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Conte ora punta a fase 2 e chiede stop logoramenti ma con la Lega sarà tutto più difficile

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Dopo una campagna elettorale logorante è il momento dei toni bassi, è il momento di accelerare il lavoro sui dossier prioritari, facendo molta attenzione anche al rapporto con i vertici dell’Ue. Con questo spirito, nella notte che vede il netto rovesciamento di forza, dal punto di vista elettorale, tra M5S e Lega al governo, il premier Giuseppe Conte si prepara ad affrontare una fase di certo non facile per l’esecutivo. Il presidente del Consiglio, volutamente, è rimasto in silenzio. E non parlerà neppure oggi. Un primo intervento, a commento delle Europee, è infatti previsto dal suo entourage per la sera. E già dalla tempistica si comprende la volontà di Conte di voltare subito pagina dopo una campagna elettorale logorante e lavorare all’annunciata fase due del governo. Non a caso, in queste ore, il premier ha lavorato su due dossier: gli emendamenti allo sblocca-cantieri e le nomine dell’Italia per i top jobs europei. Nomine sulle quali, prevedibilmente, la Lega vorrà imporre le proprie scelte. Certo, dalle parti di Palazzo Chigi sono consapevoli della delicatezza della fase in un mese, quello di giugno, nel quale Conte sarà chiamato a dirimere anche il nodo Tav. Due date sono già cerchiate con il rosso: il 30 maggio, quando è attesa la sentenza sul sottosegretario leghista Edoardo Rixi (con effetti potenzialmente ulteriormente destabilizzanti per l’alleanza) e il 5 giugno, quando arriveranno le raccomandazioni Ue sui conti italiani. E, su quest’ultimo dossier, Conte gia’ alla working dinner di martedi’ si appresta a difendere le ragioni dell’Italia in un contesta che, dopo le Europee, non si preannuncia piu’ facile di prima. Nel premier, infatti, c’e’ ben chiara la consapevolezza di rappresentare un governo composto da forze che, nel Parlamento Ue, si avviano ad essere opposizione.

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Video di Barbero limitato su Facebook, il caso arriva in Parlamento: interrogazioni del Pd

Meta limita la diffusione su Facebook di un video di Alessandro Barbero sul No alla riforma della Giustizia. Il caso del fact-checking arriva in Parlamento.

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Meta ha limitato su Facebook la diffusione di un video dello storico Alessandro Barbero (foto Imagoeconomica9  sulle ragioni del No alla riforma della Giustizia, ritenendolo “fuorviante” e penalizzandone la circolazione perché divenuto virale. La limitazione è scattata a seguito di un intervento di fact-checking effettuato da Open, che ha etichettato il contenuto come “falso” o “fuorviante”, determinando una riduzione della visibilità algoritmica.

L’iniziativa parlamentare del Pd

La vicenda è approdata in Parlamento. Al Senato della Repubblica, il Partito Democratico ha presentato un’interrogazione alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a firma dei senatori Francesco Boccia e Antonio Nicita, rispettivamente presidente e vicepresidente del gruppo dem a Palazzo Madama.

Analoga iniziativa è stata depositata alla Camera dei Deputati dalla capogruppo dem Chiara Braga e dalla responsabile Giustizia Debora Serracchiani.

Le questioni poste al governo

Nell’atto parlamentare si sollevano “gravi interrogativi sul rispetto del pluralismo informativo e della libertà di espressione”. I firmatari chiariscono che il nodo non è l’esistenza del fact-checking in sé, ma “chi decide, con quali criteri e con quali effetti” di declassare contenuti politico-istituzionali durante una campagna referendaria.

Le interrogazioni chiedono al governo se ritenga accettabile che una piattaforma privata possa incidere in modo così rilevante sulla circolazione di un’opinione politica; se intenda verificare il rispetto degli obblighi di trasparenza, proporzionalità e motivazione previsti dalla normativa europea sui servizi digitali; e quali iniziative intenda assumere per evitare che lo spazio pubblico digitale sia regolato unilateralmente da algoritmi e decisioni opache.

Le reazioni del fronte del No

Sulla vicenda interviene anche Enrico Grosso, presidente del comitato Giusto Dire No, secondo cui il fronte del Sì starebbe tentando di rendere inaccessibili le ragioni del No “attraverso forme sempre più aggressive”.

Più dura la posizione del capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra, Peppe De Cristofaro, che parla apertamente di “censura politica” esercitata da Meta: privata, arbitraria e opaca, senza contraddittorio e senza un reale diritto di appello.

