da raccontare che va oltre il bla bla bla della politica. A parole tutti vogliono garantire salute e lavoro ai tarantini.

Uno dei tanti capannoni dell’Ilva di Taranto

C’è chi dice che l’Ilva deve continuare a produrre acciaio essenziale per un paese manifatturiero con una struttura industriale più green, cioè meno impattante con la salute dei cittadini. Contestualmente, però, ragionano, dovrebbero essere avviate le bonifiche dei suoli insultati per decenni dagli inquinanti di scarto e dei processi di lavorazione Ilva. 

C’è chi sostiene che bisogna chiudere i battenti e riconvertire una struttura industriale che ha occupato oltre 10mila persone in qualcos’altro. Immagino si pensi a qualcosa che assomigli ad una natturale vocazione turistica associata alla bellezza della Puglia e del mare di Puglia. 

Non so se chi parla di Ilva di Taranto e magari ha voce in capitolo nella rideterminazione della vocazione economica di quell’area ha mai visitato Taranto, l’Ilva e soprattutto quei quartieri  (Tamburi, Lido Azzurro e Porta Napoli, per esempio) che sono nati intorno agli altiforni. 

Ilva di Taranto. Lo sky line della costa della città con le canne fumarie che riversano sostanze inquinanti sulla città

Il primo consiglio sarebbe quello di andare in quei posti. Vederli. Parlare con uomini e donne di quelle famiglie che ogni giorno, quando si svegliano e preparano i loro bambini per accompagnarli a scuola prima di andare in fabbrica si domandano se è meglio continuare a percepire uno stipendio e vivere più o meno dignitosamente ma continuare a morire  atrocemente per le neoplasie indotte da fumi e polveri prodotti dall’Ilva o invece andarsene, emigrare. Consiglio al premier Conte di farsi mandare dall’ufficiale dell’anagrafe della circoscrizione Tamburi – Lido Azzurro i dati sulle migrazioni. Sono interessanti. Migliaia di tarantini di quei posti hanno già scelto tra (quel) lavoro e salute.   

A chi oggi si occupa della questione Ilva di Taranto e sta per precipitarsi nel girone infernale del contenzioso giudiziario già avviato da ArcelorMittal che vuole scappare dalle sue responsabilità contrattuali, consiglio di studiare il dossier Ilva/Italsider di Napoli.  Leggere atti, documenti, inchieste giudiziarie sulla chiusura nel 1993 dell’Ilva di Napoli è molto istruttivo. Anche a Napoli, dopo aver scempiato uno dei tratti di costa più belli del Mediterraneo, impiantando l’industria siderurgica in un luogo meraviglioso sospeso tra la collina di Posillipo, l’isola di Nisida e il Golfo di Pozzuoli, lo chiusero per tornare a quella che era la sua vocazione originaria: il turismo.

Ebbene chiudere l’Ilva di Napoli fu un gioco. Buttare in mezzo ad una strada migliaia di persone fu semplicissimo. Quello che pare (ed è) complicato per lo Stato italiano a Napoli è mantenere le promesse fatte: bonificare, restituire ai cittadini di Napoli un luogo meraviglioso, così com’era prima di “rubarlo” per creare l’industria siderurgica e poi anche quella dell’Eternit.   

A Napoli, nel quartiere di Bagnoli, è dal 1993 che aspettano la esecuzione di un piano di salvaguardia dell’area ex Italsider/Ilva e procedere alla bonifica di circa due milioni di mq di terreni affinchè si possa recuperare il valore ambientale dell’area distrutta dall’industria. Sono passati 26 anni a Napoli. A Taranto hanno non più di 26 giorni per capire che cosa fare di quella bomba sociale, ecologica ed economica. Al momento mi pare che gli unici ad avere le idee chiare sono gli avvocati di ArcelorMittal. Che sono già davanti ai giudici di Milano mentre il premier Giuseppe Conte chiede idee ai suoi ministri e fa vertici con i senatori Cinquestelle pugliesi perché é convinto ancora che la questione principale sia lo scudo penale. 

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Allarme cinghiali, la protesta di Coldiretti a Montecitorio: sono 2 milioni, un rischio per l’agroalimentare italiano

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Sarebbero circa 2 milioni i cinghiali in Italia, cioè più che raddoppiati negli ultimi dieci anni: è quanto stima la Coldiretti in occasione del blitz davanti a Montecitorio a Roma di migliaia di agricoltori, allevatori, cittadini, esponenti istituzionali e ambientalisti contro l’invasione dei cinghiali e degli animali selvatici. Nella dorsale appenninica le popolazioni di cinghiali guadagnano terreno rispetto alla presenza umana con una concentrazione media di un animale ogni cinque abitanti in una fascia territoriale segnata già dalla tendenza allo spopolamento per l’indebolimento delle attività tradizionali. Proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla gravità del problema gli agricoltori della Coldiretti hanno provocatoriamente portato in piazza Montecitorio un pentolone gigante di polenta e di spezzatino di cinghiale, oltre a cartelli con le foto degli incidenti provocati sulle strade e dei danni nelle campagne.

