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Di Maio su manovra economica: “Gli 80 euro tolti agli italiani? Una invenzione di certa stampa”

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“Non so chi se la sia inventata questa cosa, insieme all’aumento dell’Iva, ma il Governo è compatto nella volontà di non aumentare l’Iva e di non mettere le mani nelle tasche dei cittadini anche per quanto riguarda la misura del bonus degli 80 euro”. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, riguardo le indiscrezioni sull’azzeramento della norma voluta dal governo Renzi per finanziare la flat tax è stato nettissimo. Ha parlato di ennesima pura invenzione dei media. “Questo governo non vuole fare il gioco delle tre carte, noi non tireremo la coperta da una parte per scoprirla da un’altra e non vogliamo andare a mettere le mani in tasca ai cittadini come si è fatto in passato”. E a chi obietta che nel febbraio scorso, prima del voto, in piena campagna elettorale, sul blog dei 5stelle, Di Maio scrisse che la flat tax era incostituzionale, lui non ha difficoltà a rispondere. “Sì, ma come l’abbiamo scritta nel contratto di governo va bene. I leghisti mi hanno assicurato che non favorisce i ricchi”.

Dunque, l’intera manovra economica, così come era stata anticipata o sognata da gran parte dei media, non si sa partorita da chi e come anticipata, viene smontata pezzo pezzo da chi quella manovra dovrà scriverla e approvarla: il premier Giuseppe Conte e i due azionisti di riferimento del Governo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Allora, ascoltando loro l’Iva non deve aumentare e gli 80 euro (voluti e introdotti da Renzi) non si toccano, in pratica serviranno i salti mortali al Mef per far quadrare i conti, visto che i leader delle due forze politiche che danno vita all’esecutivo pretendono di ottenere, da subito, in legge di Bilancio 2019, sia la flat tax che il reddito di cittadinanza. Misure che valgono un bel po’ di miliardi, ai quali si dovranno aggiungere un altro bel gruzzolo se Lega e M5S volessero realizzare anche il superamento della legge Fornero.

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Ancora sbarchi, il Governo cerca soluzioni sui migranti

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Riprendono nel weekend le partenze di migranti, dopo alcuni giorni di stop. Oltre 500 sono arrivati nelle ultime ore a Lampedusa: recuperato anche un cadavere in mare. Mentre la Guardia costiera tunisina ne ha riportati a terra 511. E 140 sono stati intercettati da un’unità libica. A Cutro è stata trovata la 92/a vittima del naufragio del 26 febbraio. Martedì pomeriggio a Palazzo Chigi la presidente Giorgia Meloni farà il punto sul dossier in una nuova riunione – analoghe si sono svolte nelle scorse settimane – con i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini ed i ministri di Interno e Difesa, Matteo Piantedosi e Guido Crosetto. Del tema la premier ha parlato ieri con il capo dello Stato, Sergio Mattarella. I primi 3 mesi dell’anno si sono chiusi con 27.280 sbarcati, il quadruplo rispetto allo stesso periodo del 2022, quando erano stati 6.800. Il sistema d’accoglienza è sotto pressione: 120mila presenze rispetto alle 80mila di un anno fa.

Preoccupa la Tunisia che, ha convenuto il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, “ha bisogno di aiuti per gestire in modo umanitario i flussi dall’Africa subsahariana”. Sempre martedì, inoltre, potrebbero arrivare i pareri del Governo sui 126 emendamenti al decreto legge Cutro all’esame della commissione Affari costituzionali del Senato: 21 sono stati presentati dalla Lega che chiede una maggiore stretta. Il bilancio dei flussi del primo trimestre preoccupa. Le proiezioni disegnano scenari di oltre 300mila arrivi a fine anno. E l’Esecutivo gioca su più tavoli per cercare di arginare i viaggi attraverso il Mediterraneo centrale. In primo piano c’è il pressing per sbloccare la prima tranche di aiuti del Fondo monetario (300 milioni di dollari) alla Tunisia, sull’orlo del collasso economico ed ormai meta a sua volta di immigrazione, con diverse centinaia di migliaia di subsahariani presenti dentro i propri confini che non riesce più a controllare.

