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Droni iraniani a Mosca prima della guerra? Zelensky: bugie

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Mentre in Ucraina sono tornate a suonare le sirene dell’allarme aereo che hanno costretto la popolazione nei rifugi e resta altissima la tensione nella regione di Kherson, l’Iran ammette di aver fornito i droni killer a Mosca. Ma ‘prima della guerra’, sottolinea Teheran scatenando la replica di Volodymyr Zelensky: “Anche in questa confessione”, gli iraniani “hanno mentito.

“Abbattiamo almeno dieci droni iraniani ogni giorno, e il regime iraniano afferma di averne dati pochi e anche prima dell’inizio dell’invasione”, ha tuonato il presidente ucraino, chiedendo che “i terroristi russi” e “i suoi complici” non rimangano impuniti. A fare marcia indietro rispetto alle iniziali smentite iraniane sui droni – utilizzati in diversi attacchi alle infrastrutture civili ucraine come centrali elettriche e dighe – è stato il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian.

“Se sarà provato che la Russia ha usato i nostri droni, non resteremo indifferenti sulla questione”, ha detto ribadendo la posizione di Teheran: “Porre fine alla guerra e negoziare tra le parti in conflitto”. Parole che arrivano mentre spuntano nuovi sospetti di forniture a Mosca, con la tedesca Bild che ha mostrato le immagini di un cargo di Teheran atterrato a Mosca giovedì, ipotizzando che i pacchi scaricati dalla pancia dell’aereo siano attrezzature belliche.

Intanto, il sangue continua a scorrere sul fronte, e l’allarme aereo ha suonato in tutta l’Ucraina, con l’esclusione della Crimea occupata. Le autorità hanno invitato la popolazione a rimanere nei rifugi segnalando una minaccia missilistica in tutto il Paese, con i bombardamenti russi che sono continuati dalla città di Nikopol alla regione di Mykolaiv, a Zaporizhzhia e l’est di Donetsk.

Mosca ha denunciato invece che l’esercito ucraino ha bombardato nella notte la città di Svatovo, nell’autoproclamata Repubblica di Lugansk. È “necessario proteggere completamente i cieli ucraini”, ha detto Zelensky, avvertendo che nelle prossime settimane “l’Ucraina si aspetta buone notizie per quanto riguarda la difesa aerea e la difesa missilistica” mentre da domani partirà una raccolta fondi anche per creare una “flotta di droni marini per proteggere le acque ucraine”.

Per risolvere il conflitto, il presidente ucraino torna a chiedere una “pace giusta”, ribadendo le linee rosse di Kiev: rispetto della Carta Onu, integrità territoriale, la condanna dei colpevoli e il risarcimento dei danni causati dalla Russia. Una trama, quella diplomatica, ancora da tessere mentre anche la Thailandia si è offerta di ospitare le parti per lanciare il dialogo.

Ma intanto si contano i morti, e i bollettini quotidiani ricordano l’orrore della guerra, che rivive anche nel nuovo video shock dell’Associated Press e della tv Usa Pbs sulla ‘pulizia’ di Bucha, il massacro di oltre 400 civili dello scorso marzo. Quattordici minuti per ricostruire i crimini di guerra commessi dalle truppe del presidente russo Vladimir Putin. Nel documentario c’è anche il racconto dei testimoni che parlano delle torture subite, e le intercettazioni delle forze di Mosca che ammettano di aver “fatto pulizia” nella città.

Sul conflitto, continua a incombere intanto la minaccia del nucleare, sulla quale è intervenuto nuovamente Olaf Scholz dopo essere rientrato dal suo viaggio a Pechino. “Non è consentito, è inaccettabile usare armi nucleari”, ha detto il cancelliere invitando “la Russia a dichiarare chiaramente che non lo farà”.