Il dibattito su social e democrazia

Nel dibattito politico emerge anche una lettura più ampia sul ruolo delle piattaforme digitali e sul contesto internazionale. Secondo De Cristofaro, i grandi social media statunitensi sarebbero sempre più allineati a un clima politico conservatore, colpendo in particolare contenuti critici quando diventano virali. Un giudizio politico che chiama in causa anche i rapporti tra Roma e Washington.

Resta il dato di fatto: la scelta di limitare la diffusione di un contenuto politico in piena campagna referendaria ha aperto un confronto istituzionale sul confine tra fact-checking, algoritmi e libertà di espressione nello spazio pubblico digitale. Un confronto che ora passa al vaglio del Parlamento e del governo.

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Board of Peace per Gaza, Meloni frena: “Problemi costituzionali”. Rilancio dell’asse Italia-Germania

Giorgia Meloni chiede a Donald Trump di rivedere il Board of Peace per Gaza per incompatibilità costituzionali. Al vertice Italia-Germania rilancio dell’asse con Berlino.

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L’Italia ha “oggettivi problemi costituzionali” ad aderire al Board of Peace per Gaza. È il messaggio che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha trasmesso al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, chiedendo di “riaprire la configurazione” dell’organismo.

L’annuncio arriva al termine del vertice intergovernativo Italia-Germania, al fianco del cancelliere Friedrich Merz, e chiarisce la linea italiana: apertura al dialogo, ma nel rispetto dei vincoli costituzionali.

Il nodo principale riguarda l’articolo 11 della Costituzione, che consente cessioni di sovranità solo “in condizioni di parità con gli altri Stati”. Una parità che, secondo Palazzo Chigi, non sarebbe garantita dallo statuto del Board, in particolare dall’articolo 9, che attribuirebbe al presidente – nella versione circolata sui media israeliani – poteri esclusivi di indirizzo, selezione degli Stati membri e creazione di entità sussidiarie, oltre a fissare una quota di adesione pari a un miliardo di dollari.

Asse Roma-Berlino e pragmatismo europeo

Dal vertice emerge un rilancio esplicito dell’asse tra Roma e Berlino, che Meloni descrive come “pragmatico e non istintivo” nei rapporti con Washington e determinato, a Bruxelles, a rafforzare la competitività europea con una “nuova mentalità di autocontrollo legislativo” per ridurre oneri amministrativi inutili.

“L’Unione europea deve scegliere se essere protagonista del proprio destino o subirlo”, avverte la premier, invocando lucidità, responsabilità e coraggio. Sulla sferzata di Volodymyr Zelensky, Meloni si dice “dispiaciuta”, ribadendo però di essere stata “la prima” a chiedere che l’Europa “si svegli”.

Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani rafforza la lettura: “Mi pare che ora l’Europa sia certamente a traino italo-tedesco”.

Intese bilaterali e agenda comune

Nel bilaterale a Villa Doria Pamphilj, i due leader aggiornano il Piano d’azione comune 2023 su sicurezza, difesa e resilienza e siglano intese su cultura, start up, materie critiche, alghe, istruzione e trasporto combinato. Davanti agli imprenditori, rilanciano il non paper sulla competitività che presenteranno a Bruxelles il 12 febbraio, puntando a replicare i risultati ottenuti sul pacchetto automotive.

Meloni annuncia anche l’adesione dell’Italia all’accordo multilaterale – con Francia, Germania, Spagna e Regno Unito – sui controlli all’export di armamenti, colmando una lacuna tra partner europei per coordinare i progetti comuni.

Trump, Nobel e opposizioni

Sul fronte Usa, Merz sottoscrive la difesa di Meloni dalle polemiche sulla affidabilità di Trump e sulle voci sulla sua salute. “Ci interfacciamo con leader eletti, è la democrazia”, ribatte la premier, aggiungendo di confidare che Trump possa “fare la differenza” anche per una pace giusta e duratura in Ucraina, arrivando a evocare – in prospettiva – una candidatura al Nobel per la pace. Parole contestate dalle opposizioni.

Gaza, Mercosur e dazi

Sulla crisi di Gaza, la posizione italiana resta “di apertura”, ma con la richiesta di modifiche strutturali al Board. Anche Merz si dice disponibile a valutare un’adesione solo se l’organismo accompagnasse il processo in una fase successiva e con governance accettabili.

Roma e Berlino si allineano anche sul Mercosur: per Merz è “una svolta”, per Meloni un accordo “ora equilibrato”, con l’entrata in vigore temporanea affidata alla Commissione. Divergenze, invece, sui toni verso le minacce di daziamericani: il cancelliere avverte che l’Europa “si difenderà con tutti gli strumenti possibili”.