Dalle coste di Sfax parte il maggior numero di barchini. Un business molto redditizio per i trafficanti che arrivano a farsi pagare mille euro per la tratta verso Lampedusa. C’è poi il negoziato con Bruxelles: Meloni è impegnata a far salire in alto il tema nell’agenda europea. C’è quindi Piantedosi, alle prese con il problema più immediato: sistemare chi sbarca. Il titolare del Viminale – che una settimana fa ha invitato i prefetti ad attivarsi per reperire strutture di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati (sono già 2.600 quelli arrivati quest’anno) – ha messo sul tavolo alcune proposte: con l’ok di Crosetto, la Difesa metterà a disposizione navi ed aerei militari per svuotare l’hotspot di Lampedusa – ormai costantemente sovraffollato – nelle giornate di maggiore picco di presenze. Si punta poi a potenziare i rimpatri, dal momento che il grosso dei migranti – è il ragionamento del ministero – proviene da Paesi cosiddetti sicuri e non avrebbe i requisiti per ottenere la protezione. L’obiettivo è quello di adottare alla frontiera procedure accelerate per l’esame delle domande di protezione, in modo da dare una risposta in tempi più veloci ed agevolare così il rimpatrio per chi non ottiene il diritto di restare in Italia.

Collegato a questo aspetto è il potenziamento della rete dei Centri di permanenza per il rimpatrio, dove trova posto chi rifiuta di di farsi identificare. Ne servono di più – almeno uno per regione – e con una maggiore capienza. In questa direzione vanno anche alcuni degli emendamenti proposti dalla Lega al dl migranti; c’è, ad esempio, il prolungamento dei tempi di detenzione all’interno dei Cpr dagli attuali 90 giorni prorogabili per altri 30, a 180 giorni prorogabili sempre di 30; nonchè un’ulteriore stretta sulla protezione speciale. Il decreto, che dovrebbe arrivare in Aula tra il 18 e il 20 aprile, va convertito in legge entro il 9 maggio.

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Dai cambi di governo agli Stadi, la corsa a ostacoli

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Cominciamo dai soldi. Il Recovery Plan Italiano, definito anche Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr,), vale 191,5 miliardi e a questi si aggiungono altri 30 miliardi del fondo complementare per un totale di circa 220 miliardi. La cifra ambiziosa venne strappata dal secondo Governo Conte e annunciata all’alba del 21 luglio 2020 dopo uno storico Consiglio Europeo che durò tutta una notte. L’Italia ottenne il 28% dell’intero Recovery Found europeo (750 miliardi). Meno di un mese dopo, il 13 agosto, arrivava un anticipo di quasi 25 miliardi di euro.

Ma subito poi iniziava la sfida contro le croniche debolezze dell’Italia ben riflesse nel suo Pnrr: frammentazione degli obiettivi, scarsa capacità di spesa, una macchina burocratica indebolita da decenni di blocco del turn over con quadri e dirigenze sempre più anziani e con numeri ridotti all’osso. Per tacere della litigiosità politica, attizzata dal fiume di denaro in arrivo. Il 6 gennaio 2021 il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri consegna al premier Giuseppe Conte la bozza aggiornata del recovery plan, giusto poco prima che il governo cada. Il 13 febbraio, a Palazzo Chigi arrivano i tecnici guidati da Mario Draghi, chiamati dal presidente Mattarella anche per garantire una marcia efficiente del Pnrr che, nell’entusiasmo generale, dovrebbe fare da leva a un nuovo boom dell’Italia nel dopo-Covid.

Il governo Draghi interviene sul piano e il nuovo Pnrr italiano, un volume di 269 pagine dal titolo “Italia domani”, passa l’esame europeo e il 31 dicembre 2021 riceve la prima rata da 21 miliardi di euro. Ma nel frattempo tutto il sistema è investito dall’aumento precipitoso dei prezzi delle materie prime, dall’impennata dell’inflazione. Il governo interviene con finanziamenti per permettere alle imprese di portare avanti i cantieri, e far fronte al quasi quotidiano saltare dei preventivi. Il 30 giugno 2022 arriva la seconda tranche di altri 21 miliardi, Quattro mesi dopo, il 22 ottobre, dopo le elezioni, il governo Draghi lascia Palazzo Chigi al governo Meloni. Lo scenario economico globale è totalmente diverso da quello in cui il Pnrr di Conte e gli aggiustamenti fatti da Draghi sono stati immaginati.

Le sanzioni alla Russia e la guerra in Ucraina hanno cambiato il paradigma. Il nuovo premier incarica del dossier Pnrr Raffaele Fitto, ministro degli Affari Europei. Viene istituita una cabina di regia, rivista la governance del piano, messi in cantiere alcuni decreti per aumentare il personale dedicato e si crea una piattaforma digitale per monitorare tutti gli obiettivi del Piano ed intervenire in caso di debolezze. Ma a fine marzo arriva una doccia fredda da Bruxelles: la terza tranche da 19 miliardi di euro è sospesa per un mese in attesa di ultimare la fase di “valutazione”. Nel mirino di Bruxelles ci sono opere che già in Italia hanno generato polemiche come lo stadio di Firenze e quello nuovo di Venezia.