E mentre a Kiev e in altre regioni dell’Ucraina si vive al buio per le restrizioni all’erogazione dell’elettricità messa in ginocchio dagli attacchi alle infrastrutture energetiche, il riflettore è puntato su Kherson. Putin ha affermato che i civili che vivono ancora nel territorio devono essere “evacuati” dalla zona di conflitto, in quelle che Kiev definisce senza mezzi termini “deportazioni”. Dichiarazioni, quelle del presidente russo, che alimentano la crescente speculazione sul fatto che Mosca potrebbe tentare di non mollare la città di Kherson – la più grande area urbana sotto l’occupazione russa – ad ogni costo.

Ma intanto, i soldati russi fanno bottino di guerra, portando via ambulanze, trattori e auto. Ma anche archivi, dipinti e sculture. E persino le ossa dell’amico e amante di Caterina la Grande, Grigory Potemkin. Quella stessa Caterina la cui statua rischia di cadere a Odessa dopo il voto dei cittadini, che si sono espressi per il suo abbattimento. Mentre nella Melitopol occupata dai russi è tornata in piedi quella di Lenin.

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I funerali di Navalny venerdì a Mosca, la vedova alla Ue: ‘Putin sanguinario’

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La Russia e il mondo intero si preparano per il commovente addio a Alexei Navalny, figura di spicco dell’opposizione russa. La cerimonia funebre, annunciata dalla sua portavoce Kira Yarmysh, si terrà venerdì nella suggestiva chiesa dell’Icona della Madre di Dio a Maryeno, nel sud-est di Mosca. È stato dichiarato che il servizio commemorativo avrà inizio alle 14 del primo marzo, con un invito rivolto a tutti coloro che vogliono onorare la memoria di Navalny ad arrivare presto per partecipare. Il luogo scelto per la sua sepoltura sarà il cimitero di Borisovskoe, dove troverà riposo eterno.

Le parole della vedova di Navalny, Yulia Navalnaya, pronunciate durante la Plenaria dell’Eurocamera, riflettono la tensione e l’incertezza che circondano l’evento. “Il funerale si svolgerà dopodomani e non so ancora se sarà pacifico o se la polizia arresterà coloro che sono venuti a salutare Alexei”, ha condiviso con il pubblico. Queste parole sono un’amara testimonianza delle difficoltà che l’opposizione e i sostenitori di Navalny affrontano in Russia, dove le autorità possono reprimere le manifestazioni e le commemorazioni che non sono state autorizzate ufficialmente.

Yulia Navalnaya ha espresso anche la sua sorpresa per la fretta con cui è stata organizzata la cerimonia funebre. “Pensavo che nei 12 giorni trascorsi dalla morte di Alexei avrei avuto il tempo di preparare questo discorso”, ha confessato. “Ma prima abbiamo passato una settimana a prendere il corpo di Alexei e a organizzare il funerale. Poi ho scelto il cimitero e la bara”. Queste parole testimoniano non solo il dolore della perdita personale, ma anche le difficoltà pratiche e le pressioni politiche che circondano la morte di Navalny.

L’eredità di Alexei Navalny rimarrà un faro per coloro che cercano la libertà e la giustizia in Russia. La sua morte, avvolta nel mistero e nella controversia, continua a suscitare interrogativi sulla democrazia e sui diritti umani nel paese. Mentre la sua famiglia, i suoi amici e i suoi sostenitori si preparano a dirgli addio, il mondo osserva con attenzione, rimanendo in attesa di vedere quale sarà il futuro per l’opposizione russa e per coloro che si battono per un cambiamento significativo.

 

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Alain Delon, trovate in casa 72 armi e oltre 3.000 munizioni

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Un vero e proprio arsenale di 72 armi da fuoco e oltre 3.000 munizioni è stato sequestrato la settimana scorsa durante una perquisizione a casa di Alain Delon a Douchhy-Montcorbon, nel centro della Francia. Lo ha annunciato oggi la procura di Montargis. L’attore, 88 anni, gravemente malato e di recente al centro di dispute tra i figli che hanno lacerato la famiglia, “non è in possesso di nessuna autorizzazione che gli permetta di detenere armi da fuoco”. La perquisizione è stata ordinata dal giudice tutelare l’8 febbraio, in quanto era stata osservata – durante una visita legale a casa dell’attore – la presenza di un’arma da fuoco. Ce ne erano addirittura 72 di diverse categorie, da guerra, da tiro sportivo e quelle utilizzate per difesa personale. Nella residenza di Alain Delon è stata “constatata anche l’esistenza di un poligono di tiro”, ha aggiunto il procuratore. Un’inchiesta è stata aperta per detenzione illegale di armi.