In attesa di Washington

Palazzo Chigi attende ora una risposta dalla Casa Bianca alla sollecitazione avanzata da Meloni nella telefonata con Trump, alla vigilia del Consiglio Ue informale. La linea resta chiara: dialogo aperto, ma compatibilità costituzionalecome condizione non negoziabile.

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Politica

Consob, scontro nella maggioranza: Lega contro Forza Italia sulla presidenza

Si riaccende lo scontro tra Lega e Forza Italia sulla presidenza della Consob. Dopo lo stop alla nomina di Federico Freni, botta e risposta tra Salvini e Tajani.

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Dopo 72 ore di tregua apparente, torna ad accendersi e si fa più duro lo scontro tra Lega e Forza Italia sulla presidenza della Consob. Al centro della contesa c’è la mancata intesa sul nome del sottosegretario leghista all’Economia Federico Freni, indicazione che Forza Italia continua a respingere.

Gli azzurri ribadiscono che il problema è giuridico e politico insieme: la legge, a loro avviso, non consentirebbe una nomina di chiara matrice politica e, in ogni caso, non sono disposti ad accettare decisioni non condivise all’interno della coalizione.

La Lega rilancia: “Due pesi e due misure?”

La Lega passa al contrattacco e richiama un precedente pesante: la cosiddetta legge Frattini, che nel 2010 portò alla nomina di Giuseppe Vegas, allora viceministro all’Economia e indicato proprio da Forza Italia. Secondo il Carroccio, quella norma non prevede divieti o incompatibilità tali da escludere Freni dalla presidenza della Consob.

In una nota secca, la Lega parla apertamente di “due pesi e due misure”, alimentando uno scontro che va ben oltre la singola nomina.

La replica di Tajani: “Non mi faccio imporre nulla”

Netta la risposta del leader di Forza Italia Antonio Tajani, che respinge ogni pressione: “Non mi faccio imporre nulla da nessuno”. Tajani ribadisce la linea del partito: la presidenza della Consob dovrebbe essere tecnica e non frutto di una spartizione tra partiti, aggiungendo di avere “più di un dubbio” sulla compatibilità di un profilo politico con l’incarico.

Da Napoli, Tajani insiste: le decisioni vanno prese insieme e la sua posizione non cambia.

Il rinvio e il convitato di pietra

Martedì scorso è fallita l’opzione Freni per la presidenza, considerata da Forza Italia al massimo plausibile per un ruolo di consigliere. Di conseguenza, la scelta del successore di Paolo Savona è stata rinviata di almeno una settimana. Una pausa che non è bastata a ricomporre lo scontro.

Nel frattempo Freni resta in silenzio. Il sottosegretario è atteso a Rivisondoli, sull’Appennino abruzzese, per l’evento leghista “Idee in movimento”, dove salirà sul palco come moderatore di un dibattito sui diritti civili.

Il contesto politico e l’ombra delle divisioni

All’evento parteciperà anche Francesca Pascale, che ha spiegato di aver accettato l’invito per discutere di diritti civili in contesti non favorevoli, pur mettendo in conto contestazioni. Il riferimento, neppure troppo velato, è a Roberto Vannacci, esponente dell’ala più radicale del partito, che su questi temi ha espresso posizioni giudicate da Pascale “aberranti e chiuse”.

Anche se assente, la figura di Vannacci aleggia sulla manifestazione, la prima di respiro nazionale dopo Pontida, pensata per rilanciare e compattare la Lega. Resta sullo sfondo l’ipotesi, mai del tutto esclusa dall’eurodeputato, di una sua possibile uscita dal partito per fondarne uno autonomo.

Salvini e il messaggio ai suoi

Ad aprire l’evento a Roccaraso è Matteo Salvini, che prova a serrare i ranghi: “La Lega è una forza di governo, con 500 sindaci in tutta Italia. Fuori dalla Lega c’è il deserto”. Un messaggio rivolto a chi, dentro e fuori il partito, guarda con interesse a possibili strappi.

Salvini lancia anche un nome per il futuro Campidoglio: Antonio Maria Rinaldi, indicato come possibile candidato sindaco di Roma dopo la fine del mandato di Roberto Gualtieri.

Una partita ancora aperta

Lo scontro sulla Consob si inserisce così in un quadro di equilibri fragili nella maggioranza, già provata dalle tensioni sulla manovra economica. La nomina del nuovo presidente resta sospesa, mentre la dialettica tra alleati si fa sempre più aspra, segnalando che la partita non è solo tecnica, ma profondamente politica.

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