Per Bruxelles non sono di “riqualificazione urbana e sociale”, ma piuttosto mega strutture realizzate con soldi pubblici da passare poi a soggetti privati per il loro sfruttamento. Piace poco anche la “furbata” fatta da Milano che invece di piantare alberi in terra come previsto ha pensato di cavarsela mettendo dei semi in vasi. Intanto secondo gli ultimi calcoli effettuati al 13 marzo scorso dalla Piattaforma della Ragioneria generale, la spesa finora effettuata è di 23 miliardi, che riguardano 107 misure (105 investimenti e 2 riforme) delle 285 elencate dal Pnrr con una percentuale di realizzazione vicina al 12% delle risorse complessive al 2026. La partita è aperta e si gioca da entrambe le parti con fair play. Intanto su tutto il Pnrr torna a profilarsi il “fatal flaw” dell’Italia, dimenticato durante il sonno del Patto di Stabilità. Parliamo del debito. Diversi esponenti di governo, ricordano in questi giorni che i soldi del Pnrr non sono gratis. Quasi 69 miliardi sono a fondo perduto, ma 122,6 sono prestiti che l’Italia dovrà restituire.

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Razov lascia l’ambasciata a Roma, arriva Paramonov

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Cambio della guardia in vista all’ambasciata russa a Roma. Dopo dieci anni andrà via Sergey Razov, e al suo posto subentrerà Alexei Paramonov, che conosce bene l’Italia avendo ricoperto l’incarico di console a Milano. Manca ancora l’ufficialità: la sede di via Gaeta si è limitata a riferire che “ad oggi non è stato pubblicato sul sito del Cremlino nessun decreto”, ma l’avvicendamento dovrebbe essere ufficializzato la prossima settimana. Nel frattempo, ci si interroga su quali saranno le implicazioni per i rapporti bilaterali, ormai ai minimi termini dopo l’invasione russa dell’Ucraina: sulla carta arriva una figura considerata moderata, rispetto a un falco che ha ingaggiato un aspro duello con le autorità e i media italiani, spezzando il filo della tradizionale amicizia tra i due Paesi. Sergey Razov, 70 anni, alla guida della sede di Roma dal 2013, ha sempre detto di “amare l’Italia”, ma questo non gli ha impedito di calarsi perfettamente nella parte del duro dopo l’invasione dell’Ucraina.

Ha accusato il governo Draghi e i giornali di “russofobia”, “disinformazione” (a cui è seguita una querela alla Stampa, poi caduta nel vuoto), e persino di “ingratitudine” per aver dimenticato gli aiuti di Mosca durante la pandemia. Ottenendo in cambio le proteste della Farnesina, che lo ha convocato per tre volte in sei mesi. Con l’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, i toni del diplomatico russo non sono cambiati. Ed è arrivato ad accusare l’Italia di “essere parte del conflitto” per la sua fornitura di armi a Kiev. Con il corredo di una campagna di provocazioni via social a cui sono seguiti accesi botta e risposta con il ministro della Difesa Guido Crosetto. Al posto di Razov arriverà un altro diplomatico di lungo corso e con un’ottima conoscenza dell’Italia e della lingua. Il 61enne Paramonov, attuale direttore del dipartimento europeo del ministero degli Esteri russo, ha stretto buoni rapporti con il tessuto economico italiano da console a Milano dal 2008 al 2013, e ha ricevuto due onorificenze nel 2018 e nel 2020 (sebbene diversi partiti abbiano poi chiesto fossero revocate).

Questi elementi potrebbero contribuire a rendere più distesa la comunicazione con Roma. Paramonov inoltre ha già mostrato il suo volto più dialogante accogliendo con favore gli sforzi di mediazione del Vaticano sull’Ucraina e confermando il canale aperto e riservato tra Mosca e la Santa Sede. Tanto che nei mesi scorsi era stato in predicato di diventare ambasciatore russo Oltretevere. Altri segnali, di segno opposto, non consentono invece di abbandonarsi a facili ottimismi. Anche il moderato Paramonov, dopo l’inizio della guerra, ha utilizzato un linguaggio dai toni ultimativi nei confronti di Roma: “Le sanzioni non sono una nostra scelta. Non vorremmo che la logica del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, che ha dichiarato la totale guerra finanziaria ed economica alla Russia, trovasse seguaci in Italia e provocasse una serie di corrispondenti conseguenze irreversibili”, affermava il prossimo emissario del Cremlino un anno fa.

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