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Libera la famiglia italiana rapita due anni fa in Mali

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Sono finalmente liberi e sono rientrati nel pomeriggio in Italia Rocco Langone, la moglie Maria Donata Caivano e il figlio Giovanni Langone, che erano stati sequestrati il 19 maggio 2022 nella loro abitazione alla periferia della città di Koutiala, a sud est della capitale del Mali, Bamako. L’annuncio della riconquistata libertà è stato dato da Palazzo Chigi, precisando subito che “nonostante la lunga prigionia, i componenti della famiglia Langone godono di buone condizioni di salute”. Il rapimento era stato compiuto da una fazione jihadista riconducibile al Jnim, Gruppo di supporto per l’Islam e i musulmani, legato ad Al Qaida, attiva in larga parte dell’Africa Occidentale.

La famiglia Langone, originaria di Ruoti, in Basilicata, viveva a Koutiala da diversi anni, all’interno di una comunità di Testimoni di Geova, del tutto integrata. Larghe zone del Mali sono sotto il controllo delle forze jihadiste, che spesso rapiscono cittadini stranieri per ottenere un riscatto o per chiedere il rilascio di miliziani. I militari hanno preso il potere con un golpe nel 2021 accusando tra l’altro il governo di non aver fatto abbastanza per reprimere l’insurrezione jihadista. La giunta ha espulso le truppe francesi e i peacekeeper Onu portando il Paese nell’orbita dei russi (e del famigerato gruppo Wagner) ma l’attività dei gruppi ribelli prosegue.

Il rilascio della famiglia, ha sottolineato comunque la presidenza del Consiglio, “è stato reso possibile grazie all’intensa attività avviata dall’Aise, di concerto con il ministero degli Esteri, fin dall’immediatezza del sequestro, e in particolare grazie ai contatti dell’Agenzia con personalità tribali e con i servizi di intelligence locali”. La premier Giorgia Meloni ha subito espresso le sue “più sentite felicitazioni per la liberazione dei nostri tre connazionali”, ringraziando tutte le agenzie e istituzioni che hanno lavorato per questo obiettivo, mentre il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di “una bellissima notizia a dimostrazione che quando si agisce in silenzio e non si fa rumore e propaganda si ottengono ottimi risultati. Siamo felici che questi tre connazionali possano tornare liberi a casa dopo essere stati tanto tempo ostaggi dei jihadisti”.

Tajani si è recato personalmente all’aeroporto di Ciampino ad accogliere i tre italiani: “Sono molto contento, tutto è bene quel che finisce bene. Hanno incontrato qui i familiari, sono in buone condizioni, attestate già ieri dalle prime visite mediche e con lo psicologo, ed ora dovranno essere interrogati”. “La signora mi ha invitato ad un pranzo, è un’ottima cuoca”, ha aggiunto sorridendo il ministro. Allo scalo di Ciampino c’erano Daniele Langone, l’altro figlio della coppia, ed il fratello della signora Maria Donata Caivano, che hanno abbracciato i loro cari rientrati.

“Vorrei ringraziare con tutto il cuore il governo italiano, l’Unità di crisi, che ci ha lavorato giorno e notte, per quanto mi sono stati vicino veramente – ha detto Daniele -. Non ho mai perso la speranza e non ho dubitato un giorno che me li avrebbero riportati a casa sani e salvi. Un’emozione immensa, non ho tante parole. Non auguro a nessuno di passare quello che ho passato. I miei familiari stanno bene. Mi hanno detto tante cose, ma sono private. Motivi del rapimento? Sinceramente non mi interessa dare una risposta. Sono state scritte molte stupidate. Ora saremo a Roma, poi si vedrà. Sono l’ultimo che li aveva sentiti al telefono un’ora prima del rapimento”.

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