L’eccessiva presenza di animali selvatici rappresenta un rischio – evidenzia la Coldiretti – per l’agroalimentare italiano visto che proprio nei piccoli comuni sotto i 5mila abitanti si concentra il 92% delle produzioni tipiche nazionali secondo lo studio Coldiretti/Symbola con ben 270 dei 293 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp) italiani riconosciuti dall’Unione Europea tra formaggi, oli extravergine di oliva, salumi e prodotti a base di carne, vini, panetteria e pasticceria. Un patrimonio conservato nel tempo dalle 279mila imprese agricole presenti nei piccoli Comuni con un impegno quotidiano per assicurare la salvaguardia delle colture agricole storiche, la tutela del territorio dal dissesto idrogeologico e il mantenimento delle tradizioni alimentari. Un tesoro messo a rischio dall’avanzata dei cinghiali che sempre più spesso in queste aree si spingono fin dentro i cortili e sugli usci delle case, scorrazzando per le vie dei paesi o sui campi, nelle stalle e nelle aziende agricole.

C’è chi si è trovato un centinaio di cinghiali a pochi metri dalla porta di casa; c’è chi raccoglieva il mais di sera col trattore seguito passo passo dal branco che mangiava le pannocchie rimaste, senza essere neppure disturbato dal rumore; c’è chi ha visto i cinghiali arrampicarsi sulle vigne per mangiare l’uva. Una situazione che costringe ormai le aziende a lasciare i terreni incolti, stravolgendo l’assetto produttivo delle zone. Chi si è visto distruggere più volte il campo di mais o di girasoli sceglie alla fine di non seminare più. Il rischio è che venga meno la presenza degli agricoltori, soprattutto nelle zone interne, e con essa quella costante opera di manutenzione che garantisce la tutela dal dissesto idrogeologico. Serve responsabilità nella difesa degli allevamenti, dei pastori e allevatori che – sottolinea Coldiretti – con coraggio continuano a presidiare anche i territori più isolati e a garantire la bellezza del paesaggio e il futuro del Made in Italy agroalimentare.

 

Quella degli animali selvatici è infatti una minaccia diretta alla sicurezza delle persone – evidenzia Coldiretti – con morti e feriti causati da attacchi di branchi di cinghiali scoperti mentre devastano campi e coltivazioni o entrano nelle aie delle case dove spesso a farne le spese sono anche cani pastore e da compagnia. La proliferazione senza freni dei cinghiali – continua la Coldiretti – sta mettendo anche a rischio l’equilibrio ambientale di vasti ecosistemi territoriali. Studi ed esperienze relative all’elevata densità dei cinghiali in aree di elevato pregio naturalistico hanno mostrato notevoli criticità in particolare per quanto riguarda il rapporto tra crescita della popolazione dei selvatici e vegetazione forestale. Proprio le modalità di ricerca di cibo attraverso una cospicua attività di scavo ben visibile sui campi coltivati provoca, infatti, anche su superfici naturali – spiega la Coldiretti – notevoli danni alla biodiversità. Si possono considerare le conseguenze negative sulla nidificazione degli uccelli che depositano le uova sul suolo o l’impatto sui piccoli mammiferi, come ad esempio i ghiri, che creano le loro tane nell’immediata superficie soprattutto contigua all’apparato radicale di piante. Sempre nelle aree boschive – conclude la Coldiretti – sono poi ben conosciuti i danni provocati dagli spostamenti di questa specie golosa di frutti spontanei come i tartufi che rappresentano, per molti territori una vera ricchezza non solo biologica quanto economica costituendo una fonte integrativa di reddito per molti residenti.

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Ucciso in Amazzonia ​Paulo Paulino, capo indios che proteggeva la foresta

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Un altro capo indios, Paulo Paulino, di etnia Guajajara, è stato ucciso in Amazzonia. Un colpo di pistola alla testa mentre era a caccia. Secondo quanto riferisce Greenpeace Brasile in un tweet in cui esprime il suo rammarico per l’accaduto “Paulino Guajajara è l’ultima vittima dell’incapacità dello Stato brasiliano di adempiere al suo dovere costituzionale di proteggere le terre indigene”. L’omicidio sarebbe avvenuto con un agguato dei taglialegna all’interno del territorio indigeno di Araribia. Secondo informazioni ottenute da Greenpeace nell’agguato sarebbe morto anche un taglialegna. Paulo Paulino Guajajara era orgoglioso di difendere la sua foresta dalla speculazione. Una lotta impari, contro bande armate al soldo degli affaristi e dei criminali, ma lui difendeva la sua terra e l’ambiente ostinatamente, ne era un vero proprio guardiano. La sua uccisione ieri, durante un assalto nel Nord del Brasile, è una pagina nera, una notizia orribile. Paulo Paulino Guajajara è un martire dell’ambientalismo.

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